Dieci cattivi motivi per non voler diventare uno scrittore, contestati punto per punto

di Giulio Mozzi

blogdeathNel blog di Alessandro Girola ho trovato questo articolo (del 7 gennaio 2012), che intendo contestare: non perché ce l’abbia con Girola, che non conosco, né perché Girola dica particolari sciocchezze: il suo decalogo mi è semplicemente sembrato una buona raccolta di luoghi comuni correnti.

Le parti in nero sono di Girola, quelle in chiaro sono mie. L’immaginetta è tratta dall’articolo originale.

1. Girano pochissimi soldi. In Italia gli scrittori che vivono della loro arte sono forse una decina. I libri rendono qualche spicciolo o poco più. In quasi tutti i casi non si va nemmeno in pareggio col tempo e le risorse spese in fase di creazione. Il numero degli acquirenti di cartacei e/o ebook è esiguo. I canali d’informazione dedicati ai libri sono scarsissimi e spesso autoriferiti.

Conosco personalmente più di dieci scrittori che “vivono della loro arte”: alcuni ci campano assai bene, altri con semplicità ma senza farsi mancare nulla; alcuni, una minoranza, hanno scelto di avere pochi bisogni.
C’è peraltro un certo numero di scrittori che vive non solo (e, spesso, non tanto) della “propria arte”, ma di attività che all’arte propriamente detta si affiancano: scrivono per il cinema o per le fiction televisive, scrivono nei giornali, fanno letture pubbliche (spesso assai belle, per l’esperienza mia), lavorano nell’editoria internamente o come consulenti, traducono, insegnano la cosiddetta scrittura creativa, eccetera (io potrei essere un buon esempio). Va notato che probabilmente queste persone non sarebbero arrivate a fare quei lavori senza qualche libro pubblicato alle spalle.
E c’è infine un certo numero di scrittori che campano di un lavoro non necessariamente contraddittorio con la scrittura: qualcuno avrà notato, per esempio, che gli insegnanti di Lettere sono frequenti nella categoria.

Il mercato del libro è composto da “lettori deboli” e “lettori forti”; il numero dei “lettori forti” (cioè: che leggono almeno un libro al mese) è stimato dall’Istat (dati riferiti al 2105) nel 13,7% del totale dei “lettori” (i quali sono il 42% della popolazione sopra i 6 anni). Quindi: 24 milioni di lettori su 52 milioni di persone sopra i 6 anni di età, e tra quelli 3 milioni e 300 mila lettori forti (mentre circa 12 milioni sono i lettori più deboli, quelli da un libro all’anno).
Mi pare che non siamo alla desertificazione della lettura. Sostenere che “il numero degli acquirenti di cartacei e/o ebook è esiguo” mi pare un po’ esagerato.

Dal 2012 a oggi i lettori di libri digitali sono aumentati, ma questo (ovviamente) nel 2012 Girola non poteva saperlo. E’ certo che il digitale oggi è un settore importante dell’editoria, ed è certo che non c’è stata la rivoluzione (“Tra due anni leggeremo tutti in digitale!”) che alcuni profetizzavano.

I canali d’informazione dedicati prevalentemente ai libri, a parte i supplementi dei maggiori quotidiani (Corriere, Repubblica, Stampa, Sole 24 ore) e le rubriche nei vari settimanali, consistono in qualche programma televisivo (il più seguito attualmente credo che sia Per un pugno di libri) e in uno storico – ormai quasi ventennale – programma radiofonico (Fahrenheit; lo share di Radio3, nel primo semestre del 2016, è stato di 1.433.000 ascoltatori, Wikipedia). Poi c’è un sacco di roba in rete, se qualcuno non se ne fosse accorto.

(Ci sarebbe anche da dire: non è necessario essere uno scrittore professionista, per essere uno scrittore. Ma questo è un altro discorso).

2. Gli editori italiani sono dei cialtroni. Fanno eccezione pochi, lodevolissimi casi, ma per il resto il panorama è catastrofico. Imprenditori incompetenti, avventurieri delle parole, dilettanti allo sbaraglio, gente che non paga. Il panorama umano è davvero variegato, ma quasi esclusivamente in senso negativo.

L’espressione “dilettanti allo sbaraglio” impedisce di mettere nel mucchio dei “cialtroni” le imprese editoriali “storiche”, ovvero il 70% (a occhio) dell’editoria italiana: che non sono certo condotte da “dilettanti”. (A meno che non si voglia considerare “dilettanti” Gian Arturo Ferrari o Carlo Feltrinelli o Stefano Mauri o Antonio Franchini o Elisabetta Sgarbi o Alberto Rollo e compagnia briscola: ma allora il senso della realtà scricchiola).

Mi è comprensibile la categoria degli “imprenditori incompetenti”, tra i quali vanno messi innanzitutto quelli che non riescono a produrre profitto (e non parlo delle normali ciclicità). In questo àmbito il mercato è un giudice severo: chi perde sistematicamente soldi, chiude. La piazza si ripulisce da sé. E quella della “gente che non paga” mi pare una sottocategoria degli “imprenditori incompetenti”: smettere di pagare fornitori, autori e collaboratori è, di solito, la prima scelta di chi non è capace di cavar profitto da ciò che fa.

Meno comprensibile mi risulta la categoria degli “avventurieri della parola” (che a me peraltro suona ambigua: potrebbe anche essere intesa positivamente – so che non è così nel contesto).

Quanto al “panorama umano”, mah: in vent’anni e passa di frequentazione ho avuto che fare con un delinquente vero (oggi fallito), un onest’uomo disperato (pure fallito), un certo numero di improvvisati (soprattutto nei ruoli meno qualificati), molte persone sanamente e onestamente nella media, parecchi professionisti eccellenti, una dozzina di persone straordinarie. Il mio bilancio non è così negativo. Ma ciascuno, su certe cose, giudica dalle frequentazioni che ha (e non sempre si riesce a scegliere chi frequentare).

3. Scrivere è un attività priva di sex appeal. Nessuno vi troverà affascinanti se affermerete “sono uno scrittore”. Al limite vi guarderanno con sospetto. In fondo siamo uno dei paesi europei con meno lettori in proporzione alla popolazione alfabetizzata. Meglio imparare a giocare a calcio, o fare le modelle.

Potrei smentire con centinaia di esempi, ma tengo per me la mia vita privata.

L’errore, secondo me, consiste nel dichiarare: “Sono uno scrittore”. In vent’anni e passa di esperienza, la maggior parte di coloro che mi si sono presentati così sono risultati (a mio giudizio) pessimi scrittori; e gli scrittori ottimi, per quello che li conosco, non si sognerebbeo mai di dichiararsi tali.

(Io, per quanto mi riguarda, di solito ammetto di aver pubblicato dei libri; e là mi fermo).

4. Le soddisfazioni sono poche. Aspettatevi un numero esiguo di complimenti, anche nel caso in cui decideste di regalare i vostri lavori. Pochi feedback, qualche “grazie” sibilato tra i denti, molte critiche (vedi punto 5).

Chi ha un’idea precisa e realistica del valore del proprio lavoro non ha bisogno di complimenti. (E, in genere, non ha sentimenti di gratitudine verso chi glieli fa).

Più in generale, c’è un momento nella vita nel quale si diventa adulti.

5. Le critiche sono tante. Qualunque cosa voi facciate, troverete sempre il tizio disposto a bocciare il vostro lavoro in nome di una decina di refusi sparsi in duecento pagine di libro.

Girate la lettera o l’articolo all’editore (che deciderà di cestinarla o di fare un cazziatone al proto), e passate ad altro.

6. I parassiti vi stresseranno. Per la serie “io parlo bene del tuo libro se tu parli bene del mio”. Oppure, altro esempio “io ti invito a scrivere un racconto per la mia antologia, in cambio tu cerchi di venderla ai tuoi amici”. Qualità, disinteresse, passione? Parole che presto dimenticherete.

Nel momento in cui si spargerà la voce che non stai al gioco, nessuno più tenterà di tirarti in questi giochi. Perché si sparga la voce che tu non stai al gioco, è necessario che tu non stia al gioco.

7. Troll alle porte. Oltre ai criticoni citati nel punto 5, si faranno presto vivi anche i veri e propri troll. Blogger la cui esistenza sembra vincolata alla sacra missione di distruggere la dignità degli scrittori, e non solo di esercitare un sacrosanto diritto di critica. Attaccheranno voi, le vostre opere, la vostra persona, la vostra etnia, ogni singola parola scritta fuori posto. Vi renderanno la vita un inferno.

Ah sì? Al di là dell’ingenuo accostamento di “troll” e “blogger” (e Girola scriveva questo prima dell’esplosione in Italia dei social network), devo dire che gli attacchi degli sciocchi fanno male solo a chi dà credito agli sciocchi. E chi dà credito agli sciocchi è… [completate voi la frase]

8. La dipendenza. Piaccia o meno, la scrittura causa dipendenza. Ed è una passione che richiede tempo, impegno e fatica. Scrivere di notte, nei ritagli tra lavoro, famiglia e vita sociale può diventare un inferno, un’ossessione. Per poi arrivare a un dunque e cadere nei problemi citati finora.

Sono un ex scrittore. Quando scrivevo i miei racconti di notte, nei ritagli tra lavoro e famiglia (niente vita sociale, non ne avevo voglia) ero felicissimo. Adesso faccio quasi solo scrittura simil-giornalistica (questo articolo ne è un esempio) e non sento la mancanza di ciò che è finito.

9. Solitudine. Forse è esagerato dire che scrivere è una passione solitaria, ma di certo non è nemmeno l’espressione artistica che vi permetterà di conoscere chissà quante persone.

Perché, è importante “conoscere chissà quante persone”? Non va bene (e non basta) giocare a calcetto con gli amici il giovedì o a cena con le amiche il venerdì, fare una pizza con i colleghi due volte l’anno, andare in parenti quanto basta, partecipare alle feste di compleanno di tutti i compagni di asilo o di scuola della propria prole, eccetera?

(Ah, ma capisco; capisco bene. Quando una persona mi avvicina, e nei primi trenta secondi di conversazione mi dice di essere amico di questo e di quello, so che quando avvicinerà qualcun altro sarò incluso nella lista).

10. Un giorno arriverete a scrivere una lista come questa, e cercherete di riderci su.

Ma le mie contestazioni sono serissime.

Dieci affermazioni false sul conto della cosiddetta scrittura creativa, che si sentono dire in giro

Un citrullo
Un citrullo

di Giulio Mozzi

[Se talvolta indico una fonte, ciò non significa che l’affermazione si trovi solo lì: significa che lì ho trovato una formulazione che mi è parsa interessante].

1. Il tempo della letteratura è finito. Ormai siamo nell’epoca della scrittura creativa (e stiamo per transitare nell’èra dello storytelling).

2. Nata in molti paesi come manifestazione spontanea di giovani scrittori, la scrittura creativa è diventata un fenomeno di costume, anche con buoni risultati editoriali e con il fiorire di scuole di Scrittura creativa.

