di Giulio Mozzi
Cominciamo da un luogo comune. Il poeta britannico Samuel Taylor Coleridge coniò nel 1817 una fortunata formula: il poeta e il narratore devono fornire al lettore
…a human interest and a semblance of truth sufficient to procure for these shadows of imagination that willing suspension of disbelief for the moment, which constitutes poetic faith…
…un interesse umano e una parvenza di verità sufficienti a procurare per queste ombre dell’immaginazione quella volontaria e temporanea sospensione del dubbio [o dell’incredulità], sulla quale si fonda la fede poetica…
In altri termini: il lettore deve essere messo nelle condizioni di “credere” (notate le virgolette) a ciò che gli raccontiamo, quantomeno per il tempo che il racconto dura. Parlo del lettore adulto, naturalmente, visto che i piccoli credono più o meno a qualsiasi storia. Tuttavia ciascuno di noi può trovare, nella vita adulta, esempi di una sorta di permanenza del credere: se guardiamo un film di paura di tipo classico e poi andiamo a letto, e gli scricchiolii dei mobili e il tintinnare dello scaldabagno c’inquietano; se leggiamo una storia passionale e poi ci resta il magone; se andiamo in giro con una t-shirt recante la scritta “Ho visto cose che voi umani..”, eccetera: be’, possiamo dire che la finzione alla quale abbiamo volontariamente creduto pur conoscendone la natura fittizia ha in qualche modo contaminato il mondo reale. Il “tempo” della “volontaria sospensione del dubbio” è durato un po’ più del previsto (ovvero: la “sospensione del dubbio” è rimasta, almeno parzialmente, al di là della volontà di attuarla).
E’ evidente, mi pare, che ogni lettore avrà i suoi criteri per decidere (magari con decisione inconsapevole: ma questo non è importante qui) se sospendere o no il dubbio a contatto con questa o quella narrazione.
E’ evidente, mi pare, che ci saranno in questo differenze individuali, ma anche (forse: soprattutto) differenze culturali (e quindi storiche). Una storia “credibile” per un bellunese non sarà necessariamente altrettanto credibile per un nanchinese: e viceversa.
Perché?
Perché la realtà in cui il bellunese e il nanchinese (per non parlare dei porteñi) vivono è diversa; ma anche perché il modo in cui il bellunese, il nanchinese, il porteño (e ci aggiungiamo anche il losangelino, ve’) si rappresentano la realtà è molto diverso.
Un paio di esempi facili. E’ chiaro che nel “mondo” de I promessi sposi Dio c’è. Non si manifesta con azioni soprannaturali; viene evocato più volte; ma è sostanzialmente un “Dio muto”. Gli eventi “quasi soprannaturali” più rilevanti, avvengono tutti nella coscienza e grazie alla coscienza dei personaggi: e intendo:
– la conversione dell’Innominato, che nasce da un disagio esistenziale (Manzoni non l’avrebbe mai chiamato così) e dopo un concitato colloquio viene attivata da un gesto del Cardinale (il capitolo è il xxiii):
Così dicendo, [il cardinale] stese le braccia al collo dell’innominato; il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, e resistito un momento, cedette, come vinto da quell’impeto di carità, abbracciò anche lui il cardinale, e abbandonò sull’omero di lui il suo volto tremante e mutato. Le sue lacrime ardenti cadevano sulla porpora incontaminata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo stringevano affettuosamente quelle membra, premevano quella casacca, avvezza a portar l’armi della violenza e del tradimento.
L’innominato, sciogliendosi da quell’abbraccio, si coprì di nuovo gli occhi con una mano, e, alzando insieme la faccia, esclamò: – Dio veramente grande! Dio veramente buono! io mi conosco ora, comprendo chi sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso; eppure…! eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale non ho provata mai in tutta questa mia orribile vita!
