Dieci domande serie sui corsi di scrittura e narrazione: ultime due

La primavera è tempo di progetti. Alla Bottega di narrazione stiamo cercando di immmaginare che cosa potremmo fare nel prossimo anno (scolastico), o nei prossimi anni. Quella che ci manca, è una seria “indagine di mercato”. E’ possibile – anzi probabile – che tra ciò che piacerebbe fare a noi, tra ciò che immaginiamo possa interessare a un ipotetico pubblico, e ciò che al pubblico reale effettivamente interessa, ci sia qualche differenza. Per questa ragione proviamo a proporre delle domande. Sono una decina. Quese sono le ultime due (qui le prime due, qui la terza e la quarta, qui le quinta sesta e settima, qui l’ottava). Grazie a chi risponderà.

9. Ecco un’altra lista (vedi la precedente) di possibili argomenti di un corso di scrittura e narrazione. Puoi indicarci quali argomenti di interesserebbero di più? (Magari mettendo un punteggio, da 0 a 10). Puoi aggiungere altri argomenti?
– La strutturazione dell’intreccio,
– la scrittura della scena,
– il dialogo,
– l’impiego di simboli nella narrazione,
– la narrazione allegorica,
– la formazione dei personaggi e delle relazioni tra i personaggi,
– l’ambientazione,
– la documentazione,
– la suspense,
– la climax,
– le figure retoriche,
– il governo dello stile,
– l’uso di aggettivi e avverbi,
– ipotassi e paratasi,
– altro,
– eccetera,
– varie ed eventuali,
– proposte tue.

10. Per finire, ti chiediamo di indicarci il nome di una tua scrittrice o di un tuo scrittore di riferimento. Non necessariamente una grande personalità (siamo pur tutti sempre minuscoli nipotini di Omero): qualcuno che ti appassiona, al quale pensi mentre immagini e scrivi. Qui ti proponiamo, esclusivamente a scopo di stimolo, una nostra piccola lista: ovviamente ci aspettiamo che tu ci sorprenda.
– Alessandro Manzoni,
– Amelia Rosselli,
– David Foster Wallace,
– Margaret Mazzantini,
– Georges Perec,
– Mario Pomilio,
– Melanie Moore,
– Italo Calvino,
– John Barth,
– Jane Austen
– Alberto Moravia,
– Virginia Woolf,
– Aldo Nove,
– Gaspara Stampa,
– …
– …

Ogni risposta ci sarà utile. Grazie mille.

“Ho cercato un modo leggero e vivace di raccontare il mondo come lo vedo io”

[Questa intervista a Nicola D’Attilio, autore del romanzo Una famiglia imperfetta (pubblicato da San Paolo Edizioni e scritto nella Bottega di narrazione) è apparsa oggi in Liberi di scrivere].

Benvenuto Nicola su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Grazie a te, Giulietta e grazie a Liberi di scrivere per avermi proposto questa intervista.
Dunque, che dire di me: sono nato a Genova, città dove vivo da sempre, 39 anni fa; sposato da dieci anni (nozze di stagno, pare); due bimbi. Nella vita mi occupo di progettazione di sistemi di sicurezza per le metropolitane (telecamere e simili).
Nel tempo libero (ah, ah, ah): scrivo, gioco con i miei figli, leggo, seguo il calcio (non strettamente in questo ordine).
La passione per la scrittura, è arrivata relativamente tardi: la mia formazione è principalmente (meglio: totalmente) scientifica: un diploma da perito informatico, una laurea in informatica, un lavoro nel campo informatico (che fantasia, eh?). Non ho quindi enormi basi letterarie, per essere onesti, ma sono stato fortunato e ho incontrato insegnanti di Lettere (una in particolare: grazie Raffaella!) sempre molto preparati e motivati che mi hanno trasmesso la passione per la lettura prima, per la scrittura poi. I primi esperimenti sono iniziati infatti in quinta superiore e poi avanti negli anni universitari. Dapprima con tentativi su poesia e racconti per bambini, poi dopo un periodo piuttosto lungo di astinenza dalla scrittura, il tentativo con la prosa vera e propria e romanzi per adulti.
Da qui a “Una famiglia imperfetta” il passo è di una decina d’anni, circa.

Sei di Genova, la città di Fabrizio de Andrè. Descrivicela, raccontaci i suoi caruggi, le sue piazze, i suoi borghi, il suo lungomare. E’ una città che ami?

Premetto che vivo a Genova ma, per come è fatta la città (un lungo serpente stretto tra monte e mare), abito a una mezzoretta di treno dal centro in un quartiere cosiddetto residenziale (Pegli) che ha un bel lungomare e delle ville comunali non proprio tirate a lucido, ma quantomeno sufficienti a ospitare giochi e svaghi di bambini (e salvezza per i genitori). È sicuramente un borgo meno conosciuto e famoso rispetto al centro storico, ma ha pur sempre dato i natali a De André!
I vicoli, il centro, la zona del porto: sono tutti luoghi che ho frequentato e che frequento ma solo saltuariamente; come per Clelia, anche io li conosco meno di quanto vorrei.
Mi piace la tramontana; la focaccia e il pesto; l’atterraggio in aereo (nonostante le prime volte fosse puro terrore); il tramonto sul mare nelle terse giornate invernali, con le cime innevate dell’Appennino a parziale sfondo.
E concludo dicendo che, per quanto stia attraversando un periodo difficile e di declino, per quanto all’esterno sia più nota per il fango che non per la focaccia, può contare su tanti cittadini e associazioni che lavorano caparbiamente per risollevarla e donarle un aspetto più simile a quello che così descrisse il Petrarca, nel 1358:
“Vedrai una città regale addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare”.

Provieni da “La Bottega di Narrazione” di Giulio Mozzi e Gabriele Dadati. Parlaci di questo tuo periodo di formazione e raccontaci un aneddoto divertente accaduto durante il corso.