(Questa, più che un’affermazione falsa, è un’idiozia: da Wikipedia, s.v.).

3. La scrittura creativa è stata inventata negli Stati uniti d’America.

4. La scrittura non deve servirti per raggiungere notorietà e fama, ma soddisfazione nel vedere gente pronta a pagare per leggerti (fonte).

5. Il fondamento della scrittura creativa è il piacere: si scrive per il piacere di scrivere.

6. Talvolta la causa è una reale mancanza di tempo, ma in altri casi è la paura di creare a bloccarci perché realizzare qualcosa costringe inevitabilmente a confrontarsi con il critico più spietato di tutti: se stessi (fonte).

(Se considero la quantità di opere inedite orribili che ricevo, direi che il signor Sestessi non è proprio il più spietato dei critici).

7. La scrittura creativa si basa su tecniche precise.

8. Per semplificare la lettura al suo pubblico, lo scrittore deve usare un linguaggio semplice, facile, lineare, scorrevole e comprensibile. Un linguaggio che deve coincidere con il linguaggio standard o ufficiale, insomma con il linguaggio che rispetta grammatica e sintassi. Le “licenze” poetiche non sono ammesse. Indicano che non si appartiene al mondo della scrittura (fonte, p. 36).

9. La scrittura creativa libera i tuoi sentimenti più profondi.

10. Tutti possono diventare scrittori.

(Il passo successivo è: “Se l’hai scritto, va stampato!”).

Dieci verità sulla scrittura cosiddetta creativa che nessuno ha mai osato dirvi, ma che qui vi diciamo

Questo non è un testo
Questo non è un testo

di Giulio Mozzi

1. Non esiste la scrittura creativa. Esiste la scrittura.

2. Chiunque sostenga che la scrittura creativa è un tipo particolare di scrittura, dice una sciocchezza.

3. Peraltro, non esiste la scrittura. Esiste la produzione di testi.

4. Un testo deve aderire al proprio scopo. Nient’altro è importante.

5. Per aderire al proprio scopo, un testo deve fare uso dei mezzi appropriati.

6. Perché un testo aderisca al proprio scopo è indispensabile che l’autrice o autore abbia ben chiaro lo scopo.

7. La chiarezza sullo scopo può arrivare in corso d’opera.

8. Non tutti possono sensatamente darsi lo scopo di correre come il vento o saltare come cavallette: analogamente, non tutti possono sensatamente darsi lo scopo di produrre testi di grande bellezza.

9. La vita è piena di cose molto interessanti.

10. Una di queste affermazioni è falsa (forse quest’ultima).

Dieci buoni motivi per interrompere la lettura di un libro

1. sono arrivati gli alieni. D'accordo, questa è una buona ragione per smettere di leggere - qualunque cosa tu stia leggendo ora
1. Sono arrivati gli alieni. Questa è una buona ragione per interrompere la lettura – qualunque cosa stiate leggendo ora
D'accordo. Se non lo leggerai proprio tutto, nessuno te ne farà una colpa
2. D’accordo. Se non lo leggerete proprio tutto, nessuno ve ne farà una colpa
3. Occhei. Se siete favorevoli alla creazione di un telefono rosacroce contro la diffusione della Gender Theory, a questa pagina potete fermarvi
3. Occhei. Se siete favorevoli alla creazione di un telefono rosacroce contro la diffusione della Gender Theory, a questa pagina potete fermarvi
4. No: se avete comperato un biglietto per il prossimo viaggio del Titanic, non potete interrompere la lettura
4. No: se avete comperato un biglietto per il prossimo viaggio del Titanic, non potete interrompere la lettura
5. Se vi viene il dubbio che sia un falso, potete smettere di leggere
5. Se vi viene il sospetto che sia un falso, potete interrompere la lettura
6. Se avete il dubbio di averlo già letto a puntate in "vibrisse", potete omettere del tutto la lettura
6. Se avete il dubbio di averlo giù letto a puntate in “vibrisse”, potete omettere del tutto la lettura
7. Se siete già pienamente soddisfatte dele vostre parti aggettanti, potete lascaire questo libro ad altre
7. Se siete già pienamente soddisfatte dele vostre parti aggettanti, potete lasciare questo libro ad altre
8. Se non vi ricordate più dove l'avete messo, potete passare a un altro libro
8. Se non vi ricordate più dove l’avete messo, potete passare a un altro libro
9. Oh, beh, se vuole prima finirlo lui, pazienza
9. Oh, beh, se proprio vuole prima finirlo lui, pazienza

10. Ahimè, credo che ormai sia proprio impossibile finir di leggerlo.

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Dieci cose da tenere presenti se si vuol far funzionare decentemente una storia

Perché un dinosauro? Leggi il punto 9
Perché un dinosauro? Leggi il punto 9
di Giulio Mozzi

Premessa: tra “far funzionare decentemente una storia” e “scrivere una storia eccellente” c’è una bella differenza; così come tra “scrivere una storia eccellente” e “scrivere un capolavoro”. Lo scopo dei seguenti consigli è il raggiungimento del minimo sindacale.

1. Una storia è costituita da una successione di eventi legati tra loro da cause ed effetti.

2. La relazione tra cause ed effetti non è mai automatica. Non è che se Tizio dà un pugno a Caio, Caio necessariamente gliene restituisca otto. Caio potrebbe cadere a terra tramortito; potrebbe porgere l’altra guancia; potrebbe fremere impotente; potrebbe chiamare aiuto; potrebbe ringraziare (esistono i masochisti); potrebbe declamare una poesia di Giovanni Pascoli (dai Canti di Castevecchio, preferibilmente). Ogni causa può generare molti effetti, e noi dobbiamo non solo stabilire quale effetto sarà generato, ma anche (direi: soprattutto) perché sarà generato quell’effetto lì e non tutti gli altri possibili.

3. La stessa cosa vale all’incontrario: un effetto può essere generato da diversissime cause. Se Tizio se ne va in giro con gli occhi bassi, potrebbe essere stato lasciato dalla fidanzata (la perfidissima Petronilla); potrebbe essergli morto il gatto; potrebbe avere qualche meditazione in corso (sul senso della vita, sull’opportunità di contrarre un mutuo, sul colore del divano da comperare, sulla sensatezza del suo amore per Petronilla, la perfida); potrebbe avere il torcicollo; potrebbe essere stanco; e così via. Nel momento in cui presentiamo una situazione, dobbiamo non solo aver presente quali cause l’hanno generata: ma anche (direi: soprattutto) perché quella situazione ha avute quelle cause lì, e non altre (tra le quasi infinite possibili).

4. Istintivamente ci rendiamo conto che certe connessioni causa-effetto sono più probabili di altre; o quantomeno sembrano più probabili al senso comune. Ora: non è che nella nostra storia a ogni evento-causa debba seguire il più probabile (o ritenuto tale) degli eventi-effetto; soprattutto, non è che sia più realistica la più probabile delle relazioni causa-effetto.

5. Il funzionamento delle relazioni causa-effetto dipende dalle circostanze in cui accade ciò che accade. Se vogliamo che accada una certa cosa (a es. che il ragionier Peressutti diventi improvvisamente ricchissimo; o che lo rapiscano gli alieni; o entrambe le cose; ec.), dobbiamo immaginare le circostanze che la rendano credibile, ovvero che rendano necessarie le connessioni tra cause ed effetti.

6. In realtà i diversi tipi di narrazione presentano, circa la connessione tra cause ed effetti, esigenze diverse. Per esempio:

Mercoledì 20 luglio 2016 il ragionier Peressutti, spinto da una vago presentimento, per la prima volta in vita sua comperò dal tabaccaio – investendo 5 euro – una tessera del SuperLotto. Il giorno dopo – sempre dal tabaccaio: il ragionier Peressutti era un fumatore incallito – la fece controllare e scoprì di aver vinto il jackpot: 72 milioni di euro. Chiese al tabaccaio una sedia. Il tabaccaio, oltre a fornire la sedia, provvedette a fargli vento con un giornale. Dopo venti minuti il ragionier Peressutti si sentì meglio, si alzò, ringraziò il tabaccaio e disse: “Vado in banca. Sapranno loro come fare”. Furono le sue ultime parole. La banca era difronte. Mentre il ragionier Peressutti attraversava la strada, un raggio azzurro piovve dal cielo e lo rapì. Solo dieci anni dopo la moglie, la geometra Tumminielli, riuscì a ottenere una dichiarazione di morte presunta e – grazie alla testimonianza del tabaccaio che aveva effettuato il controllo – a incassare la somma, nel frattempo sostanziosamente erosa dall’inflazione.

Qui abbiamo un evento casuale, senza cause precise: il ragioniere non aveva mai comperato un biglietto del SuperLotto (né, si può presumere di altri giochi). Ma la cosa è sopportabile, sopportabilissima, perché: (a) è evidentemente che il regime del racconto non è esattamente di tipo realistico; (b) è evidente che l’andatura del racconto è giocosa; (c) ma, soprattutto, la vincita è qui proposta come evento scatenante, e gli eventi scatenanti hanno tutto il diritto di non avere cause precise (altrimenti, dovremmo sempre risalire ad Adamo ed Eva). Il “vago presentimento” della prima riga può restare – appunto – nel vago. Se il ragionier Peressutti fosse un giocatore abituale, nulla cambierebbe nella storia successiva.
Quanto agli alieni, è noto che ogni tanto prendono su qualcuno per studiarselo.

7. Le domande che devono guidare la costruzione del racconto sono dunque:

** Che cosa bisogna che accada prima, perché possa ragionevolmente accadere dopo ciò che io fin dal principio desideravo che accadesse?

** Dato che è accaduto quel che è accaduto, quale contesto devo allestire perché ciò che accade dopo appaia come ragionevolmente (se non proprio necessariamente) conseguente da ciò che è accaduto prima?

(Si tratta, per certi aspetti, della medesima domanda: ma ci sono delle sfumature).

8. Nessuna storia è la storia di un personaggio solo: tutte le storie sono storie di personaggi che si incrociano. Ogni personaggio è portatore di un desiderio (magari nichilistico, ma pur sempre un desiderio): la storia risulta dal conflitto, dalla competizione, dall’associazione, dalla divergenza, eccetera, dei desideri dei personaggi. I promessi sposi non esisterebbero se un certo giorno don Rodrigo, mentre andava a spasso con suo cugino il conte Attilio, non avesse avuto un (lieve) moto di desiderio nei confronti di una certa bella ragazzotta; se il conte Attilio, per desiderio di primeggiare, non avesse sfidato don Rodrigo a farsela, quella ragazzotta; se don Rodrigo, per desiderio di non sfigurare davanti al cugino, non avesse accettato la sfida; se Lucia non fosse stata seriamente e serenamente innamorata di (cioè desiderosa di) Renzo; se Renzo a sua volta non fosse stato seriamente e serenamente innamorato di (cioè desideroso di) Lucia; e via dicendo.
Di cosa parlano dunque le storie?
Di desideri, ovviamente.