– la salvezza dell’anima di don Rodrigo, che nasce dal perdono di Renzo:
Dopo pochi passi [siamo nel Lazzaretto, cap. xxxv], il frate [Cristoforo] si fermò vicino all’apertura d’una capanna, fissò gli occhi in viso a Renzo, con un misto di gravità e di tenerezza; e lo condusse dentro.
La prima cosa che si vedeva, nell’entrare, era un infermo seduto sulla paglia nel fondo; un infermo però non aggravato, e che anzi poteva parer vicino alla convalescenza; il quale, visto il padre, tentennò la testa, come accennando di no: il padre abbassò la sua, con un atto di tristezza e di rassegnazione. Renzo intanto, girando, con una curiosità inquieta, lo sguardo sugli altri oggetti, vide tre o quattro infermi, ne distinse uno da una parte sur una materassa, involtato in un lenzolo, con una cappa signorile indosso, a guisa di coperta: lo fissò, riconobbe don Rodrigo, e fece un passo indietro; ma il frate, facendogli di nuovo sentir fortemente la mano con cui lo teneva, lo tirò appiè del covile, e, stesavi sopra l’altra mano, accennava col dito l’uomo che vi giaceva.
Stava l’infelice, immoto; spalancati gli occhi, ma senza sguardo; pallido il viso e sparso di macchie nere; nere ed enfiate le labbra: l’avreste detto il viso d’un cadavere, se una contrazione violenta non avesse reso testimonio d’una vita tenace. Il petto si sollevava di quando in quando, con un respiro affannoso; la destra, fuor della cappa, lo premeva vicino al cuore, con uno stringere adunco delle dita, livide tutte, e sulla punta nere.
– Tu vedi! – disse il frate, con voce bassa e grave. – Può esser gastigo, può esser misericordia. Il sentimento che tu proverai ora per quest’uomo che t’ha offeso, sì; lo stesso sentimento, il Dio, che tu pure hai offeso, avrà per te in quel giorno. Benedicilo, e sei benedetto. Da quattro giorni è qui come tu lo vedi, senza dar segno di sentimento. Forse il Signore è pronto a concedergli un’ora di ravvedimento; ma voleva esserne pregato da te: forse vuole che tu ne lo preghi con quella innocente; forse serba la grazia alla tua sola preghiera, alla preghiera d’un cuore afflitto e rassegnato. Forse la salvezza di quest’uomo e la tua dipende ora da te, da un tuo sentimento di perdono, di compassione… d’amore!
Tacque; e, giunte le mani, chinò il viso sopra di esse, e pregò: Renzo fece lo stesso.
Erano da pochi momenti in quella positura, quando scoccò la campana. Si mossero tutt’e due, come di concerto; e uscirono. Né l’uno fece domande, né l’altro proteste: i loro visi parlavano.

Ora: quand’è che noi pensiamo che qualcosa sia vero?
La domanda è da un milione di punti, per cui offrirò solo la più semplicistica delle risposte: ci sembra vero un discorso nel quale riconosciamo la vita come l’abbiamo sperimentata. Ovviamente possiamo avere diverse, diversissime esperienze di vita: vivere a Milano o a Gerusalemme non è la stessa cosa; lavorare come netturbino o starsene tutto il giorno a guardare Rete4 non è la stessa cosa; essere donna o essere maschio non è la stessa cosa; e così via. La celebre formula di Tommaso d’Aquino:
Veritas: Adaequatio intellectus ad rem. Adaequatio rei ad intellectum. Adaequatio intellectus et rei.
si può tradurre e attualizzare un po’ arditamente:
Un racconto è vero quando corrisponde all’esperienza, quando l’esperienza corrisponde al racconto, quando discorso e racconto si corrispondono.
Ma, dice uno: e il fantasy? Come si può credere, sia pure temporaneamente, alle narrazioni fantasy?
Cercherò di spiegarlo per mezzo di un lunghissimo esempio. Che non c’entra niente con il fantasy, ma va bene lo stesso.