Alla Bottega di Narrazione devo molto, se non tutto. La scoprii tramite Vibrisse, il blog di Giulio Mozzi. Dopo averci riflettuto un anno (sono anche piuttosto lento), decisi di candidarmi per due ragioni: la possibilità di avere una valutazione del mio lavoro da parte di professionisti; la possibilità, in caso di partecipazione, di lavorare al progetto che avevo in testa (e divenuto poi “Una famiglia imperfetta”). Ricordo ancora quando ricevetti la mail che accettava la mia candidatura. Ero a Bari, per una trasferta di lavoro e ricordo la gioia per essere trai partecipanti prescelti, così come il primo incontro. Ricordo l’elenco di libri che fece Giulio, libri che eravamo caldamente invitati a leggere per il bene nostro e del nostro progetto: erano tantissimi e, ovviamente, ero carente per un buon 90% dell’elenco; mi sentii spacciato. Fortunatamente non ho dovuto leggerli tutti prima di completare corso e romanzo: l’elenco lo conservo ancora e mi sono ripromesso di riuscire completarlo (ma serviranno anni, lo so).
La Bottega per me è stata una entusiasmane esperienza lunga diciotto mesi, e che mi porterò sempre dietro. Oltre all’occasione di conoscere scrittori come Cassani, Caliceti, Mari, Montanari o la Veladiano (e Mozzi e Dadati, ovviamente!), è stato fondamentale lavorare al mio progetto insieme a Giulio e Gabriele; poter ragionare sulla struttura, sulla trama; individuare e tagliare i rami secchi o arricchire dove serviva. Questo al di là del fatto di essere riuscito a esordire nella narrativa (anche se è stato un risultato importante, certo), perché mi ha dato comunque l’occasione per capire il metodo di lavoro, le comuni difficoltà e anche per prendermi un po’ più sul serio nella veste di “scrittore”.
Il bello poi della Bottega, è che continua tutt’ora, in quanto sono sempre in contatto con Giulio, Gabriele a alcuni ex compagni e “colleghi”, come Sabrina Rondinelli (che ha pubblicato Il contrario dell’amore con Indiana) e Giovanni Fiorina (Masnago, Marsilio).

Quale è stato il consiglio più prezioso di vita e di scrittura di Giulio Mozzi?

Non credo di avere un consiglio di Giulio più prezioso di altri, al contrario credo che una discussione con lui sul proprio romanzo sia una esperienza eccezionale nella sua interezza, per il modo in cui riesce a smontarne e rimontarne la scrittura, per come riesce a capire i personaggi quasi meglio di chi li ha inventati, per la capacità di individuare ingenuità ed errori, macroscopici e non.
Ma è piacevole chiacchierare con lui in generale, anche perché si spazia dalla vita e i massimi sistemi sino a Mascia e Orso (e credo stia in questo, la grandezza).
Ora metto via il violino e chiudo con un consiglio vero e proprio che tengo sempre presente: non esistono i personaggi, ma le relazioni tra i personaggi. Ah, e il conflitto! Mai dimenticarsi del conflitto!

Qual è il significato del talento per te? Un dono o una capacità che si può aumentare con il lavoro?

Citando nuovamente Giulio, sulla tecnica ci si può sempre lavorare, sino a ottenere risultati eccellenti. Il resto credo lo faccia l’immaginario e la capacità di trovare una storia da raccontare. Nel mio piccolo ho frequentato la Bottega per questo: per capire come si costruisce un romanzo, per imparare la tecnica, ma anche a migliorare l’immaginario. Farsi domande, chiedersi dove porti la storia che stiamo scrivendo, i motivi che ha un personaggio per compiere una azione, i prerequisiti che devono essere soddisfatti: tutta una serie di ipotesi e dubbi che, se opportunamente sollevati possono aiutarti ad andare avanti.
Quindi talento sì, senz’altro. Ma l’applicazione, il lavoro, la fatica, almeno per me sono stati e saranno sempre fondamentali.

Hai esordito quest’anno con il romanzo Una famiglia imperfetta, per San Paolo Edizioni. Raccontaci come è nato questo romanzo.

Era il 2008; mia moglie era incinta del nostro primo figlio: erano mesi particolari, di attesa, i tempi si dilatavano; credo sia stato abbastanza inevitabile chiedersi come sarebbe cambiata la mia vita, la nostra vita di coppia.
Così sono nati Clelia e Diego, i personaggi della storia. Però non volevo raccontare la mia vita, o di qualcuno in particolare. Volevo fosse proprio un romanzo di finzione, sullo stile delle commedie anglosassoni. Ho quindi deciso di lavorare sui contrasti, sugli opposti, sin quasi a esasperarli per creare effetti bizzarri: da gravidanza voluta a gravidanza non voluta; da coppia stabile a coppia improbabile e distante; e così via. Ma, come accennato sopra, è solo con i consigli e l’aiuto della Bottega che sono riusciti a trasformare quello che era un tentativo di romanzo, in un risultato ben definito.

Quanto tempo della tua giornata dedichi alla scrittura? Fai tante stesure, rielabori i tuoi scritti o scrivi di getto?

Nella mia giornata tipo, il tempo dedicato alla scrittura è: zero. Devo strapparlo con forza da altre attività.
Però riesco a ovviare a questa scarsa disponibilità pensando molto e spesso alla storia che sto scrivendo: si può pensare ovunque, nel tragitto casa lavoro; mentre fai la spesa alla Coop (salvo dimenticarsi qualcosa, ma è un prezzo da pagare), mentre sei a letto e fissi il soffitto aspettando il sonno. Mi immagino la scena, i dialoghi, i personaggi nello spazio, come se stessi guardando una delle mie serie tv preferite. Solo quando ho le idee piuttosto chiare, mi ritaglio una o due ore nel weekend e butto giù quella scena.
Quindi sì, tendenzialmente scrivo di getto, ma dopo averci riflettuto molto. Poi capita che, mentre scrivo, mi vengano altre idee e segua quelle nuove direzioni, arrivando in un posto del tutto inaspettato. Allora si riparte: si pensa alle nuove soluzioni, alle nuove strade e si scrive. E così via. Una volta finita la prima stesura, faccio parecchie correzioni e rielaborazioni. E ascolto i consigli di eventuali lettori. Mi pongo molti dubbi, a volte perdo delle ore se una parola o una frase non mi sembrano coerenti o in linea con il ritmo del paragrafo. Sono piuttosto pignolo e, fortunatamente, non ho grosse remore a cancellare o buttare via interi capitoli.