9. La differenza tra una serie di fatti e un racconto è l’ordinamento dei fatti stessi. In un racconto si può mettere alla fine ciò che cronologicamente è avvenuto all’inizio; si possono rimescolare le carte e i tempi; anzi: si devono rimescolare le carte e i tempi. Nessuno è più noioso di chi racconta una storia per filo e per segno. La sequenza di episodi che costituiscono la parte “meravigliosa” dell’Odissea sarebbe noiosissima, se il racconto non fosse costruito a incastro (la narrazione, vi ricordo, comincia – dopo quella sorta di prologo che sono i libri in cui il figlio Telemaco lo cerca presso tutti i reduci della grande guerra troiana – con Ulisse che se ne sta placidamente a godersi le grazie della ninfa Calipso sull’isola di Ogigia; riceve poi l’ordine divino di mettersi in viaggio per tornare alla sua Penelope; si fa uno zatterone e parte; fa naufragio; arriva a una spiaggia dell’isola dei Feaci; il re dei Feaci lo tratta con ogni rispetto, lo invita alla sua mensa, fa venire un cantore; il cantore comincia a cantare la grande guerra troiana; Ulisse – che aveva celata la sua identità – si commuove; lo interrogano; e finalmente lui racconta di Circe, dei Lestrigoni, del Gigante Monocolo, e così via. Dopodiché l’ordine cronologico viene ripreso fino alla sfida ai pretendenti e al ricongiungimento con Penelope).
O pensate alla potenza di un racconto brevissimo come: “Quando si svegliò, il dinosauro era ancora lì” (Augusto Monterroso).

10. Se non si possono fare grandi lavori di montaggio, si può lavorare sull’annuncio. L’esempio classico è quello dei Vangeli: che interesse (narrativo) avrebbe la storia di Gesù di Nazareth, se non sapessimo che egli è in un qualche modo misterioso il “figlio di Dio”, se non esistesse una “scrittura” precedente nel quale il suo destino è “già scritto”, se non sapessimo che c’è un “destino” che lo attende, se Gesù stesso non provvedesse, qua e là, a notificare ai suoi increduli sostenitori l’inevitabilità e l’imminenza di tale destino? E se non sapessimo, infine, che dall’accettazione o dal rifiuto di tale “destino” verrà la salvezza o la perdizione dell’intero genere umano?

[Se l’articolo ti è sembrato interessante, potresti dare un’occhiata al bando per il Corso fondamentale di narrazione. Grazie].

Dieci cose che è utile tenere presenti se si vuole scrivere un buon dialogo

di giuliomozzi

1. In linea di massima, una buona scena è una scena nella quale accade qualcosa (all’inverso: una scena nella quale non accade niente, non è – in linea di massima – una buona scena). Ciò che accade è un fatto: un fatto che sta in una concatenazione di effetti e di cause con gli altri fatti che compongono la narrazione. Nel momento in cui scriviamo un dialogo, ricordiàmoci che stiamo scrivendo un “fatto”.

2. Che tipi di fatti avvengono, nei dialoghi? Principalmente, avviene questo: che la relazione tra i personaggi (che partecipano al dialogo) viene modificata. Faccio, per spiegarmi, degli esempi immaginari:

“Ah, dimenticavo”, disse la madre alla figlia. “E’ un pezzo che volevo dirtelo. Tu non sei figlia di tuo padre. Ebbi un’avventura alle Terme di Chianciano, tanti anni fa”.

“Passami il vino”, disse Bepi.
“No”, rispose Toni, “hai già bevuto troppo”.

“Ti amo, Rosita”, disse Juan.
“Io no”, disse Rosita sorridendo.

“Avrò quella monetina”, disse Amelia, “qualunque cosa tu faccia per proteggerla”.
“Vedi tu”, disse zio Paperone. “Comunque guarda che quella nella teca è una copia”.

Eccetera. Naturalmente noi sappiamo che la monetina nella teca è quella vera, e che zio Paperone dice quel che dice solo per ingannare Amelia (che è una strega, sì, ma non è particolarmente sveglia). Che qualcosa si modifichi nei rapporti tra i personaggi è evidente – mi pare – negli esempi primo e terzo; forse un po’ meno nel secondo. Cosa avviene tra Toni e Bepi? Avviene che Toni si prende una responsabilità nei confronti di Bepi.
Se volete un esempio più strutturato, andate a leggervi la prima metà del capitolo xxxiii dei Promessi sposi. Dove Rodrigo si scopre malato di peste, e nel corso del dialogo tra lui e il Griso cambia tutto (saltate pure il racconto del sogno di Rodrigo, che è una concessione al gusto del tempo – ed è brutto).

3. Che qualcosa si modifichi nel rapporto tra due personaggi, non è solo un fatto: è uno dei più importanti fatti che possono avvenire in una narrazione, ed è spesso al centro della narrazione. Se ci pensate: che cosa avviene in una narrazione? Avviene che ci sono dei personaggi, e le relazioni tra loro si modificano. Renzo e Lucia erano lui celibe e lei nubile, e poi diventano sposati (tra loro). Mattia Pascal era vivo e aveva un’identità, ora è… che cosa è Mattia Pascal? Qualcosa di indefinito. La storia di Robinson Crusoe, questo noiosissimo bricolagista, diventa interessante quando ci accorgiamo che quell’isola è bazzicata anche da qualcun altro. E così via.

4. Passando dall’immaginazione della situazione alla scrittura, il primo criterio da seguire è: che ciascuna battuta di un dialogo deve far passare un’informazione, implicita o esplicita. Le battute che non portano informazioni – che cioè, alla lettera, non significano nulla – sono semplicemente inutili. Non servono nemmeno a far passare il tempo. Poiché le informazioni che passano non esplicitamente sono spesso le più interessanti, faccio qualche esempio:

“Gino, com’è andata a scuola?”.
“Mamma, mi fai la pasta col sugo?”.

E’ evidente che Gino omette di rispondere: e questa omissione è un’informazione, non esplicita.

“Gino, com’è andata a scuola?”.
“Mi ha interrogato in matematica”.

E’ evidente che Gino omette di dire com’è andata l’interrogazione: e questa omissione è un’informazione, un pochino più esplicita che nel caso precedente.

“Gino, com’è andata a scuola?”.
“Il prof di matematica è una carogna”.

E’ evidente che Gino tenta un’ellissi: di arrivare, cioè, a una conclusione saltando vari passaggi (il prof di matematica l’ha interrogato; l’interrogazione è andata male; ma non è colpa di Gino; la colpa è del prof, che è una carogna).
Eccetera. Una risposta non a tono, o non del tutto a tono, è spesso il segnale del passaggio di un’informazione non esplicita.

5. Ma: per chi sono le informazioni date nei dialoghi? Risposta: per i personaggi. Non per chi legge. Scrivere dialoghi per passare informazioni a chi legge è, in linea di massima, cattiva pratica. Meglio, piuttosto, se non si riesce a far intuire la situazione al lettore, mettere le informazioni nella narrazione.

“Ciao mamma, oggi alla Standa ho incontrato Gianroberto, il cognato di tua zia”.

Possiamo facilmente immaginare che la mamma sappia perfettamente chi è Gianroberto. Le parole “il cognato di tua zia” sono quindi per il lettore e non per il personaggio. Potremmo allora scrivere:

“Ciao mamma, oggi alla Standa ho incontrato Gianroberto”.
Gianroberto era il cognato della zia della mamma di Ginetto.

Non è il massimo della leggerezza, ma è sempre meglio di:

“Ciao mamma, oggi alla Standa ho incontrato Gianroberto”.
“Chi? Il cognato di mia zia?”.
“Proprio lui”.

O di:

“Ciao mamma, oggi alla Standa ho incontrato il cognato di tua zia”.
“Chi, Gianroberto?”
“Proprio lui”.

Diverso è il caso di:

“Ciao mamma, oggi alla Standa ho incontrato Sergio”.
“Tuo cugino?”.
“No, il tuo amante”.

Qui avviene un fatto: Ginetto rivela alla mamma di essere a conoscenza di qualcosa (che forse la mamma preferiva tener nascosto, o almeno non esplicito). Potremmo anche immaginare, però, una situazione nella quale tra Ginetto e la madre le cose sono già da prima esplicite. Per esempio se il dialogo continuasse così:

“Eh? Mi aveva detto che oggi doveva andare a Modena”.
“Ah, ecco perché non mi ha neanche salutato. Era con una tipa bionda”.

Informazioni che passano tra i personaggi: e il lettore origlia, guarda, immagina, intuisce. Divertiamoci a continuare:

“Eh? Mi aveva detto che oggi doveva andare a Modena”.
“Era con una tipa bionda, stavano al reparto lingerie“.
“E tu cosa ci facevi al reparto lingerie?”.
“Mamma, ormai ho sedici anni! Ho una mia vita!”.

Eccetera.

Scrittura creativa, Creative writing, Editing, Consulenza narrativa, Consulenza letteraria

6. Un criterio facile da dire, ma meno facile da assimilare, è questo: se una battuta sembra implicare una risposta quasi necessaria o altamente probabile, si può eliminare la battuta (o, meno spesso, la risposta), o sostituirla con un gesto muto.

“Ginetto, com’è andata a scuola?”.
Ginetto s’infilò nel bagno.

La non-risposta vale come una risposta (evasiva, e con qualche implicazione: come abbiamo già visto).
Altro esempio:

“Ginetto, hai comperato il kebab?”.
“Quale kebab?”.

Oppure:

“Ginetto, hai comperato il kebab?”.
“No. Problemi?”.

Oppure:

“Ginetto, hai comperato il kebab?”.
“Cosa si mangia oggi, mamma?”.

Oppure:

“Ginetto, hai comperato il kebab?”.
Ginetto aprì il frigo e ne scrutò l’interno.

A me pare evidente che l’ultima soluzione è più efficace (il dialogo è in sé miserello: ma portate pazienza, son solo esempi).

7. Può essere utile immaginare un dialogo come una trattativa. Nella quale ciascun personaggio ha qualcosa che vuole tenere per sé, e qualcosa che vuole condividere per un suo certo scopo. Nell’esempio della lingerie, per dire, si può tranquillamente attribuire a Ginetto una qualche strategia nei confronti della madre. Che le sia rivelando qualcosa che lei pensava lui ignorasse; che stia affrontando con nonchalance un argomento ormai pacifico tra loro; che faccia il finto tonto o il provocatore esplicito: sempre è evidente che Ginetto si comporta come uno che vuole qualcosa in cambio (del suo silenzio, della sua complicità, del suo contributo al lavoro di intelligence sul conto dell’amante, ecc.). Se alla fine del dialogo non ci fossero un’offerta, una controfferta, una mediazione eccetera, il dialogo perderebbe senso.