Il 13 novembre 2012 pubblicavo nel mio bollettino vibrisse una storiella intitolata Oro:
Sono a Tencarola, al capolinea del 12, seduto sulla panchetta sotto la pensilina. Aspetto il 12 delle 14.30. Sto leggendo Rituum forma. La teologia dei sacramenti alla prova della forma rituale di Loris Della Pietra, edizioni Il Messaggero. Sono a pagina 141.
Pioviggina.
Mi si avvicina un tipo.
“Amico, puoi dare aiuto?”, dice il tipo.
Lo guardo. Ha una giacca di pelle scamosciata che – così a occhio – costa più di tutto quello che ho addosso in questo momento. Ha tre catene d’oro – o almeno sembra oro – al collo. Ha anelli d’oro – o almeno sembrano d’oro – su tutte le dita, quasi tutti con pietre incastonate. Ha occhiali a goccia e a specchio. Ha stivaletti di pelle bicolori, bianchi e neri.
Non resisto.
“Con tutto quell’oro addosso, chiedi un aiuto?”, dico.
“Oro di famiglia, amico. Niente soldi”, dice il tipo.
“Non potesti darne via un po’, prima di chiedere la carità?”, dico.
“Impossibile, amico”, dice il tipo.
“Perché è impossibile?”, dico.
“Oro serve per fare colpo su donne”, dice il tipo.
Che cosa rende credibile (per il pochi secondi sufficienti a leggerla) questa storiella? Una quantità di cose:
– il fatto che da molto tempo (almeno dal 2002) io pubblichi più o meno regolarmente storielle di questo tipo (qui ne trovate altre, molte ne ho addirittura raccolte in un libro), al punto che per il mio lettore più fedele esse costituiscono una specie di mondo a parte; diciamo: “il mondo di Giulio Mozzi”.
– il fatto che nella storiella non avviene niente che sia di per sé incredibile;
– il fatto che nella storiella vi sono due personaggi stereotipati: il mendicante dall’apparenza opulenta e lo scrittore-lettore concentrato nella lettura di un libro inconsueto;
– il fatto che il mendicante fornisce alla fine una risposta argomentativamente attendibilissima, in quanto basata a sua volta su uno stereotipo.
Mentre altri fatti sono del tutto irrilevanti per la credibilità della storiella:
– che effettivamente a Tencarola, frazione di Selvazzano Dentro, provincia di Padova vi sia il capolinea di un autobus recante il numero 12; e che lì vi siano una tettoia e una panchetta;
– che effettivamente in quei giorni io stessi leggendo quel libro.

Tuttavia, forse qualche lettore pignolo sarà andato a controllare se quel libro esista; e aver scoperto che effettivamente esiste forse ha aggiunto qualche punto di credibilità alla storiella.
Il giorno dopo pubblicavo una storiella intitolata Sempre libro:
Sono a Tencarola, al capolinea del 12, seduto sulla panchetta sotto la pensilina. Aspetto il 12 delle 14.30. Sto leggendo Rituum forma. La teologia dei sacramenti alla prova della forma rituale di Loris Della Pietra, edizioni Il Messaggero. Sono a pagina 176.
C’è un bel sole.
Mi si avvicina il tipo dell’oro.
“Amico”, dice, “tu qui tutti giorni?”.
“Non tutti”, dico.
“Amico”, dice il tipo, “tu sempre libro?”.
“Sì”, dico.
“Amico”, dice il tipo, “sempre stesso libro?”.
“Questo è lo stesso libro che leggevo ieri”, dico. “Quando lo finisco, ne comincio un altro”.
“Amico”, dice il tipo, “tu legge tanti libri?”.
“Sì”, dico.
“Amico”, dice il tipo, “perché legge tanti libri?”.
Lo aspettavo al varco.
“Per fare colpo su donne”, dico.
“No crede”, dice il tipo.
E’ chiaro che la credibilità della seconda storiella insieme si basa su quella della prima e la rafforza. Anche qui è un gioco di stereotipi. La progressione nella lettura (da pagina 141 a pagina 176) è sua volta, mi pare, un elemento di credibilità (secondo il principio: “Se mi dici che stai leggendo un libro, ti credo poco; se mi dici che libro è, ti credo un po’ di più; se specifichi addirittura la pagina, ti credo del tutto”; ovvero: i dettagli sono un elemento di credibilità).