Raccontaci come è nato questo romanzo e raccontaci un andeddoto divertente accaduto durante il corso.Clelia e Diego, i protagonisti, sono una coppia controcorrente, non potrebbero provenire da due percorsi di vita più differenti e tu decidi di farli incontrare. Cosa succede?

Clelia è una donna che ama pianificare tutti gli aspetti della propria vita; seria, senza grilli per la testa, che vive con inquietudine le novità e gli eventi non pianificati. Diego è più frivolo, più portato a cercare di godersi il presente piuttosto che a costruirsi un futuro, ma nasconde una propria morale, un istintivo senso di responsabilità che si scontra con il desiderio di una vita senza problemi. Farli incontrare è stato un modo per mettere a contatto due mondi differenti, per trovarne i punti di contatto, per integrare ciò che in apparenza sembra distante. Ecco: integrazione può forse essere la parola chiave, nell’incrocio delle vite di Diego e Clelia. In generale mi piace partire da sponde opposte e trovare i punti di accordo. Credo sia un modo interessante di raccontare le storie.

Nel tuo romanzo tratti temi seri, importanti, ma lo fai con leggerezza, con garbo, attento alle piccole cose come nelle commedie brillanti di una volta. E’ il tuo modo di essere e di scrivere o hai scelto questo approccio narrativo unicamente per la storia che volevi raccontare?

Devo ammettere che i miei primi esperimenti di scrittura erano tutti piuttosto cupi, con un alto tasso di mortalità dei personaggi. Poi, un giorno, la ragazza che sarebbe diventata mia moglie mi disse qualcosa del tipo: “sappiamo tutti quanto possa essere triste la vita; prova invece a ricordare alle persone quanto possa anche essere bella e stupefacente”.
E così ho fatto, cercando un equilibrio con gli aspetti più seri della vita; un modo leggero e vivace di raccontare il mondo per come lo vedo io.
A tal proposito prendo in prestito una frase di Nick Hornby che, in una delle recensioni su The Believer a proposito dei cosiddetti romanzi leggeri dice: sono leggeri non nel senso di usa e getta o da dimenticare, anzi: sono leggeri nel senso che non sono concepiti per opporre resistenza al lettore, all’interesse del lettore: vogliono essere letti velocemente e senza fatica, ma ricercano intelligenza, complessità, profonda partecipazione e profonde intenzioni.
È un approccio narrativo che sento mio e mi sono divertito molto a scrivere questo romanzo, perché la scrittura, almeno in questa fase è per me innanzitutto divertimento. Quindi sì, credo sia la mia strada, anche per lavori futuri.

La protagonista si trova ad avere a che fare con una gravidanza indesiderata o meglio imprevista, e valuta di abortire. Non si parla spesso di aborto nei romanzi contemporanei, quasi non si volesse prendere posizione. Perché hai scelto di infrangere questo tabù?

Non è stata una scelta consapevole, ovvero non mi sono seduto un giorno davanti al PC e mi sono detto: rompiamo un po’ questo tabù dell’aborto.
Certo, la scelta del proseguimento o dell’interruzione di una gravidanza indesiderata o inattesa è spesso affrontata ideologicamente, ma nel caso di questo romanzo ho cercato di trattarla in modo del tutto differente: non ideologico insomma; la scelta di Clelia è una scelta umana e basta. Non c’è una presa di posizione, pro o contro, nel romanzo. Solo l’esperienza di una donna, del suo singolo caso e delle sue emozioni nell’affrontarlo. Non è un romanzo sull’aborto e mi preme evidenziarlo. Anzi, direi piuttosto che si tratta di una commedia sull’imprevedibilità della vita (oltre che sulla famiglia, ovviamente); su quanto siamo in fondo foglie mosse dal vento.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Per il genere a cui mi ispiro, ovvero una commedia o comunque un testo brillante, ci sono libri e autori importanti nel mio percorso formativo e a cui più o meno mi ispiro: Nick Hornby, innanzitutto, che è forse il modello che prendo maggiormente a riferimento, Roddy Doyle, McCourt che, con “Le ceneri di Angela” racconta una storia profondamente tragica con una leggerezza e comicità tali da renderlo inarrivabile, almeno per me. Infine la Kinsella, che per tecnica, brio e ritmo dei suoi romanzi non può che rappresentare un altro ottimo esempio.
E poi ci sono i libri che hanno segnato il mio percorso, ai cui autori sono rimasto inevitabilmente legato (su tutti: Calvino, Carver, Hemingway). In V superiore, come premio di partecipazione alle olimpiadi della matematica, mi regalarono una copia di “Cent’anni di solitudine” (su iniziativa dalla mia insegnante di Lettere, sempre lei!): fu devastante, persi non so quante volte il filo del racconto, tanto da disegnarmi un albero genealogico a parte; ma fu al contempo una avventura splendida e mi piace pensare che, se qualcosa in quel periodo della mia vita si è smosso facendomi avvicinare alla scrittura, quel qualcosa sia accaduto durante quella lettura.

Ci sono progetti di traduzione per l’estero?

Non che io sappia, per il momento, ma se accadesse ne sarei ovviamente ben contento.

Cosa stai leggendo in questo momento?

In questo esatto momento: Primavera di bellezza di Fenoglio. Ho però appena finito Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace; avevo iniziato Infinite Jest ma non sono stato in grado di arrivare in fondo (ma ci riproverò…), così ho ripiegato su qualcosa di più gestibile (almeno per le mie capacità), volendo conoscere meglio questo autore: ne è valsa decisamente la pena.

Prossimi progetti?

Qualcuno mi ha chiesto se ci sarà un seguito di Una famiglia imperfetta: da una parte mi piacerebbe, anche per approfondire figure che qui sono rimaste in secondo piano come Primo Maggio o Margherita; dall’altra però, i sequel sono sempre pericolosi e credo che me ne terrò alla larga.
Piuttosto, credo continuerò a scrivere sulla famiglia, esplorandone altri aspetti e problematiche, ma sempre con leggerezza. È un argomento che mi affascina, che mi piace raccontare e sul quale credo ci sia ancora tanto da dire, nonostante già se ne parli parecchio.