8. Non solo i contenuti propriamente detti, ma anche il tono della voce, la scelta del lessico, il modo di rivolgersi all’altro, eccetera, fanno passare informazioni. Però, attenzione: tutto, in linea di massima, deve stare dentro al dialogo. Esempio negativo:

“Non ci voglio andare!”, affermò Gino.
“Ma perché?”, domandò Gina.
“Sono fatti miei”, disse contegnosamente Gino.
“Non pensi che potresti condividerli?”, disse Gina impermalita. “In fondo”, aggiunse stizzita, “siamo marito e moglie”.
“No e poi no!”, esclamò Gino.
“Hai forse qualcosa da nascondere?”, insinuò Gina.
“Figùrati se riesco a nascondere qualcosa a te”, concluse Gino con fare noncurante; e se ne andò.

Allora: a me pare evidente che tutte quelle parole che cercano di dare il tono della discussione (“affermò”, “domandò”, “contegnosmente”, “impermalita”, “stizzita”, “esclamò”, “insinuò”, “concluse”, “con fare noncurante”) sono inutili. Se uno afferma una cosa, e che si tratti di un’affermazione è palese dalla battuta, è inutile dire che sta affermando. Se uno da una domanda, non serve dire che sta domandando. Se uno fa un’insinuazione, non serve dire che sta insinuando. Se uno fa riferimento a un luogo comune ovvio (“siamo marito e moglie”), mi pare inutile ricordare che era impermalita e stizzita. E così via.
In effetti, se si riduce il dialogo al solo parlato: non cambia nulla. Provate:

“Non ci voglio andare!”, disse Gino.
“Ma perché?”, disse Gina.
“Sono fatti miei”.
“Non pensi che potresti condividerli? In fondo siamo marito e moglie”.
“No e poi no!”.
“Hai forse qualcosa da nascondere?”.
“Figùrati se riesco a nascondere qualcosa a te”, concluse Gino; e se ne andò.

Visto?
Quindi: quando avete finito di scrivere un dialogo, ripassàtelo per togliere tutto il superfluo.

9. Evitate, a meno che il personaggio non debba fare un lungo discorso (e in quel caso è una possibilità, non una necessità) il discorso indiretto. Studiàtevi l’indiretto libero (ci vorrà un altro decalogo…).

10. Un dialogo parlato reale e un dialogo scritto non si somigliano nemmeno un po’. La naturalezza del dialogo scritto è tutt’altra cosa dal dialogo parlato reale. Se non ci credete, provate a girare con un registratore in tasca, e poi a trascrivere le vostre conversazioni.

[Questo articolo è stato pubblicato in vibrisse il 19 marzo 2015].

Dieci trucchi sicuri per diventare un classico

Questo non è un classico.
Questo non è un classico.

di giuliomozzi

1. L’aggettivo “classico” significava in origine “di classe”, ovvero appartente alla “classe” per antonomasia: la più ricca delle sei classi nelle quali Servio Tullio aveva diviso, in base alla ricchezza e quindi alla capacità contributiva, il popolo romano. Fuori dalle “classi” stavano i “proletari”. In un luogo – citatissimo – delle Notti attiche (libro xix, par. 8), Aulo Gellio per la prima volta (per quello che ne sappiamo) usa la parola riferendola agli scrittori: di qua lo “scriptor classicus”, di là quello “proletarius”. Dunque, se volete diventare dei “classici”, sapete che gente dovete frequentare.

2. D’accordo, è una paretimologia: ma per molti i “classici” sono gli scrittori che si leggono “in classe”. Se volete diventare “classici”, dunque, curate i vostri rapporti con il ministero, con i dirigenti scolastici, con gli insegnanti, con i bibliotecari, e tutta quella gente lì.

3. “Classico”, al di là delle polemiche dei secoli passati, è ancora spesso opposto a “romantico”; e il “romantico” per eccellenza, si sa, è il bohémien. Quindi, se volete diventare “classici”, curate il vostro aspetto; siate rispettabili; e, soprattutto, evitate di morire di tisi in una soffitta di Montmartre.

4. T. S. Eliot sosteneva (non mi ricodo più dove: vado a memoria) che non ci sono “classici” se non c’è un impero. Se volete diventare “classici”, dunque, sceglietevi un “impero”, ovvero una grande istituzione o una grande entità ideale (che so: il comunismo – ma è passato di moda -, la cristianità, l’anticristianità, la tifoseria juventina, i beatlesiani ecc.) nella quale collocarvi e ai cui abitanti rivolgervi.

5. Un luogo comune (ma condiviso anche, tanto per dirne uno, da Charles de Sainte-Beuve) dice che quelli che oggi ci appaiono come “classici” furono ai loro bei dì “rivoluzionari” o “scandalosi” (il suo esempio è: Molière). Se volete diventare dei “classici”, dunque, dovete valutare la fattibilità di un adeguato rivoluzionarismo capace di diventare nell’arco di un certo tempo un adeguato conservatorismo.

6. Un altro luogo comune dice che i “classici” sono quei libri che “non si leggono: si rileggono”. Se volete diventare “classici”, dunque, componete le vostre opere in modo che resistano – non per oscurità, ma piuttosto per eccesso di chiarezza: il “classico” è spesso identificato con l’ “apollineo” – a una comprensione immediata. In ogni lettura il lettore dovrebbe percepire la presenza di un residuo, di un qualcosa che una succcessiva lettura potrebbe forse donargli.

7. Se è veritiera l’analisi del “campo letterario” che Pierre Bourdieu propone in Le regole dell’arte, dovete considerare che l’acquisizione in futuro dello statuto di “classico”, cioè del massimo del potere nel campo letterario, è correlata con l’emarginazione nel tempo presente dal campo economico. Ovvero: se volete diventare “classici”, dovete rassegnarvi alla povertà; opporvi all’arricchimento (soprattutto il vostro); disprezzare il vil denaro; preferire una parca cena con un vostro vero lettore al fasto fatuo dei premi letterari; e così via. (Non fate troppo i fricchettoni, però: vedi il punto 3).

8. Lo sanno tutti che i “classici” sono belli, ma noiosi: un romanzo bellissimo e divertente è e resta e resterà un romanzo bellissimo e divertente, ma non non diventerà mai davvero un “classico” (volete un esempio? Il conte di Montecristo). Se volete diventare “classici”, dovete dunque adottare a vostro motto la celebre frase pensata (ma non detta) da don Abbondio mentre il Cardinale gli faceva il cazziatone: “Che sant’uomo! Ma che tormento!” (I promessi sposi, cap. xxvi).

9. I “classici” sono dei “modelli”: non solo per gli epigoni, ma anche per chi nelle successive generazioni li ripudierà (se voglio fare il contrario di X, X sarà pur sempre determinante in ciò che io faccio) o cercherà di superarli (come “nani sulle spalle di giganti”). Se volete diventare dei classici, dunque, provvedete a dotarvi di modelli: nessun “classico” è isolato, ma tutti i “classici” si collocano in un flusso universale di continuità.

10. Si diventa “classici”, si sa, solo dopo la morte: preparàtevi dunque a morire.

[Questo articolo è già stato pubblicato in vibrisse l’8 maggio 2015]

Dalla Bottega di narrazione, 6: Patrizia Sorrentino

Domenica 12 giugno 2016, a Milano in via Tenca 7 (Spazio Melampo, ore 10-13), la Bottega di narrazione presenta a un pubblico di operatori dell’editoria un gruppo di nuove opere scritte da Cristiana Bernasconi, Luca Bonini, Alessandro Cecchinelli, Valentina Durante, Cosimo Lupo, e Patrizia Sorrentino. Per informazioni: bottegadinarrazione@gmail.com. Negli ultimi giorni abbiamo presentato qui le sei opere.

Ecco come Patrizia Sorrentino presenta il suo romanzo.

Patrizia Sorrentino, Dissuasori per Antigone

In Dissuasori per Antigone, Giacinta, che è la protagonista, è costretta in una situazione che sembra non lasciarle via di scampo: accettare i limiti o, come Antigone, superarli; conformarsi o evadere?
Giacinta nasce negli anni ’50 a Trieste, dove i nonni materni si sono trasferiti nel 1944 da Crevatini in Istria. Viene educata secondo gli insegnamenti della Chiesa cattolica e non è un caso se suo fratello e sua sorella si chiamano Francesco e Lucia: nomi scelti dai genitori perché i figli possano riproporre il modello dei tre pastorelli di Fatima.
Cos’hanno in comune Antigone e i tre pastorelli di Fatima? Possono queste due vicende essere in qualche modo percepite come un’unità? È possibile immaginare uno spostamento coerente, un movimento, una storia che li accomuni?
Dissuasori per Antigone nasce appunto da questa associazione anomala, che riporta all’insensato ed è una sfida all’ordine costituito o quantomeno un confronto con la tradizione che prevede per Antigone la tragedia e per i tre pastorelli l’ascesi.
Si tratta di esistenze minute, che si ricompongono e si sfaldano sotto la pressione di spinte, o regole, o valori appena intravisti, talora riconosciuti o addirittura travisati, ma tuttavia vissuti come fondanti.
I contorni delle azioni di tutti i personaggi, in modo più evidente in Giacinta, sfumano comunque verso quel “fare tutto il possibile” che ognuno adatta a sua misura.
Vale per la superficialità, che naufraga in sregolatezza, di Francesco; per la pudicizia, che scivola in mascheramento, di Lucia; certo alberga nelle manifestazioni contradditorie di Giacinta, che trovano un contraltare nel trattenuto coinvolgimento di Claudio, l’amico di scuola di Francesco, tanto che anche l’amore possibile fra lui e Giacinta “si dissuade” invece in un matrimonio con Lucia; vale, ancor prima che in loro, per le motivazioni che muovono gli altri membri della famiglia di origine.
Che sia il fatalismo contadino del nonno materno, l’ancestrale fiducia nel sacro che sorregge le divinazioni della nonna, o la fede esageratamente prescrittiva dei genitori: semplificata dal padre in regole da applicare e dalla madre in un’adesione emozionale incondizionata al messaggio evangelico. Quello al quale la zia materna ha aderito diventando suora e del quale Giacinta – in una fase confusa della sua adolescenza – fa esperienza in un monastero di clausura dove incontra un’altra suora.
La conflittualità rimane sullo sfondo e la ricerca dell’armonia a tutti i costi diviene la meta ultima di Giacinta, incapace di collocare le violazioni e le mancanze della sua infanzia, sebbene stemperate dalla presenza benevola dello zio materno.
Non si arrende Giacinta, ma non vive. Ama, ma non si lascia andare; lotta, ma non riconosce il nemico.
Questo almeno finché un’occasione lacerante la costringe a schierarsi con la vita, che si genera dal cambiamento, invece che con la sopravvivenza che si acquieta nell’assenza di conflitto.

Patrizia_SorrentinoPatrizia Sorrentino vive a Trieste, dove è nata il 7 febbraio 1953. Psicoterapeuta, da sempre interessata al non detto e all’indicibile, ha studiato teologia e insegnato scrittura autobiografica alla Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari. Attualmente si occupa a Trieste di progetti di scrittura autobiografica rivolti a pazienti psichiatrici, malati oncologici e detenuti della casa circondariale.