Terzo giorno, terza storiella, Una
Sono a Tencarola, al capolinea del 12, seduto sulla panchetta sotto la pensilina. Aspetto il 12 delle 14.30. Sto leggendo “Rituum forma. La teologia dei sacramenti alla prova della forma rituale” di Loris Della Pietra, edizioni Il Messaggero. Sono a pagina 199.
Rannuvola.
Arriva il tipo dell’oro. Con lui una ragazza. Splendida.
Le tre storie formano una specie di sillogismo retorico (ovvero un entimema):
– l’uomo dall’apparenza opulenta attira le donne,
– l’uomo che legge sempre non attira le donne,
– e infatti è l’uomo con l’apparenza opulenta che arriva con una ragazza splendida.
E così la credibilità dell’una contribuisce alla credibilità dell’altra. Nel frattempo, osserviamo che anche il lettore non abituato al “mondo di Giulio Mozzi” ora comincerà a percepirlo.
Che cos’è il “mondo di Giulio Mozzi”? E’ un mondo nel quale gli entimemi diventano realtà. Esattamente come il mondo del fantasy è un mondo nel quale ci sono i draghi, i maghi eccetera.
Quarto giorno, quarta storia: E poi toca a me.
Sono a Tencarola, al capolinea del 12, seduto sulla panchetta sotto la pensilina. Aspetto il 12 delle 14.30. Sto leggendo Rituum forma. La teologia dei sacramenti alla prova della forma rituale di Loris Della Pietra, edizioni Il Messaggero. Sono a pagina 231.
Tira vento, le nuvole corrono nel cielo.
Arriva la ragazza che avevo vista, l’altro giorno, insieme al tipo dell’oro.
Si siede sulla panchetta accanto a me.
Volto pagina.
Le suona il cellulare. Lo prende dalla borsetta, guarda chi è, lascia che suoni. Non risponde.
“E il tuo amico?”, dico quasi senza alzare gli occhi dal libro.
“No più amico”, dice la ragazza.
“E come mai?”, dico.
“Lui noioso”, dice la ragazza.
Il cellulare suona ancora. La ragazza lo afferra e lo spegne.
“Perché noioso?”, dico.
“Lui sempre mio oro qui, mio oro lì, sempre suo oro, e poi toca a me pagare kebab, bilieti autobus, cinema, drink”, dice la ragazza.
“Ho capito”, dico.
Abbasso gli occhi sul mio libro, come per finire la conversazione.
“Anche fare amore con suo oro adosso, pretende, che mi lega con catene di oro”, dice invece la ragazza.
Ho come l’impressione di essere entrato in una intimità nella quale avrei fatto meglio a non entrare. Devo trovare il modo di uscirne.
“Ma non è una cosa eccitante?”, dico.
“Un casso”, dice la ragazza. “A me piace normale”.
Poiché il sillogismo retorico stabilito dalle storie precedenti evidentemente non può reggere più che tanto, qui si produce una svolta nella storia. Ovvero: il personaggio stereotipato del mendicante opulento viene svelato per quello che è (il falso ricco che fa pagare i conti agli altri: altro stereotipo).
Paradossalmente (non sono sicurissimo di quello che dico qui; diciamo che ci speravo) la credibilità di questa quarta storiella viene proprio dall’introduzione di qualcosa di assai poco credibile; ovvero l’intrusione del personaggio che legge nell’intimità della coppia. Perché questo rinforza credibilità? Perché, credo, permette di rifunzionalizzare l’oro; la cui erotizzazione, presente in forma debole fin dall’inizio, è qui esaltata. Ma poiché qua siamo ai limiti del credibile, ecco che la ragazza provvede, con la battuta finale, a riportare tutto nell’ambito di una qualche “normalità”.