“Quanto è labile il confine tra ciò che è considerato bene e ciò che non lo è”

[Questa segnalazione di Claudia Grende è apparsa ieri, 4 giugno 2015, in Papero].

Masnago, il romanzo d’esordio di Giovanni Fiorina, non è soltanto un romanzo sul basket.

È il 1999 e i Roosters Varese stanno vincendo il decimo scudetto, ma Andrea Lanciano, giocatore di talento, è alle prese con la sua vita. Il padre, piccolo imprenditore in ambito idraulico, a causa di un’emorragia cerebrale lascia Andrea e l’azienda di famiglia con un grosso debito. Si tratta del pagamento di una somma considerevole per l’acquisto di una palazzina, da dare al losco Dicuonzo, intenzionato a ottenere i soldi con la forza e le minacce. E come durante una partita talvolta è necessario inventarsi una vittoria ai limiti della correttezza, così per Andrea si apre una via verso la Svizzera, fatta di traffici illeciti, di soldi facili e di un’illegalità che pare inevitabile.

Nella vita di Andrea ci sono l’amore di Elena e l’amicizia di Luca e della Ale; c’è la consapevolezza sempre più chiara della complessità delle cose, di quanto labile sia il confine tra ciò che è considerato bene e ciò che non lo è. Insomma, c’è la maturità che arriva tutta in una volta, insieme allo scudetto e alla prova più difficile che Andrea abbia mai dovuto affrontare.

C’è infine il basket, come luogo ideale al quale Andrea Lanciano può continuare a guardare per trovare la forza di crescere e di salvare, ad ogni costo, i beni del padre.

“Studiata e coinvolgente leggerezza”

[Questo articolo è apparso nel quotidiano Il giornale di Vicenza, oggi 4 giugno 2015].

Può essere che – come sussurrano i maligni e/o gli invidiosi – si sia tuffato in quest´avventura per allontanare il più possibile l´ingresso a tempo pieno nelle aziende di famiglia, ma è certo che il prodotto risulta sicuramente apprezzabile. Giovanni Fiorina, 35 anni, due lauree, varesino di Gallarate con sangue vicentino (la mamma ha vissuto a lungo a Valdagno prima di emigrare per ragioni affettive in Lombardia), è in questi giorni nelle librerie con Masnago, un romanzo che ha trovato nella veneziana Marsilio una casa editrice convinta delle sue possibilità.

Masnago è un popoloso quartiere di Varese famoso oltre i confini cittadini anche per ospitare gli impianti sportivi, dallo stadio al palazzetto dello sport, quello che fa da sfondo alle gesta dei quattro protagonisti della storia. Andrea, Elena, Luca e Ale appartengono un po´ a tutti i generi della società, il ragazzo orfano di madre che all´amata pallacanestro è costretto a preferire il lavoro nell´azienda del padre, la figlia di un notaio che si ribella al progetto voluto per lei dai genitori, il giovane costretto a un lavoro saltuario da McDonald´s e la fidanzata dal carattere dominante con una spiccata attitudine per lo spaccio di droga.

Il tutto messo assieme tra svariati colpi di scena però con studiata e coinvolgente leggerezza per un libro da leggere tutto d´un fiato. E in mezzo, a mo´ di colonna sonora, qualche revival della gloriosa pallacanestro di Varese, quella che una volta si chiamava Ignis e che nel romanzo propone i vari Pozzecco e Meneghin (figlio) come punti di riferimento ed idoli indiscussi dei protagonisti. Fiorina ed il suo Masnago hanno iniziato in questi giorni il tour delle presentazioni, per il momento soprattutto in Lombardia ma sono previste a breve anche puntate in terra veneta.

Nicola D’Attilio, “Una famiglia imperfetta”

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Nicola D’Attilio ha scritto Una famiglia imperfetta durante la Bottega di narrazione 2012-2013.

Con l’entusiasmo dell’esordiente e un’abile scrittura, è riuscito a unire con equilibrio in Una famiglia imperfetta il diritto e il rovescio di questa favola postmoderna.

La recensione, di Maria Pia Bonanate, è apparsa in Famiglia cristiana, n. 21 del 2015.

Dieci domande serie sui corsi di scrittura e di narrazione: 8

La primavera è tempo di progetti. Alla Bottega di narrazione stiamo cercando di immmaginare che cosa potremmo fare nel prossimo anno (scolastico), o nei prossimi anni. Quella che ci manca, è una seria “indagine di mercato”. E’ possibile – anzi probabile – che tra ciò che piacerebbe fare a noi, tra ciò che immaginiamo possa interessare a un ipotetico pubblico, e ciò che al pubblico reale effettivamente interessa, ci sia qualche differenza. Per questa ragione proviamo a proporre delle domande. Sono una decina. Questa è l’ottava domanda (qui le prime due, qui la terza e la quarta, qui le quinta sesta e settima). Grazie a chi risponderà.

8. Ecco una lista di possibili argomenti di un corso di scrittura e narrazione. Puoi indicarci quali argomenti di interesserebbero di più? (Magari mettendo un punteggio, da 0 a 10). Puoi aggiungere altri argomenti?
– l’invenzione della storia,
– la forma del racconto,
– la forma del romanzo,
– il romanzo/racconto storico,
– il romanzo/racconto erotico,
– il romanzo/racconto giallo,
– il romanzo/racconto noir,
– il romanzo/racconto fantasy,
– il romanzo/racconto rosa,
– l’autobiografia,
– l’autofiction,
– la scrittura come conoscenza di sé,
– la narrativa per ragazzi,
– la narrativa per bambini,
– il romanzo sperimentale,
– la poesia lirica,
– la poesia narrativa,
– il reportage,
– il documentario narrativo,
– la non-fiction,
– altro,
– eccetera,
– varie ed eventuali,
– proposte tue.

Dieci domande serie sui corsi di scrittura e di narrazione: 5, 6, 7

La primavera è tempo di progetti. Alla Bottega di narrazione stiamo cercando di immmaginare che cosa potremmo fare nel prossimo anno (scolastico), o nei prossimi anni. Quella che ci manca, è una seria “indagine di mercato”. E’ possibile – anzi probabile – che tra ciò che piacerebbe fare a noi, tra ciò che immaginiamo possa interessare a un ipotetico pubblico, e ciò che al pubblico reale effettivamente interessa, ci sia qualche differenza. Per questa ragione proviamo a proporre delle domande. Sono una decina. Queste sono la quinta, la sesta e la settima (qui le prime due, qui la terza e la quarta). Grazie a chi risponderà.