Dalla Bottega di narrazione, 5: Cosimo Lupo

Domenica 12 giugno 2016, a Milano in via Tenca 7 (Spazio Melampo, ore 10-13), la Bottega di narrazione presenta a un pubblico di operatori dell’editoria un gruppo di nuove opere scritte da Cristiana Bernasconi, Luca Bonini, Alessandro Cecchinelli, Valentina Durante, Cosimo Lupo, e Patrizia Sorrentino. Per informazioni: bottegadinarrazione@gmail.com. Da oggi a domenica presentiamo brevemente le cinque opere.

Cosimo Lupo presenta così il suo romanzo ADA .39:

Oggi, 31 agosto 2014, io, Cosimo Lupo, mi sono fatto portare da un pallone sonda fino all’altezza di trentanovemila metri, per poi lanciarmi giù, in caduta libera. Ho portato con me un cubo di Rubik mescolato e memorizzato, da risolvere, senza guardare, durante la caduta.
Durante l’ascesa, guardando il mondo, tutto, ho selezionato le istanze da assegnare alle facce del rompicapo, costituendo il sistema mnemonico che mi consentirà di risolverlo: un gesto sportivo, una composizione musicale, una scultura, un film, uno spettacolo teatrale, un sito archeologico.
Ho accolto la complessità come ho potuto, l’ho organizzata come ho potuto; e tutto, tutto, si è iconizzato in un oggetto bello e circolare: il fisco.

ADA .39: il gioco
ADA .39: il gioco (prototipo)

Cosimo_LupoCosimo Lupo (Maglie 1969) vive a Milano. Dirige un istituto di formazione. Scrive per il teatro.

Dalla Bottega di narrazione, 4: Valentina Durante

Domenica 12 giugno 2016, a Milano in via Tenca 7 (Spazio Melampo, ore 10-13), la Bottega di narrazione presenta a un pubblico di operatori dell’editoria un gruppo di nuove opere scritte da Cristiana Bernasconi, Luca Bonini, Alessandro Cecchinelli, Valentina Durante, Cosimo Lupo, e Patrizia Sorrentino. Per informazioni: bottegadinarrazione@gmail.com. Da oggi a domenica presentiamo brevemente le cinque opere. Ecco il romanzo Afrodia di Valentina Durante.

Valentina Durante, Afrodia

Come tutte le primogenite della sua famiglia, Afrodia è nata con un dono: può guarire chi ama. Questo dono, tuttavia, è al tempo stesso una maledizione: chi è stato guarito non solo si dimentica di lei, ma sviluppa l’insopprimibile bisogno di respingerla. Afrodia, salvata e abbandonata dalla madre all’età di due anni, viene accudita da zia Eleonora. Eleonora, promettente pittrice, ha dovuto lasciare gli studi all’Accademia di Belle Arti per crescere la nipote. Col passare degli anni, zia Eleonora matura, nei confronti di Afrodia, un sentimento contrastante: da un lato un legame ossessivo, orientato a un costante controllo (Afrodia è l’unico affetto rimastole, dopo la perdita della sorella); dall’altro un’ostilità prima sottile, poi manifesta (per colpa di Afrodia, ha dovuto rinunciare alle proprie ambizioni di artista). Della sua capacità di guarire, Afrodia viene a conoscenza nel giorno del suo quindicesimo compleanno: inizialmente, non crede al racconto della zia. Poi, dopo aver salvato (e perso) un ragazzo di cui si era innamorata, Afrodia capisce che il suo destino è quello di non affezionarsi a nessuno. Inizia, per lei, un periodo di relazioni fugaci, che non implicano alcun coinvolgimento emotivo. Finché, all’età di vent’anni, rimane incinta. Afrodia decide di far nascere il bambino. L’arrivo di Daniele modifica notevolmente gli equilibri all’interno del ristretto gruppo famigliare: prima contraria alla gravidanza, zia Eleonora finisce per legarsi morbosamente a Daniele, e tenta di allontanarlo dalla madre. Afrodia, dal canto suo, cerca dapprima di non farsi coinvolgere eccessivamente dal rapporto col figlio (teme di dover soffrire ciò che ha sofferto sua madre), per rendersi poi conto che non può in alcun modo vietarsi di amarlo. Daniele cresce in un clima di tensione sempre più opprimente. Diventato adolescente, prende apertamente le distanze da zia Eleonora, di cui ha intuito l’indole egocentrica e manipolatrice: Afrodia, tuttavia, oppressa dai sensi di colpa e dal peso della maledizione (di cui Daniele non è a conoscenza), non riesce ad assecondare completamente il figlio. All’età di diciannove anni, Daniele viene investito da un’auto. Ricoverato in rianimazione, ha pochissime speranze di sopravvivere. Zia Eleonora e Afrodia si precipitano in ospedale: durante una lunga e sofferta notte, Afrodia dovrà decidere se intervenire oppure no: salvare il figlio, utilizzando un dono che non dovrebbe essere proprio degli esseri umani, oppure fare ciò che ognuno, tranne lei, è costretto a fare: accettare i propri limiti e quel che il destino riserva. Alla fine, la scelta di Afrodia non verrà svelata: in entrambi i casi – che il figlio muoia oppure che si salvi – lei lo avrà perso per sempre.
Afrodia può essere letto come una storia d’odio fra due donne. O come una storia d’amore fra una madre e un figlio. Ma Afrodia è soprattutto una grande allegoria che riflette sul rapporto fra l’uomo e i suoi limiti, fra ciò che ci è dato e non ci è dato fare e sull’ambizione – che nel personaggio di Afrodia diventa concreta possibilità – di sostituirsi a Dio.

Valentina_DuranteValentina Durante è nata a Montebelluna (TV) nel 1975. Laureata in Lingue e Letterature Orientali, si è occupata per più di dieci anni di ricerca tendenze e analisi del consumatore. Dal 2000 al 2009 ha curato il Rapporto OSEM, analisi socio-economica del distretto calzaturiero montebellunese. Da otto anni è copywriter freelance.

Dalla Bottega di narrazione, 3: Alessandro Cecchinelli

Domenica 12 giugno 2016, a Milano in via Tenca 7 (Spazio Melampo, ore 10-13), la Bottega di narrazione presenta a un pubblico di operatori dell’editoria un gruppo di nuove opere scritte da Cristiana Bernasconi, Luca Bonini, Alessandro Cecchinelli, Valentina Durante, Cosimo Lupo, e Patrizia Sorrentino. Per informazioni: bottegadinarrazione@gmail.com. Da oggi a domenica presentiamo brevemente le cinque opere. Ecco il romanzo (in corso d’opera) di Alessandro Cecchinelli.

Alessandro Cecchinelli, Tutti gli altri posti

Christine e Léa Papin
Christine e Léa Papin
1933, a Le Mans, nella sera del 2 febbraio, festa di Candelora, le sorelle Christine e Léa Papin, due ragazze a servizio in casa di un avvocato, massacrano la padrona e la figlia. Strappano loro gli occhi, infieriscono sui corpi in agonia con martello, forbici e coltello da cucina, quasi dovessero preparare un agnello al forno. Imprimono il sangue mestruale della figlia sui genitali della madre, come in un rito.

Tempo presente, il protagonista di Tutti gli altri posti – che della storia delle sorelle Papin è il narratore – ha due doveri e un’ossessione. Il primo: deve fare una ricerca su quel crimine doppio e molto raccontato per conto di qualcuno, ci sono soldi da prendere e urgenze di consegna. Il secondo: deve badare per qualche giorno alla nonna non più autosufficiente in casa dei suoi, che si sono presi, dopo tanto, una meritata vacanza. Scrittura su commissione e badanza: accudendo l’anziana, passerà il resto del tempo tra fotocopie, ritagli di giornale, navigazioni in rete, libri trovati un po’ dappertutto: pensa sarà facile concludere. E invece no. Perché è notte e, tra il ronzio del materasso antidecubito e il respiro regolare della donna addormentata, raccontare di un antico delitto, anche se è avvenuto lontano nel tempo e nello spazio, si rivela un compito arduo. Non è la ferocia a turbarlo; e neanche l’apparente assenza di un movente. Non sono i molti testi a confonderlo: del fatto si sono occupati cronisti, criminologi, psicoanalisti, intellettuali impegnati come Sartre e la De Beauvoir, Jean Genet ci ha costruito su uno dei suoi testi più rappresentati in teatro: Le serve. Il problema è semmai un’ossessione, che si è insinuata inesorabile in lui: in fondo non gli interessano le assassine, e nemmeno le vittime. Lui è ossessionato dalla sarta.

L'articolo nella rivista Détective
L’articolo nella rivista Détective
L’ha trovata in questo fugace passaggio di un articolo sul delitto Papin, comparso su una rivista dell’epoca specializzata in fattacci, Détective:

Per più di un quarto d’ora, come dichiarò in seguito la sarta che quel giorno cuciva in casa del signor Formont, il vicino, si sono udite le urla delle due vittime.

Non può smettere di chiedersi come sia possibile ascoltare tanta violenza, nella casa accanto, e attendere, non fare nulla. Che cosa avrà provato e pensato la sarta in quel quarto d’ora tutto suo? Nessuno lo sa: il dato manca, è una lacuna della storia in cui il protagonista comincia a sprofondare, mentre i suoni della notte lo confondono, gli atti di accudimento della nonna si avvicendano agli indizi sul crimine. Rapporti medico legali, vecchie fotografie su lastre di vetro, atti processuali: tracce, segni da decifrare e nella loro materialità e nei contenuti, come avrebbe fatto Sherlock Holmes. Spesso la deduzione difetta, ma l’immaginazione soccorre. L’io narrante fantastica su quello che sta dietro e ai lati delle immagini, tra le righe dattiloscritte delle fonti d’archivio: ricostruisce episodi, congettura sulle persone coinvolte, quello che non sa crede di poterlo comunque narrare, invece di tacere. Illazioni? Sono piuttosto reazioni, provocate da un vago senso di somiglianza. Perché la sarta assomiglia a qualcuno che conosce: in fondo, sua nonna, non avrebbe potuto comportarsi come lei? Magari durante la guerra, in mezzo a tutta quella violenza?

Il torto non è solo quello che si fa e si subisce. A volte è quello di chi non si siede né tra le vittime né tra gli assassini: sta altrove, nella casa accanto, magari. In tutti gli altri posti.

Nell’immaginazione del protagonista la vita della sarta e quella della nonna aderiscono sempre di più, le due donne si annodano e confondono, lo interpellano: non somigliano un po’ anche a lui?

Ecco che la storia di qualcun altro può diventare persino la propria storia, perché:

Non sei tu a raccontare il delitto, è il delitto a raccontare te.