Pertanto: il “mondo di Giulio Mozzi” è un mondo nel quale gli entimemi tentano di diventare realtà, ma vengono poi fatti fuori.
Notiamo che nei commenti in calce alla storiella ce n’è uno firmato: “Il conducente dell’autobus”. E dice:
Io ho visto tutto.
Nessuna avrà creduto, ovviamente, che sia intervenuto davvero il vero conducente dell’autobus. Tuttavia, quella dichiarazione di testimonianza…
Quinto giorno, quinta storiella: E’ come i romanzi. Già il titolo è sospetto, vero?
Sono a Tencarola, al capolinea del 12, seduto sulla panchetta sotto la pensilina. Aspetto il 12 delle 14.30. Sto leggendo Rituum forma. La teologia dei sacramenti alla prova della forma rituale di Loris Della Pietra, edizioni Il Messaggero. Sono a pagina 259.
Il cielo è limpidissimo.
Il conducente dell’autobus esce dal bar, guarda l’ora, si accende una sigaretta.
“E i due piccioncini?”, mi dice.
“Hanno litigato“, dico.
“Bene, bene”, dice il conducente dell’autobus.
“Come, bene bene?”, dico. “Mi pareva una storia così bella, così tenera, così imprevedibile, ricca di aspetti antropologici e di potenzialità narrative, con aspetti comici ma anche tragici…”.
“Si vede che lei è uno che legge libri“, dice il conducente dell’autobus.
“Cioè?”, dico.
“Non capisce un cazzo della vita”, dice il conducente.
“Signor conducente dell’autobus”, dico, “esigo una spiegazione”.
“Subito”, dice il conducente dell’autobus. “Lei ha mai collezionato francobolli?”.
“Da ragazzino”, dico.
“Perfetto”, dice il conducente dell’autobus. “Ha quindi un’idea del fatto che esistono francobolli facili da trovare e francobolli introvabili; e che questi ultimi hanno prezzi altissimi”.
“Sì”, dico, “ho questa idea”.
“Ci contavo”, dice il conducente dell’autobus. “E quindi, ha anche idea dell’agitazione, quasi della frenesia che prende i collezionisti quando vengono ritrovati – in vecchie soffitte, nel corso di vendite all’asta, eccetera – esemplari di francobolli introvabili dei quali non si aveva notizia”.
“Senza dubbio”, dico.
“Bene”, dice il conducente dell’autobus, “passando dall’elegante metafora alla realtà, lei assimilerebbe la signorina in questione a un francobollo facile da trovare o a un francobollo introvabile?”.
“Obiettivamente”, dico, “una simile bellezza non è facile da trovare”.
“Provi dunque”, dice il conducente dell’autobus, “a mettersi nei panni di un collezionista”.
“Di francobolli?”, dico.
“No, di bellezze femminili”, dice il conducente dell’autobus.
“Ok”, dico, “sono nei panni”.
“E per concludere”, dice il conducente dell’autobus, “provi a realizzare quali sentimenti può provare un collezionista di bellezze femminili nello scoprire che una bellezza femminile quasi introvabile, già vincolata a un buzzurro coperto d’oro probabilmente falso, è oggi svincolata e disponibile sul mercato”.
“Ho capito”, dico. “Quella ragazza lì, lei ambisce farsela”.
“Perché, lei no?”, dice il conducente dell’autobus.
“Veramente al momento ero preso da un altro aspetto della faccenda”, dico.
“Quale aspetto, di grazia?”, dice il conducente dell’autobus.
“Ma”, dico, “il fatto che con oro falso si possano conquistare ragazze vere”.
“E’ come i romanzi”, dice il conducente dell’autobus.
“Prego?”, dico.
“I romanzi”, dice il conducente dell’autobus, “raccontano storie inventate: e tuttavia lei ride, o piange, per davvero”.
(Lascio a voi immaginare chi fosse in realtà l’ignoto commentatore apparso in calce alla storiella precedente con la firma “Il conducente dell’autobus”…).