5. Mettiamo che ti venga proposto un corso di scrittura e narrazione breve (diciamo: un fine settimana, per un totale di 16/18 ore; una decina di appuntamenti serali, per una ventina d’ore circa), dedicato a un argomento specifico che ti interessa (es.: il colpo di scena, l’autobiografia, l’uso degli aggettivi, la revisione ecc.) e con un insegnante che ti convince: quanto saresti disposto a spendere per frequentarlo?

6. Mettiamo che ti venga proposto un corso di scrittura e narrazione più consistente (diciamo: cinque fine settimana, per un totale 80/90 ore; o una trentina di appuntamenti serali), dedicato a una formazione di base (e naturalmente con un insegnante che ti convinca): quanto saresti disposto a spendere per frequentarlo?

7. Spesso si dice che si dovrebbero organizzare dei corsi di lettura, piuttosto che dei corsi di scrittura e narrazione: sei d’accordo? E: se l’idea di un corso di lettura ti interessa e ti incuriosisce, che tipo di contenuti vorresti che ti venissero offerti? (es.: lettura analitica di pochi testi, lettura di molti testi, guida alla lettura di testi contemporanei, guida alla lettura di testi classici; guida alla letteratura italiana, guida alla letteratura Usa, guida alla letteratura danese; fondamenti di narratologia e/o stilistica; altro; varie ed eventuali).

Rischiatutto, gioco condotto da Mike Bongiorno, 1972. Al centro è riconoscibile Massimo Inardi, amatissimo campione
Rischiatutto, gioco condotto da Mike Bongiorno, 1972. Al centro è riconoscibile Massimo Inardi, amatissimo campione

Dieci domande serie sui corsi di scrittura e narrazione, 3 e 4

di giuliomozzi

La primavera è tempo di progetti. Alla Bottega di narrazione stiamo cercando di immmaginare che cosa potremmo fare nel prossimo anno (scolastico), o nei prossimi anni. Quella che ci manca, è una seria “indagine di mercato”. E’ possibile – anzi probabile – che tra ciò che piacerebbe fare a noi, tra ciò che immaginiamo possa interessare a un ipotetico pubblico, e ciò che al pubblico reale effettivamente interessa, ci sia qualche differenza. Per questa ragione proviamo a proporre delle domande. Sono una decina. Queste sono la seconda e la terza (qui le prime due). Grazie a chi risponderà.

3. Spesso nella scelta di un corso di scrittura e narrazione non conta tanto il programma quanto il docente. Puoi dirci quali caratteristiche dovrebbe avere, secondo te, l’insegnante ideale?

4. Se hai già frequentato un corso di scrittura e narrazione, puoi dirci se l’insegnante ti è sembrato adeguato – o addirittura bravo -, e perché?

Dieci domande serie sui corsi di scrittura e narrazione, 1 e 2

di giuliomozzi

La primavera è tempo di progetti. Alla Bottega di narrazione stiamo cercando di immmaginare che cosa potremmo fare nel prossimo anno (scolastico), o nei prossimi anni. Quella che ci manca, è una seria “indagine di mercato”. E’ possibile – anzi probabile – che tra ciò che piacerebbe fare a noi, tra ciò che immaginiamo possa interessare a un ipotetico pubblico, e ciò che al pubblico reale effettivamente interessa, ci sia qualche differenza. Per questa ragione proviamo a proporre delle domande. Sono una decina. Ecco le prime. Grazie a chi risponderà.

1. Hai mai frequentato un corso di scrittura e narrazione? Se sì, puoi dirci che cosa ti è sembrato più interessante e utile, e cosa ti è sembrato meno interessante e utile, tra i contenuti del corso?

2. Se hai talvolta desiderato frequentare un corso di scrittura e narrazione, ma non l’hai mai fatto perché le proposte esistenti non ti convincevano, puoi dirci che cosa non ti convinceva?

Gravidanza e colpi di scena nell’esordio di D’Attilio

di Alessandro Zaccuri

[Questo articolo è apparso nel quotidiano Avvenire il 1° maggio 2015].

E la capra in copertina che ci fa? Quello che faceva la gallina in Una notte da leoni, primo episodio di una saga comico-cinematografica in parte grossolana ma costruita con notevole intelligenza narrativa. La capra, come la gallina, è l’inesplicabile che si insinua nella vita dei protagonisti, peraltro già abbastanza sottosopra. Ma è proprio lo sguardo innocente e attonito dell’animale, alla fine, a guidare verso una ricomposizione dei fatti che, nel caso del romanzo d’esordio di Nicola D’Attilio, è anche riscoperta di senso.
Una famiglia imperfetta – il libro con la capra in copertina, appunto – è un racconto lieve e inconsueto, e non solo peché il tono è decisamente più scanzonato rispetto alla linea di un editore come San Paolo. Basti dire che l’avvio della trama è costituito dalla gravidanza indesiderata di Clelia, trentenne appena uscita da una lunga e inconcludente relazione amorosa. Non è il tipo da avventure di una sola notte, però una volta le è capitato, e quella volta le è bastata per ritrovarsi ad aspettare un bambino. Che non vuole, o almeno così lei dice, e che si prepara addirittura ad abortire. Nel frattempo, però, coinvolge Diego, il padre per caso, renitente alla paternità più ancora di quanto Clelia lo sia alla maternità. I due sono più o meno coetanei, lui è donnaiolo per tradizione di famiglia o, forse, per contraddittorio spirito di conservazione. Magari cambierà, ma prima lei dovrebbe cambiare idea.
Perché questo accada si mettono in moto forze inattese e potenzialmente contrastanti. La famiglia di Clelia, in primo luogo, all’interno della quale i genitori Andrea e Anna conservano un segreto, a questo punto non irrilevante, relativo alla primogenita Margherita. E poi gli amici di Diego: lo stralunato Primo Maggio (quello che si porta in casa la capra) e la coppia composta da Matteo e Marta, che invece un figlio lo vorrebbero a ogni costo, tanto da valutare l’ipotesi di trasformare Clelia in una sorta di madre surrogata.
Il clima, insomma, è quello di molta commedia sentimentale dei nostri anni, tra affetti liquidi e identità instabili. Siamo dalle parti del primo Muccino o della serie tv Modern Family, spregiudicata nella presentazione dei temi ma spesso straordinariamente tradizionale nella soluzione dei dilemmi di volta in volta sollevati.
Quale sia l’esito della favola verosimile di Clelia e Diego è una scoperta che, mai come in questo caso, va lasciata al lettore. Quello che non si può fare a meno di segnalare è invece il talento singolarissimo che il quasi quarantenne D’Attilio (ha più o meno l’età dei suoi personaggi, e si sente) ha affinato alla scuola di Giulio Mozzi e della sua Bottega di narrazione. Di particolare efficacia, nella fattispecie, l’ambientazione del romanzo in una Genova quotidiana e per niente oleografica, dove De André si limita a fare di tanto in tanto da colonna sonora e non tutte le strade portano per forza a Via del Campo.