Alessandro_CecchinelliAlessandro Cecchinelli è nato nel 1979 a Carrara (Ms), ma vive da sempre nella provincia spezzina. Dopo il diploma di liceo classico e un inizio di università, ha cominciato a lavorare. Ha fatto il commerciante ambulante, ha dato lezioni private, è stato attore in diverse compagnie della sua zona (come la Compagnia degli Scarti) e in alcuni film indipendenti. Dopo una serie di corsi di formazione, nel 2005 con altri soci ha fondato una cooperativa che si occupa di gestire e riordinare archivi e biblioteche e di valorizzare beni culturali: la Promemoria Scrl. Ne è stato presidente per alcuni anni e ora si occupa sia della sua amministrazione sia del lavoro sul campo, tra i documenti.
Attualmente fa parte dell’Associazione Culturale Rasoterra di Sarzana (Sp) che, con il Lavoratorio artistico, cerca di mantenere viva e attiva tutto l’anno una piccola casa di cultura. Cura le trasmissioni della web radio ad essa legata e partecipa all’organizzazione delle iniziative, tra cui il Festival della Mentina – Primo Festival Riduttivo (nato nel 2013 come versione off del Festivalone della Mente).

Dalla Bottega di narrazione: 2, Luca Bonini

Domenica 12 giugno 2016, a Milano in via Tenca 7 (Spazio Melampo, ore 10-13), la Bottega di narrazione presenta a un pubblico di operatori dell’editoria un gruppo di nuove opere scritte da Cristiana Bernasconi, Luca Bonini, Alessandro Cecchinelli, Valentina Durante, Cosimo Lupo, e Patrizia Sorrentino. Per informazioni: bottegadinarrazione@gmail.com. Da oggi a domenica presentiamo brevemente le cinque opere.

Luca Bonini, Il lato oppposto della pelle

Si possono insegnare emozioni che non si è sicuri di possedere? Si può aiutare l’altro a guarire se non si è certi d’essere guariti?
La storia di Teresa, all’inizio bambina complicata allontanata dalla propria famiglia, poi giovane neuropsichiatra, incontra le storie dei ragazzi rotti che urlano, piangono, scappano, si innamorano, vivono nella comunità per adolescenti in cui si ritrova, quasi per caso, a lavorare. Il romanzo si muove dal racconto in presa diretta di ciò che accade in comunità, fuori e dentro le sedute di psicoterapia, a ciò che capita a Rat e Francesca durante la fuga dalla struttura a bordo di un vecchio furgone rubato. A fare da sfondo la trasformazione di Teresa: l’incontro con l’adolescenza dei suoi pazienti rimescola, frulla, scongela; è la fatica di ogni genitore con figli di quest’età: la fatica nel sopportare la ferocia delle emozioni sbattute in faccia e l’invidia per un periodo della vita in cui tutto è ancora possibile.
Attorno i ragazzi, le loro complessità, la psicopatologia, la forza, l’azione, il raro pensare: Rat, da sempre vissuto in strutture d’accoglienza è regista delle operazioni malsane; Francesca parte alla ricerca di un padre senza trovarlo perché chiuso in fondo al baule della sala da pranzo; Laura rimbalza tra l’amore per Marcello e i tagli profondi sulle braccia; Enrico, l’unico adolescente vivente innamorato di Berlinguer, e Deborah, impegnata a uccidere topi per non ammazzare la madre.
Poco fuori Trento, Teresa dopo il lavoro raggiunge la baita di Luciano, gestore di un rifugio SAT, uomo che sa ascoltare. Teresa condivide il proprio incespicare clinico con il dottor Baldo, supervisore dai capelli grigi a cui confida le fatiche della tecnica e le fatiche dello stare dentro le relazioni. Insieme ad altri personaggi riempiono la quotidianità de Il lato opposto della pelle e ne costruiscono il lieto fine.

luca_boniniLuca Bonini nasce a Brescia nel 1974. Si laurea in psicologia all’Università di Padova suppergiù venticinque anni dopo e sempre a Padova completata la sua prima formazione post universitaria in counseling di coppia e familiare. Guidando sull’A4 si specializza in psicoterapia tra Trento e Milano. Un po’ lavora nei servizi, un po’ li dirige, un po’ fa ricerca: con questa scusa viaggia. Se non è in giro trascorre le sue giornate in poltrona. Scrive storie, le ascolta e con i suoi pazienti prova a incollare e sgarbugliare legami. Spesso per fare questo lo pagano. Abita in un paesino di trecento anime in riva a un lago di confine.

Dalla Bottega di narrazione: 1, Cristiana Bernasconi

Domenica 12 giugno 2016, a Milano in via Tenca 7 (Spazio Melampo, ore 10-13), la Bottega di narrazione presenta a un pubblico di operatori dell’editoria un gruppo di nuove opere scritte da Cristiana Bernasconi, Luca Bonini, Alessandro Cecchinelli, Valentina Durante, Cosimo Lupo, e Patrizia Sorrentino. Per informazioni: bottegadinarrazione@gmail.com. Da oggi a domenica presentiamo brevemente le cinque opere.

Cristiana Bernasconi, Pezzi di sé

Quarantatré anni, architetto, un passato prossimo da cancellare, il futuro segnato dallo spettro della crisi economica e un amore senza progettualità.
In questa realtà complessa ma statica, Anna decide di riprendere il controllo del suo corpo, sospendendo la terapia ormonale che da quindici anni tiene sotto controllo una patologia invalidante. Sa che non durerà a lungo: l’endometriosi tornerà a farsi sentire, come uno squalo aggrappato con i denti alla sua carne. Non può essere madre e crede di averlo già accettato, ma ha bisogno di riappropriarsi di quella sensibilità che rende la donna un’entità meravigliosamente ciclica. Quello che non si aspetta è il contraccolpo. I suoi organi dormienti riprendono a funzionare e i tre giorni che precedono l’ovulazione la mettono a confronto con una se stessa risoluta, sarcastica e straordinariamente determinata a compiere il volere della natura: accoppiarsi. O scopare, per dirla a suo modo.
Tre giorni di tre mesi in cui la vita di Anna è messa sotto la lente d’ingrandimento di un’analisi senza sconti. All’amore spirituale e totalizzante con un uomo che non riesce ad assumersi la responsabilità di un rapporto stabile, si contrappone l’intesa fisica ed emotiva con Leonardo Santambrogio, amico e collega.
Così, nel breve momento di sospensione dalla terapia, il mondo di Anna s’incrina e nel dolore fisico, che è sempre in agguato, si riflette la sofferenza di tante donne – quasi tre milioni solo in Italia – costrette a rinunciare fisicamente e spiritualmente a pezzi di sé.
La vita della protagonista, in bilico tra commedia e tragedia, è un gioco di specchi in cui le soluzioni sono nelle mani dell’estro. O sarà tutta colpa dell’estro?

Cristiana_BernasconiCristiana Bernasconi è nata a Como nel 1968. È architetto, specializzata in acustica architettonica e ambientale; ha pubblicato L’acustica nella progettazione architettonica (Il Sole 24ore, 2001) e ha collaborato con la rivista “Architetti”. Sta lavorando a un romanzo ispirato al caso Murri.

La Bottega di narrazione in mostra: Silvia Vercelli

Il 13 dicembre 2015 si è svolto, a Milano presso la sede della Bottega di narrazione (Spazio Melampo, via Tenca 7) l’incontro degli “apprendisti” con il mondo editoriale. Non era previsto che l’evento fosse immortalato, ma Francesca Perinelli – a sorpresa – ha registrato non tutto, ma parecchio. Abbiamo quindi cominciato a pubblicare le registrazioni delle presentazioni delle opere. La qualità è quella che è.

[Chi fosse interessato a consultare il fascicolo con la scheda e gli estratti di tutte le opere presentate, può prelevarlo cliccando qui].

Qui Silvia Vercelli presenta il suo saggio Come vivere felici in una multinazionale (almeno per un anno). Sotto al video, la scheda.

Silvia_VercelliSilvia Vercelli è nata a Canelli (At) il 3 Dicembre 1975. Dopo la Laurea in Ingegneria gestionale nel 1999, ha conseguito un master in Business Corporate Coaching nel 2006 e ottenuto la certificazione presso l’International Coaching Federation. Lavora da quindici anni in società multinazionali e ha acquisito ampia esperienza in progetti internazionali. Nel suo ruolo attuale di Business Process Management riesce a coniugare entrambe le competenze ingegneristiche e di coach. In aggiunta alla propria professione, offre servizi di coachingindividuale e workshop di gruppo per aziende.
Contatti: svercelli75[chiocciola]gmail.com

Come vivere felici in una multinazionale (almeno per un anno). Mi propongo con questo manuale di fornire un orientamento per chi, per un motivo o per l’altro entra a far parte di un contesto lavorativo internazionale: per scelta, in quanto fresco di laurea, perchécostretto da una fusione/acquisizione della propria società o perchéla sua realtà aziendale locale ha a che fare con Clienti o Fornitori globali.
La voce narrante è quella di una coach che riferisce la realtà così com’è, mettendo in luce le dinamiche dell’ambiente e le complessità interrelazionali legate al linguaggio, al lavoro virtuale e all’interculturalità e ponendo l’attenzione su quegli aspetti, non sempre espliciti, che è però essenziale osservare e approfondire di persona per vivere questa stessa realtà sereni e a proprio agio e per trarne beneficio per la propria crescita personale e professionale. Alla descrizione più professionale sono intervallati aneddoti pratici e semi-divertenti che illustrano i classici errori commessi da un neofita nei diversi ruoli.
Non vuole essere una guida per fare carriera, di cui la letteratura in materia è già ben fornita, così come di manualistica per chi ricopre posizioni di management.
Questa è una delle ragioni fondamentali che mi ha spinta a intraprendere questo percorso: l’assenza di un testo, nella nostra lingua, rivolto alle funzioni di staff e agli Italiani che si ritrovano a collaborare con culture diverse.
L’altra ragione è la difficoltà che vedo nelle persone a integrarsi prima e a mantenere poi la propria autenticità in un ambiente ricco di tante sfide quante sono le opportunità.
Ho notato nel tempo che, indipendentemente dal settore di appartenenza, gli eventi che scandiscono il trascorrere di un intero anno solare si ripetono con una certa inesorabile puntualità. La struttura del testo si sviluppa così attraverso 12 capitoli, uno per ciascun mese dell’anno: Lo Start Up meeting, Il Cambiamento Organizzativo, L’Induction Period, La Quarterly Business Review, Il Telelavoro, Il Piano Ferie, L’Appraisal, L’Audit, Il Training, Il Social Network Aziendale, L’Outsourcing, Le Statistiche di Fine Anno.

La Bottega di narrazione in mostra: Magda Guia Cervesato

Il 13 dicembre 2015 si è svolto, a Milano presso la sede della Bottega di narrazione (Spazio Melampo, via Tenca 7) l’incontro degli “apprendisti” con il mondo editoriale. Non era previsto che l’evento fosse immortalato, ma Francesca Perinelli – a sorpresa – ha registrato non tutto, ma parecchio. Abbiamo quindi cominciato a pubblicare le registrazioni delle presentazioni delle opere. La qualità è quella che è.