Allora: dal sillogismo entimemico (e dalla sua smentita) qui passiamo al dialogo socratico. E’ chiaro che qui la credibilità della storiella non ha più nessuna relazione col mondo dell’esperienza di un qualunque lettore: è in relazione con l’esperienza che un lettore ha avuto (leggendo le storielle precedenti) col “mondo di giulio mozzi”, che a questo punto può essere descritto come: un mondo nel quale le operazioni retoriche e logiche tendono a stare dentro la realtà.
Il “mondo di Giulio Mozzi” diventa quindi “vero” non nel senso che corrisponde a un’esperienza materiale, ma nel senso che rappresenta – con modi narrativi – delle operazioni retoriche e logiche (delle quali, eh sì, abbiamo esperienza). Tanto che, forse inevitabilmente, si arriva alla fine a mettere esplicitamente in questione la credibilità stessa della storiella:
“I romanzi”, dice il conducente dell’autobus, “raccontano storie inventate: e tuttavia lei ride, o piange, per davvero”.
Ma a questo punto – e direi: giustamente, a questo punto – un lettore insorge e, firmandosi “Santiago”, scrive nello spazio dei commenti:
Scusate ma sono l’unico che non si strappa i capelli su questa “altissima” pagina di letteratura?
Sono l’unico che si rende conto che un conducente di un autobus non parla così? Che non c’è un minimo di vita reale in questa storia?
Che la metafora “ragazze bellissime-francobolli rarissimi” è banalotta e strausata?
Ma soprattutto sono l’unico che non capisce il senso o meglio il perchè sprecarci una pagina su una cosa così? Ripetibile un milione di volte stando solo attenti a cambiare qualche leggera sfumatura?
Mi sa di sì.
Ovviamente “Santiago” ha ragione in tutto e torto nel complesso. Che cosa gli è successo? E’ successo che, evidentemente, a lui il “mondo di Giulio Mozzi” (come sopra definito) dice poco, o risulta non percepibile. Perciò confronta il conducente dell’autobus del racconto con i conducenti d’autobus della sua esperienza, anziché considerare il conducente dell’autobus del racconto come semplice portatore di un’istanza logico-retorica. E perciò non prende gli stereotipi dei quali le storielle sono fatti come elementi di un ragionamento (giocoso, se si vuole e finché si vuole) ma pretende che gli restituiscano, diciamo così, personaggi che potrebbero esistere in carne e ossa.
Ovviamente, il fraintendimento di “Santiago” può derivare da un’insufficienza artistica delle storielle. O da una sua personale indisponibilità a “stare al gioco”. Ma questo non è importante: è importante che “Santiago” sia intervenuto al momento giusto, cioè quando il concetto stesso di credibilità viene messo in crisi.
(Da notare – ma non ci addentriamo, sennò ne usciamo pazzi – che si chiama Santiago anche un personaggio che appare, sempre piuttosto di sfuggita, in tre o quattro miei racconti).
Sesto giorno, sesta storiella: Quelli che la disprezzano.
Sono a Tencarola, al capolinea del 12, seduto sulla panchetta sotto la pensilina. Aspetto il 12 delle 14.30. Sto leggendo Rituum forma. La teologia dei sacramenti alla prova della forma rituale di Loris Della Pietra, edizioni Il Messaggero. Sono a pagina 283.
Fa un freddo cane.
Arriva il tipo dell’oro. Senza oro addosso.
“Amico”, dico facendo un gesto sul mio petto come per figurare una collana, “problemi? Hai dovuto vendere l’oro?”.
“No”, dice il tipo. “Lasciato casa”.
“E come mai?”, dico.
“Cambiata vita”, dice il tipo.
“E che cambiamento hai fatto?”.
“Basta ragazze che guarda solo oro”, dice il tipo. “Basta ragazze che si stufa subito. Basta ragazze che lo fa solo normale“.
“Ma a te come piace farlo?”, dico.