Nicola D'Attilio, durante la presentazione di Una famiglia imperfetta presso la Bottega di narrazione
Nicola D’Attilio, durante la presentazione di Una famiglia imperfetta presso la Bottega di narrazione

Raccontare il cambiamento / Un laboratorio con Marco Drago

di Marco Drago

Preambolo

cropped-alterlogo.jpgInterviste, sbobinamenti, raccordi narrativi, aggiunta di elementi extratestuali (fotografie, mappe, reperti), confezionamento, montaggio e infine l’approdo: un’inchiesta, un reportage, un documentario narrativo.
Il progetto Raccontare il cambiamento non è un corso di lezioni teoriche con esercitazioni. Prevede invece un immediato coinvolgimento per costruire un artefatto che, una volta costruito, può subito diventare interessante e autosufficiente.
Andiamo con ordine.
Il cinema si è da tempo adeguato alla tendenza contemporanea a nobilitare il “reale”, il “vero”, in contrapposizione al “finzionale”: i documentari (dai più rudimentali ai più funambolici) occupano saldamente un posto importante in quello che è oggi il panorama della cinematografia. In televisione abbondano reality show e talent show in cui si cede il centro del palco a persone qualsiasi. In letteratura (allargando il campo possiamo dire: nel campo della parola scritta) abbiamo biografie, autobiografie, autofiction, nonfiction, memoir, profili Facebook, blog ecc. ma apparentemente non esiste ancora il corrispettivo del documentario cinematografico. L’intento di Raccontare il cambiamento è proprio quello di creare dei “documentari narrativi” in cui l’autore agisca da regista e quindi scompaia e lasci il posto agli altri, nello specifico ai protagonisti della storia che intende raccontare.

Cambiamenti

Il cambiamento è uno dei principali motori della narrazione: in tutte le scuole di scrittura insegnano che un buon racconto non fa altro che mettere in scena un cambiamento nella vita di uno o più individui. Un cambiamento che può essere piccolo come grande, ma pur sempre un qualcosa che modifica lo stato delle cose e provoca delle conseguenze. Ci si può concentrare sull’attimo in cui il cambiamento si verifica, oppure sugli attimi immediatamente precedenti o successivi, ma al centro dell’attenzione resta sempre il terremoto che fa sì che la situazione subisca delle modifiche.

Modus operandi

Innanzitutto: trovare le persone da raccontare. Ovviamente il percorso più semplice è quello di chiedere ad amici o parenti. I completi estranei difficilmente accetterebbero, a meno che non siano a loro volta amici o parenti di amici.
L’autore deve diventare un regista, per cui si deve nascondere. Deve avere un registratore, condurre lunghe interviste, selezionare i pezzi che gli sembrano adatti, sbobinarli mettendoli per iscritto, montarli inframmezzandoli a raccordi narrativi di suo pugno, ma conservando una specie di oggettività e neutralità – tipo la voce fuori campo del documentario. Se si tratta di un documentario a tesi (come quelli di Michael Moore) ovviamente (e purtroppo) la voce dell’autore non può che caratterizzare il documentario stesso, ma se potessimo scegliere lasceremmo perdere quel tipo di taglio e ci concentreremmo di più su un tipo di documentario neutro, distaccato.
Il lavoro di montaggio è molto importante, da quello dipende la riuscita o meno del prodotto finale e si consiglia di munirsi altresì di macchina fotografica per poter arricchire il proprio lavoro di una parte iconografica che può diventare essenziale. Non solo fotografie, ma anche mappe, fotocopie di reperti importanti (biglietti del treno, lettere autografe, screenshot di pagine web ecc.)

Argomenti

Alcuni esempi di cambiamento che potrebbero rientrare nel campo d’indagine del corso (e che suggeriamo rientrino)
1. Un divorzio o una separazione (punto di vista di entrambi i soggetti coinvolti, e magari pure dei figli).
2. Un cambio di città (o di nazione o continente; addirittura un cambio di quartiere o di casa.
3. La morte di una persona cara.
4. La nascita (meglio se non attesa) di un figlio.
5. Un cambiamento di sesso.
6. Un cambiamento di preferenze sessuali (un gay che si innamora improvvisamente di una donna o una donna etero che improvvisamente si innamora di un’altra donna ecc – anche in questo caso è preferibile intervistare tutte le persone coinvolte, compresi/e gli/le ex di chi decide di cambiare).
7. La perdita del posto di lavoro.
8. Un cambiamento importante e/o improvviso nella vita professionale.
9. Un rovescio finanziario.
10. Un improvviso successo (professionale, finanziario, artistico).
11. Chirurgia estetica (meglio se estrema, ma anche quella minima ha un suo valore di profondo cambiamento).
12. Taglio di capelli (può sembrare banale, ma se ci si pensa bene non lo è affatto).
Eccetera.

Iscrizione

Per iscriversi è necessario scrivere entro il 1° giugno 2015 all’indirizzo della Bottega di narrazione (bottega@laurana.it) dichiarando di volersi iscrivere; e allegando un breve testo nel quale si spiegherà il cambiamento che si vuole raccontare (e le persone che ci si propone di intervistare).