[Chi fosse interessato a consultare il fascicolo con la scheda e gli estratti di tutte le opere presentate, può prelevarlo cliccando qui].

Qui Magda Guia Cervesato presenta il suo romanzo Lo sproposito. Sotto al video, la scheda.


magdaguiacervesatoMagda Guia Cervesato è nata a Bergamo nel 1971, ha vissuto a Milano e proseguito gli studi presso la facoltà per traduttori e interpreti dell’Università di Innsbrueck, Austria. Fino al principio del terzio millennio si è divisa tra Boston e sud California; dal 2002 vive nella provincia vogherese con i tre figli. Nel 2012 pubblica un memoriale a tema psichiatrico per l’editore Sensibili Alle Foglie (TSO – Un’esperienza in reparto psichiatria). Ha collaborato con le riviste web Tornogiovedì (diretta da F. Krauspenhaar e F. Coratelli) e Il lavoro culturale. Attualmente alterna il mestiere della casalinga all’insegnamento della lingua inglese.
Contatti: magdacervesato[chiocciola]yahoo.it

“Dov’era finita la casalinga di Voghera? Commiserata, una volta, come portatrice cogliona dei luoghi comuni più ridicoli, ora si è data (batti e ribatti) una regolata “eccellente” e si scatena nelle frasi più fatte della provocazione e trasgressione: controcorrente e fuori dal coro – come tutti – irriverente e dissacrante… Dunque emblematica ed egemonica”. A. Arbasino

Lo sproposito. Gennaio 2021. Una casalinga di Voghera (Miss Misery nel testo) trascorre sei mesi su un’isola caraibica insieme a Lui, scaltro e affascinante direttore del magazine sportivo più venduto d’Italia e suo compagno da sedici anni. I due hanno un figlio adolescente, Stefano.
Il 15 gennaio ricorre l’anniversario dal loro primo incontro, nel lontano 2005, e la donna decide di comprare un diario vecchio stile: inizia a scrivervi con l’intenzione di raccontare alle amiche vogheresi la bizzarra storia sentimentale con il suo Lui – che le siede davanti mentre compila il diario – tra Milano, Voghera e Stati Uniti.
Fidanzamento, figlio, viaggi, tradimenti, scalata sociale, ricoveri, guerre legali con Lui. Il tutto lungo una progressiva presa di coscienza sulle proprie vicende resa possibile da tre elementi (due personaggi e un dispositivo tecnologico): Luigi, artista e misterioso amico di Lui che architetta un piano post mortem ai suoi danni. Maria, sorella schizofrenica di Lui ed esecutrice materiale del piano; il mati, visore high tech che permette di vivere dentro la realtà virtuale rievocando accadimenti, vivendo esperienze scelte da un database sterminato, anche in modalità di condivisione con altri utilizzatori di mati.
Luigi aveva stretto amicizia virtuale con il giornalista in carriera nel 2012, e Lui aveva insistito per conoscerlo: di carattere schivo e incline all’ossessione, il compagno di Miss Misery era da anni attratto da genio e personalità dell’artista; ne aveva letto ogni saggio filosofico e romanzo storico, ma soprattutto ne aveva ascoltato la produzione musicale, un genere-rock blues che anch’egli amava strimpellare. Così aveva chiesto a Luigi di impartirgli lezioni di chitarra. Frequentandolo, Luigi aveva avuto occasione di intuire nel nuovo “amico” un lato oscuro e ben nascosto. Il piano congegnato ai danni di Lui da Luigi, consapevole di essere prossimo alla morte e animato dal desiderio di lasciare in eredità la sua intuizione a chi ne avesse potuto trarre beneficio, ha lo scopo di alimentare uno stato di confusione in un uomo tanto abituato a mantenere saldo il controllo su se stesso per manipolare il prossimo sia in ambito professionale che privato. E come previsto da Luigi, Lui finirà davvero per commettere errori banali grazie ai quali l’ingenua casalinga si renderà finalmente conto dei lati malvagi del compagno. Nel concreto il piano di Luigi consiste nel consegnare a Maria una lista di ventitré canzoni da inviare periodicamente al fratello, con cui è da anni in pessimi rapporti, tramite messaggeria Faceboook dopo il funerale: l’artista, sempre più malato, aveva fornito a Maria anche la password del proprio account in modo che apparisse lui stesso come mittente dei messaggi con i link alle canzoni che avevano suonato insieme nei mesi precedenti. Lui, come previsto da Luigi, non può che spaventarsi di fronte al macabro scherzo, e per alcuni mesi ne rimane sconvolto al punto da commettere effettivamente imprudenze grazie a cui Miss Misery può scoprirne le tresche.
Ma sin dall’inizio della stesura del diario, al racconto dei fatti in ordine sparso da parte di Miss Misery si sovrappone, prepotente, il luogo di provincia in cui si muove la casalinga ovvero Voghera, città lombarda dalle note connotazioni grazie soprattutto al concittadino Arbasino. Nella provincia più provinciale del paese, tanto da divenire nei decenni il paradigma dell’ignoranza culturale italiana, la casalinga si destreggia tra strade, colleghe, piazze, ex-manicomio cittadino, stazione, negozi, golf-club, terme fuori porta, shopping, parrucchieri, Duomo. E non ultime le tre “P” (Peperoni, Pazzi, Puttane) che storicamente descrivono Voghera – città dormitorio schiacciata tra quattro regioni cruciali del nord –: un teatro che permette alla protagonista, durante il racconto alle amiche della sua vicenda sentimentale, di scatenarsi in digressioni che mostrano la quotidianità della provincia vogherese nel nuovo millennio. Un’esplosione dal piglio satirico che include eventi di cronaca internazionale attigui ai temi cari alla protagonista: le relazioni, il sesso clandestino, la follia, i mostri di provincia e il male gratuito – o meglio imprevisto in quanto capitato: senza preavviso, conoscenze o preparazione atta alla difesa. La stesura del diario, che prima di rientrare in Italia la casalinga invierà all’infermiere più bello del centro psichiatrico vogherese frequentato in passato affinché venga letto insieme alle pazienti, si rivela così essere un atto di sopravvivenza alle proprie vicende drammatiche; grazie soprattutto agli strumenti dell’auto-ironia, dello scherzo e della comicità, che la protagonista scopre essere i più adatti a mettere il dito nelle piccolezze e meschinità di ognuno – le proprie incluse – senza soccombervi.

La Bottega di narrazione in mostra: Carmelo Vetrano

Il 13 dicembre 2015 si è svolto, a Milano presso la sede della Bottega di narrazione (Spazio Melampo, via Tenca 7) l’incontro degli “apprendisti” con il mondo editoriale. Non era previsto che l’evento fosse immortalato, ma Francesca Perinelli – a sorpresa – ha registrato non tutto, ma parecchio. Abbiamo quindi cominciato a pubblicare le registrazioni delle presentazioni delle opere. La qualità è quella che è.

[Chi fosse interessato a consultare il fascicolo con la scheda e gli estratti di tutte le opere presentate, può prelevarlo cliccando qui].

Qui Carmelo Vetrano presenta il suo romanzo Il censimento dei lampioni. Sotto al video, la scheda.



CarmeloVetranoCarmelo Vetrano è nato il 10 giugno 1975 a San Pancrazio Salentino (BR). Vive a Verona dal 2006. È laureato in Lettere moderne. Lavora presso Poste Italiane dove svolge il ruolo di specialista commerciale. Il romanzo scritto nel corso della Bottega di narrazione fa parte di una trilogia familiare di cui il secondo capitolo è in fase di lavorazione.
Contatti: Mail: carmelovetrano[chiocciola]libero.it.

Il censimento dei lampioni. Sebastiano, pugliese di ventisette anni, si ritrova a lavorare insieme a suo padre Bruno dopo anni di lontananza geografica e affettiva. Tra le tante cose in comune: una separazione coniugale (quella di Sebastiano da Magda – più vecchia di lui di cinque anni – sta per essere formalizzata, mentre quella di Bruno risale a molti anni prima); una donna (è proprio Magda, che da circa quattro mesi ha una relazione con Bruno).
La Electric Sole s.r.l., ditta di impiantistica elettrica, li ha assunti per tre mesi per effettuare il censimento dei lampioni di una serie di comuni. Padre e figlio, a bordo di un piccolo camion dotato di cestello meccanico, iniziano una sorta di viaggio circolare attraverso il Salento per redigere uno “stato di fatto” dell’illuminazione pubblica. Bruno guida; Sebastiano sale sul cestello, rileva modello e condizioni di ogni singolo lampione. La prolungata prossimità fisica tra i due, insieme ai recenti sviluppi delle loro vite, rievoca in Sebastiano vecchi conflitti. Il rapporto tra i due non è mai stato lineare, e lineare non è stata la vita di Bruno. Sebastiano si rende conto dell’esistenza di molte ombre che riguardano la vita di suo padre (e di riflesso anche la propria).

Un lampione.
Un lampione.
Il movimento circolare determinato dal loro lavoro viene intersecato continuamente da storie che arrivano da altri piani temporali e riguardano soprattutto i rapporti tra Sebastiano e Magda, tra Sebastiano e suo padre (e la sua famiglia in generale), tra Sebastiano e la propria terra. Si aggiungeranno quelle dei rapporti con Lisa (giovane studentessa dell’Accademia di Belle Arti), e con Carlo (uomo dal passato ambiguo e lontano parente).
La narrazione segue tutti questi movimenti, saltando da un piano a un altro, e restando molto vicina al punto di vista di Sebastiano. Della narrazione fanno parte anche le schede tecniche dei lampioni e le mappe che segnano l’avanzamento dei lavori. Sono proprio i lampioni, oggetti che puntellano costantemente il racconto, a restituire pagina dopo pagina il senso di una storia che si svela nello stesso tempo al lettore e al protagonista. Le loro descrizioni si fanno via via più liriche e personali e si concentrano soprattutto sulle imperfezioni, gli sbreghi, i segni di usura, le rotture. Grazie a Lisa queste descrizioni diventano delle opere visive, raccolte in delle mappe che trasferiscono lo “stato di fatto” dalla vita dei lampioni a quella di Sebastiano. Questo percorso permetterà a Sebastiano di raggiungere nuove consapevolezze su di sé e su suo padre, anche se non servirà a una definitiva riappacificazione con lui e la propria terra.
Tutti gli archi di tensione tra Sebastiano e gli altri personaggi culmineranno nelle ultime pagine in una sorta di resa dei conti finale che il lettore leggerà fisicamente in contemporanea, benché si tratti di episodi collocati in momenti diversi.
Quando sembra che gli eventi stiano spingendo Sebastiano verso una permanenza prolungata in Puglia lui deciderà di andare via.

La Bottega di narrazione in mostra: Camilla Costa

Il 13 dicembre 2015 si è svolto, a Milano presso la sede della Bottega di narrazione (Spazio Melampo, via Tenca 7) l’incontro degli “apprendisti” con il mondo editoriale. Non era previsto che l’evento fosse immortalato, ma Francesca Perinelli – a sorpresa – ha registrato non tutto, ma parecchio. Abbiamo quindi cominciato a pubblicare le registrazioni delle presentazioni delle opere. La qualità è quella che è.