“Amico”, dice il tipo, “saranno casso miei”.
Si siede accanto a me sulla panchetta. Da una tasca della giacca di pelle scamosciata tira fuori Sulla religione. Discorsi a quegli intellettuali che la disprezzano, di Friederich D. Schleiermacher, edizioni Queriniana.
Si immerge nella lettura.
Sbircio. E’ già a pagina 42.
Qualcuno, non ricordo chi, scrisse una volta che una storia è fatta di un inizio, una fine, e di una certa quantità di roba messa in mezzo per tenere lontana la fine dall’inizio.
Questa storiella ha sostanzialmente lo scopo di posticipare la fine della vicenda (che arriverà infatti nella storiella successiva e ultima). Ma serve anche a fare una cosa che tutte le narrazioni tradizionali (o stereotipate) fanno: sistemare i personaggi.
Il nostro mendicante ex opulento, sconfitto dalla rivolta dell’entimema, cede e si assimila al personaggio lettore. Ma anche questo è l’inizio un sillogismo retorico:
– con l’oro non conquisto ragazze,
– proviamo con i libri.
E rimaniamo quindi sempre nel “mondo di Giulio Mozzi”, dove le operazioni logiche e retoriche stanno nella realtà.
Arriviamo quindi alla fine, dal titolo garbatamente ironico (visto quanto detto finora): Nella vita.
Sono a Tencarola, al capolinea del 12, seduto sulla panchetta sotto la pensilina. Aspetto il 12 delle 14.30. Sto leggendo Rituum forma. La teologia dei sacramenti alla prova della forma rituale di Loris Della Pietra, edizioni Il Messaggero. Sono a pagina 311.
Accanto a me è seduto il tipo dell’oro, anche oggi senza oro. Legge Sulla religione. Discorsi a quegli intellettuali che la disprezzano, di Friederich D. Schleiermacher, edizioni Queriniana. E’ a pagina 75.
Il sole scalda, ma c’è un venticello freddo e sottile.
Arriva Santiago.
“Ragazzi, ma cosa diavolo leggete nella vita?”, dice.
Chi è “Santiago”? E’, diciamo, un omonimo del commentatore contestatore di cui sopra. E’ un personaggio che non ci sta al gioco del narratore. E’ un personaggio che rompe tutto, e determina quindi la fine della storia. Mettendola insieme in crisi, perché se “Il conducente dell’autobus” che si sporgeva a testimoniare è abbastanza scopertamente un intervento dell’autore, i lettori di tutta la serie hanno ben esperito “Santiago” come personaggio ammantato sì di mistero (non se ne conosce la vera identità), ma tuttavia ben reale. E trovarlo qui, che dice qualcosa di tutto sommato coerente con i suoi interventi nei commenti…
Conclusione.
Vale il principio di Tommaso d’Aquino,
Un racconto è vero quando corrisponde all’esperienza, quando l’esperienza corrisponde al racconto, quando esperienza e racconto si corrispondono,
ma con una importante correzione-integrazione: che l’esperienza di riferimento non è soltanto l’esperienza della vita; ma è anche l’esperienza delle storie; e, in particolare, l’esperienza della storia stessa che il lettore sta leggendo.
Ovvero: la “credibilità” è anche, e in certi casi (come quello esemplificato) soprattutto, una faccenda di coerenza. Se il “mondo” di una narrazione sta in piedi, ossia è coerente, allora quella narrazione potrà essere (volontariamente, temporaneamente) “creduta”. Perfino nei casi limite (come quello esemplificato), nei quali la narrazione finisce col richiedere, per propria coerenza, la smentita della propria credibilità.
E voi capite che se può essere resa credibile una storia in cui il “mondo dell’esperienza” sia il mondo delle operazioni retoriche e logiche, rendere credibile un mondo con draghi e maghi è altrettanto possibile. Certo: nel momento in cui a un drago squillasse il telefonino, entreremmo di botto in tutt’altro mondo…




