Calendario

Domenica 28 giugno, ore 14-19,
sabato 4 e domenica 5 luglio, ore 14-19,
sabato 25 e domenica 26 luglio, ore 14-19.

Nel primo incontro ciscuno presenta la propria idea di documentario. Il docente spiegherà come organizzarsi: prepararsi a fare delle fotografie e delle registrazioni audio; prepararsi ad avere un certo tipo di atteggiamento durante le interviste. Non mancheranno consigli su come sbobinare, consigli sulla “voce fuori campo”, consigli su come progettare e attuare il montaggio del documentario, consigli su come procurarsi dei reperti visivi utilizzabili.

Nel secondo incontro
– si fa il punto della situazione,
– ciascuno racconta come stanno andando le cose,
– si parla delle difficoltà incontrate,
– si discutono eventuali cambi di rotta,
– ciascuno mostra quello che ha: foto, reperti, le parti già scritte, le scalette,
– il docente si concentrerà sulla “voce fuori campo” insistendo su alcune scelte alternative: oggettività neutrale vs soggettività; assenza vs presenza; rivolgersi al lettore vs marrazione impersonale eccetera.

Nel terzo incontro
– ciascuno presenta il proprio documentario,
– si organizza la pubblicazione in ebook e il sito,
– si vedrà se alcuni lavori potrebbero avere anche una vita radiofonica usando i file audio.

Quota d’iscrizione

350 euro, iva compresa.

Il docente

Marco Drago
Marco Drago
Marco Drago (Wikipedia), è autore di romanzi e programmi radiofonici, fondatore della rivista Maltese Narrazioni e direttore della collana Laurana Reloaded. Ha pubblicato: L’amico del pazzo, Domenica sera, Zolle, Baladin, La vita moderna è rumenta, Sesso calcio e rock’n’roll per Feltrinelli; Cronache da chissà dove per minimum fax e La prigione grande quanto un Paese per Barbera.

Avviso agli editori / I romanzi della Bottega di narrazione

Domenica 12 aprile 2105 la Bottega di narrazione ha incontrato il mondo editoriale (editori, funzionari editoriali, consulenti editoriali, agenti letterari ecc.).

Hanno presentato estratti delle loro opere: Salvatore Barbara, Elianda Cazzorla, Michele Faustini, Michela Fregona, Elisabetta Giovetti, Claudia Grendene, Daniela Russo, Giorgio Turco.

Chi fosse interessato a leggere la presentazione delle opere – e un breve estratto di ciascuna – può cliccare sull’alfabeto qui sotto e scaricare il fascicolo distribuito il 12 aprile. Di ogni autore sono forniti anche i recapiti.

Clicca sull'alfabeto per prelevare il documento
Clicca sull’alfabeto per prelevare il documento

La Bottega di narrazione si mette in mostra

Domenica 12 aprile 2015, tra le 10 e le 17, a Milano presso lo Spazio Melampo (via Carlo Tenca 7, due passi dalla Stazione centrale), la Bottega di narrazione si mette in mostra.

Un agguerrito manipolo di nuove narratrici e nuovi narratori, sotto l’occhio attento di Gabriele Dadati e Giulio Mozzi – conduttori della Bottega -, proporrà la propria opera a un inclito pubblico di professionisti dell’editoria.

Gli editori, editor, consulenti editoriali, funzionari editoriali, agenti, eccetera, che desiderassero partecipare sono pregati (se possibile) di avvisare: scrivendo a Gabriele Dadati (dadati@laurana.it).

Chi non potesse partecipare può richiedere, scrivendo al medesimo indirizzo, il fascicolo contenente i sunti e gli estratti delle opere.

Il buffet si annuncia favoloso.

Domande più frequenti, 3

di giuliomozzi

hanes-vintage-ad-1L’immagine che adorna questo terzo post di domande e risposte è una vecchia pubblicità della Hanes. Veniamo dunque alle domande relative al bando della Bottega di narrazione 2014-2015.

9. Ci sono preferenze riguardo al tipo di progetto narrativo? Sono preferibili progetti mainstream, oppure è ben accetta anche la narrativa di genere? (E nel caso, di che genere?).

E’ bene accetta la narrativa di genere. Per il giallo avevamo in mente di fare qualcosa di speciale, ma poi per una serie di ragioni che non sto qui a spiegare (anche personali) non abbiamo concluso. Ci sarà comunque, in primavera 2015, un “corso di introduzione al giallo” curato da Massimo Cassani. Ecco: per alcuni generi mi sento sommamente incompetente, e quindi credo che accetteremo i progetti solo se riusciamo a individuare dei docenti e/o dei tutores adatti. Altrimenti, non accetteremo il progetto e spiegheremo all’autore che la causa del rifiuto non è la cattiva qualità del progetto stesso, ma la nostra incompetenza.

10. Cento pagine già scritte, poco più o poco meno, sono un progetto narrativo? E se sì, cosa devo inviare?

Direi che cento pagine già scritte sono anche di più di un progetto narrativo. E bisogna mandare proprio quelle cento pagine lì. Magari accompagnate da una paginetta nella quale si spieghi (se l’autore l’ha già capito) come la storia dovrebbe andare a finire.

11. E’ necessario avere alle spalle un curriculum di studi letterari?

No. Io non ho un curriculum di studi letterari.

12. Ho scritto qualche racconto e ne ho in mente altri. Posso partecipare con un progetto di raccolta di racconti?

Sì, senz’altro. Sarà poi complicato trovare un editore: ma vedremo.

Domande più frequenti, 2

I marziani possono accoppiarsi con gli umani?
I marziani possono accoppiarsi con gli umani?

di giuliomozzi

Onestamente: non sono in grado di dirvi se i marziani possano accoppiarsi con gli umani (anche se un celebre film, noto in Italia con il titolo Le ragazze della terra sono facili, sostiene che sì: non c’è nessun problema). Però posso rispondere ad alcune delle domande che ci vengono poste in merito al bando per la Bottega di narrazione 2014-15.