[Chi fosse interessato a consultare il fascicolo con la scheda e gli estratti di tutte le opere presentate, può prelevarlo cliccando qui].

Qui Camilla Costa presenta il suo romanzo Ti scrivo, ma non penso a te. Sotto al video, la scheda.



Camilla_CostaCamilla Costa è nata a Savona il 6 agosto 1967. Dal 2002 vive a Venezia. Ha lavorato in polizia giudiziaria. Attualmente si occupa di formazione in un Ente pubblico. Si è laureata in Scienze dei beni culturali (indirizzo antropologico) con una tesi in geografia culturale e successivamente ha conseguito un master in Criminologia critica, prevenzione e sicurezza sociale. Ha scritto poesie. La raccolta Vento, onde, mare (Edizioni Int.li della Grafica, 1998) è stata pubblicata con una prefazione di Milena Milani. Vive con due gatti.
Contatti: camillakamycosta@virgilio.it

Ti scrivo, ma non penso a te è un romanzo di formazione.
È la storia dell’apprendistato di una bambina, diventata donna attraverso la tortuosa ricerca di se stessa e di un luogo non solo da amare, ma in cui dirsi amata per quello che è.
Ti scrivo, ma non penso a te è un racconto sulla bellezza delle piccole cose, sull’importanza della sincerità e della famiglia, sulle difficoltà di vivere in una realtà precostituita, per di più di provincia.
Il testo racchiude ciò che sono, ciò che ho fatto, ciò che ho capito o creduto di capire, ciò che sono diventata. Presente e passato prendono forma filtrati da quegli insegnamenti che mi hanno permesso di credere nell’amore, qualunque fosse il suo volto. L’abbandono spirituale, la consapevolezza e la speranza fanno da sfondo all’incedere interlocutorio tra me e la mia compagna, una donna per la quale il desiderio della realtà effettiva non ha assunto la stessa valenza.
Tra i racconti del vissuto, compaiono alcune verità che hanno in seno un grande senso di liberazione e altre, che se non affrontate, intrappolano il destino di chiunque le incontri.

La Bottega di narrazione in mostra: Simone Salomoni

Il 13 dicembre 2015 si è svolto, a Milano presso la sede della Bottega di narrazione (Spazio Melampo, via Tenca 7) l’incontro degli “apprendisti” con il mondo editoriale. Non era previsto che l’evento fosse immortalato, ma Francesca Perinelli – a sorpresa – ha registrato non tutto, ma parecchio. Abbiamo quindi cominciato a pubblicare le registrazioni delle presentazioni delle opere. La qualità è quella che è.

[Chi fosse interessato a consultare il fascicolo con la scheda e gli estratti di tutte le opere presentate, può prelevarlo cliccando qui].

Qui Simone Salomoni presenta il suo romanzo Quattro fallimenti. Sotto al video, la scheda.


simone_salomoniSimone Salomoni è nato a Bologna il 26 settembre 1979. Nel 2004 si è laureato in letteratura italiana contemporanea con una testi dal titolo Etica e Matrimonio nel romanzo di Italo Svevo. Ha lavorato sette anni in una Cooperativa Edile; da quattro anni lavora come libero professionista sviluppando progetti di comunicazione, marketing e realtà virtuale applicata all’architettura e agli spazi museali. Ha collaborato alla selezione dei testi che compongono il manuale Scuola di scrittura emiliana per non frequentanti (Corraini Edizioni, 2014) pubblicato da Paolo Nori. Fra 1998 e il 2010 ha scritto tre romanzi molto brutti.
Contatti: simosalomoni@gmail.com

Quattro fallimenti. Che cosa accomuna una ragazza che tenta di monacarsi, una cooperativa edile prossima alla liquidazione, un politologo da bar e un artista accusato di avere indotto una diciottenne a bruciarsi il volto con l’acido solforico?
Un tentativo di monacazione, la morte del padre, le elezioni amministrative, il timore di un arresto: quattro situazioni limite, quattro storie indipendenti l’una dall’altra che acquisiscono forza e compimento grazie agli echi e alle relazioni fra i personaggi che le animano. Quattro situazioni che costringono il lettore ariflettere sulle speranze che la vita disattende, sulle aspettative mancate, sui tradimenti perpetrati o subiti, sulle proprie speranze di salvezza. In fondo: la Fede non è forse una delle possibilità date agli esseri umani per tentare di salvarsi? E chi agisce per l’arte non cerca di fare la medesima cosa, escludendo la possibilità di riuscirci con le cose del mondo, come invece tentano di fare coloro che arrivano a sovrapporre completamente la propria vita al proprio lavoro, sacrificando gli affetti che hanno attorno? E la politica? Può salvare l’uomo la politica?
Ma poi: è possibile salvarsi? A vedere i protagonisti di queste quattro storie si direbbe di no. A vedere i protagonisti di queste quattro storie ogni tentativo di salvezza conduce al fallimento. E fallire è disdicevole. Perché nessuno ci prepara al fallimento. Eppure il fallimento è la cifra dell’esistenza, la condizione ineluttabile con la quale tutti dobbiamo presto o tardi fare i conti. Senza paura di fallire.

La Bottega di narrazione in mostra: Francesco Genovese

Il 13 dicembre 2015 si è svolto, a Milano presso la sede della Bottega di narrazione (Spazio Melampo, via Tenca 7) l’incontro degli “apprendisti” con il mondo editoriale. Non era previsto che l’evento fosse immortalato, ma Francesca Perinelli – a sorpresa – ha registrato non tutto, ma parecchio. Abbiamo quindi cominciato a pubblicare le registrazioni delle presentazioni delle opere. La qualità è quella che è.

[Chi fosse interessato a consultare il fascicolo con la scheda e gli estratti di tutte le opere presentate, può prelevarlo cliccando qui].

Oggi pubblichiamo la registrazione della “presentazione” di Francesco Genovese. Sotto al video, la scheda.



Francesco Genovese è nato nel 1961 a Palermo, dove vive. Funzionario in un istituto di credito, ha una laurea in scienze politiche e un figlio.
Contatti: 61francesco.genovese[chiocciola]gmail[punto]com.

FrancescoGenoveseL’opera. Un uomo che viaggia nella notte per incontrare il figlio mai conosciuto, un’attrice americana convinta di essere stata tradita dal proprio segno zodiacale, un killer pentito al quale non piace il nome che gli è stato dato per la sua nuova identità, una ragazza alle soglie di un provino per un talent, un uomo che si dispiace per gamberi acquistati e mai cucinati per un evento imprevisto, un ragazzo che conosce tutte le capitali del mondo, un aspirante scrittore privo di creatività. E così via.
Ufficio soggetti smarriti è una galleria di personaggi (quarantaquattro a oggi), della vita dei quali sappiamo solo quello che loro stessi raccontano nelle poche pagine a loro concesse. Nulla di più. Le loro sconfitte, le loro mancanze, il loro smarrimento, le loro speranze, i loro dubbi, le loro perdite e persino le loro vittorie svelano comunque sempre l’amaro che la vita sa riservare. E li ascoltiamo nel loro rapido alternarsi su questo palcoscenico con pietà umana, con distaccato cinismo ma anche con il timore di essere accolti anche noi in questa mostra o con il dubbio di esserci già.

La Bottega di narrazione in mostra: Francesca Perinelli

Il 13 dicembre 2015 si è svolto, a Milano presso la sede della Bottega di narrazione (Spazio Melampo, via Tenca 7) l’incontro degli “apprendisti” con il mondo editoriale. Non era previsto che l’evento fosse immortalato, ma Francesca Perinelli – a sorpresa – ha registrato non tutto, ma parecchio. Abbiamo quindi cominciato a pubblicare le registrazioni delle presentazioni delle opere. La qualità è quella che è.

[Chi fosse interessato a consultare il fascicolo con la scheda e gli estratti di tutte le opere presentate, può prelevarlo cliccando qui].

Oggi pubblichiamo appunto la registrazione della “presentazione” di Francesca Perinelli. Che è cominciata con questo video:



E poi è continuata così:

francescaperinelliFrancesca Perinelli (Roma, 1969) vive e lavora come impiegata a Roma. Architetto che ha appeso da tempo la squadretta al chiodo, resta un’idealista con i piedi per terra, appassionata di letteratura e di vita.
Nel 2002 è tra i fondatori di Architettura Senza Frontiere Onlus. Dal 2012 cura il blog personale iCalamari. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati in antologie corali e sono saliti a bordo di altri piccoli blog letterari.
Contatti: fran.perinelli[chiocciola]gmail[punto]com

La storia. 1986-2016. Un trentennio, sei cicli di classi elementari, il tempo trascorso è stato sufficiente perché i primi bambini a cui venne affibbiato l’appellativo “di Chernobyl” siano diventati a loro volta genitori e, in alcuni casi, nonni. I loro figli e nipoti sono sempre nuovi “bambini di Chernobyl”, piccoli pendolari da una nazione all’altra, alla ricerca della decontaminazione almeno parziale dalle radiazioni accumulate nell’organismo, radiazioni che non smetteranno per secoli di provocare i loro effetti nefasti.
2003-2011. Ci sono voluti quasi otto anni. Oggi sono madre di due ragazze di nascita bielorussa, conosciute nell’estate del 2003. Un’estate ricordata spesso come una delle più calde mai verificate. Ma che segna anche, nella memoria della nostra famiglia, l’avvio di una profonda trasformazione. Un periodo complesso, funestato da grandi difficoltà diplomatiche tra Italia e Bielorussia, e tra quello Stato e il resto del mondo.
Un po’ per caso, un po’ per testardaggine, ma anche per mere ragioni di vicinanza geografica con le sedi governative in Roma, mi sono ritrovata da subito tra i condottieri di un movimento spontaneo con aderenti da tutta Italia, la cui perseveranza e le cui azioni hanno portato infine all’insperata realizzazione di centinaia di adozioni negate, tra le quali la nostra.
Sul piano personale, nel tempo, la nascita di un fratellino italiano ha anticipato l’ingresso in famiglia delle piccole, vissuto e festeggiato quindi come un autentico lieto fine. Abbiamo così potuto tirare un sospiro di sollievo e dire, con Shakespeare, maestro delle trame ingarbugliate, che “Tutto è bene quel che finisce bene”.
Ma ciò che è avvenuto nel mezzo – lo sgomento degli adulti, il dolore dei bambini, la circostanza che ha visto le più disparate persone di ogni parte d’Italia riunirsi e battersi, nella cornice di un complicato quadro politico internazionale, sconfinato anche in fatti di cronaca pubblica e privata che altrimenti non sarebbero mai accaduti; le disfatte, l’inaspettata conclusione – merita di lasciare traccia. Questo testo è il racconto dell’effetto-valanga seguito a un gesto sconsiderato ed egoista.
In altre parole, a un gesto d’amore.