Qui ci sono le prime quattro domande e risposte. Eccone altre quattro:

5. Partecipare alla Bottega di narrazione garantisce la pubblicazione del mio lavoro?

No. In nessun modo. Si viene ammessi alla Bottega sulla base di un progetto. Si lavora un anno insieme (qualcosa di più di un anno). E’ chiaro che i selezionatori (Gabriele Dadati e io) cerchiamo di ammettere quei progetti che ci sembrino avere più chances di bellezza e/o di commerciabilità. Ma nessuno possiede la sfera di cristallo.

6. Che cosa succede se non arrivo alla fine del mio lavoro entro il termine della Bottega?

Succede che per altri sei mesi, se vorrai, sarai ugualmente seguito. Dopodiché Gabriele Dadati e io ci prenderemo la libertà di decidere se seguirti ancora o no. In questo momento stiamo lavorando ancora con alcune persone che hanno frequentato la prima o la seconda bottega.
Ci sono opere letterarie che hanno bisogno di ben più di un anno per essere scritte e rifinite. E ci sono persone che hanno bisogno di ben più di un anno per arrivare alla consapevolezza e alla padronanza dei loro mezzi espressivi. Naturalmente per lavorare insieme un anno, due, tre attorno a un progetto, bisogna che ci sia la convinzione da parte di tutti.
E si fa, come sempre, il possibile.

7. Il mio lavoro sarà editato?

Sì. In linea di massima, il lavoro attraversa tre fasi:
– quella della discussione preliminare dell’idea (individuazione del nucleo drammatico, ricerca della forma narrativa e della tipologia testuale, approfondimenti per l’ambientazione eccetera, studio di possibili modelli stilistici e/o narrativi,
– quella del controllo in corso d’opera, sia sul piano narrativo sia sul piano stilistico;
– quella della revisione finale, ovvero l’editing propriamente detto.
Attenzione, però: l’editing è, in realtà, un’attivià propria dell’editore. Un buon editing è quello che l’autore fa in collaborazione con l’editore. Quindi l’editing che si farà in Bottega non sarà mai da considerarsi definitivo.

8. Ho quattordici progetti. Posso presentarli tutti?

No, quattordici no: se hai quattordici progetti, è probabile che almeno dodici siano delle semplici idee, o addirittura delle impressioni.
Però: se ne hai due, e se su entrambi hai già riflettuto, e preferisci che si discuta insieme a quale dei due dedicare (o dedicare principalmente) l’investimento: presentali entrambi.

Domande più frequenti, 1

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di giuliomozzi

Ecco alcune delle domande che mi sono state rivolte in questi giorni, a proposito del bando per la Bottega di narrazione 2014-2015.

1. Come deve essere scritto il progetto? Il “soggetto” deve essere lungo una pagina, quattro pagine, quindici pagine? Devo allegare un curriculum, un’autopresentazione, la tesi di laurea?

Ribalto la domanda. Mettetevi nei panni miei e di Gabriele Dadati (ossia di chi farà la selezione). Se foste voi, a fare la selezione, che cosa preferireste ricevere? Due righe striminzite, un testo ragionevolmente dettagliato, o un poema in quattordici canti?
Il vostro bisogno, come selezionatori, è: avere informazioni. Perché se escludete qualcuno che della Bottega avrebbe potuto giovarsi, è un errore; e se includete qualcuno che invece non se ne potrà giovare, gli avrete fatto spendere soldi e tempo per nulla.
Il vostro bisogno, come selezinatori, è: capire esattamente che cosa quella persona ha in mente di fare, capire quali sono le potenzialità di quella persona.
Tornate quindi nei vostri candidi panni (vi state infatti candidando): e decidete che cosa sottoporci, e in quale forma.
Due dettagli: (a) poiché selezionare è il nostro lavoro, ragionamenti del tipo: “Gli mando una cosa breve breve, ché se la faccio troppo lunga non la guardano neanche” sono decisamente fuori luogo; (b) l’invio dell’eventuale tesi di laurea (in file separato) è sempre gradito (anche fosse una tesi di produzione animale o di fisica teorica).

2. Posso mandare uno storyboard disegnato?

E perché no?

3. Ho già partecipato a un master della Holden, a due anni dei corsi di Raul Montanari a Milano, e a un Atelier d’écriture a Nantes. Mi prendete lo stesso?

Dipende dal progetto che presenti. Però stiamo già cominciando a domandarci se sei un secchione, uno zuccone, o un innocuo maniaco.
Detta più seriamente: talvolta ho l’impressione che l’accumulo di corsi e controcorsi sia semplicemente il segnale di un’insicurezza di fondo. E devo dire: non sarà un ulteriore corso a toglierti l’insicurezza.

4. Mi piacerebbe parlare con qualcuno che abbia già frequentato la Bottega.

Allora: cliccando qui trovi tutti i testi della prima Bottega (2011). Cliccando qui trovi quelli della seconda (2012-2013). Ci sono i recapiti (e quasi tutti, tra l’altro si trovano pure nei social network).

Simonetta Viterbi, “Gero” / Racconto e documentazione dell’editing

Per chi avesse tempo da perdere (o da impiegare con profitto, a seconda delle opinioni), ecco un altro esempio di “lavoro di scuola” (dopo quello sul racconto di Mimmo De Musso As an old memoria).

Si tratta di un racconto di Simonetta Viterbi, “apprendista” presso la Bottega di narrazione attualmente in corso. (La ringraziamo per la disponibilità).

Presentiamo in sequenza (tutti i testi sono in pdf):

– la quinta fase di redazione del racconto. Si tratta ancora di poche pagine. Preleva.

– La proposta di “rimontaggio” di quelle poche pagine fatta da Giulio Mozzi a Simonetta Viterbi. Alla proposta era unito un suggerimento: usare l’aspettativa del compleanno per mantenere una certa tensione nella parte iniziale del racconto. Preleva.

– il racconto completo, nella redazione (la settima) sottoposta all’editing. Preleva.

– il medesimo testo, con tutte le annotazioni di Giulio Mozzi: cioè il lavoro di “editing lineare”, come a volte viene barbaramente chiamato. Preleva.

– l’ottava redazione, messa a punto da Simonetta Viterbi dopo l’editing. Preleva.

[Il piede viene da qui].