100 lezioni di scrittura creativa / 37 (dove si spiega che gli eventi non solo si concatenano, ma anche si selezionano)

di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Le ripubblico qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Una narrazione, dicevo la settimana scorsa [cioè ieri…], è una concatenazione di avvenimenti. La cosa è banale. Adesso dico un’altra cosa banale: una narrazione è una selezione di avvenimenti. Vediamo un po’.

C’è un esempio che Umberto Eco ha fatto in un qualche suo libro (non ricordo quale). Gli rubo l’esempio. In un film, diceva Umberto Eco, noi vediamo una persona che si sveglia, si lava, si veste, esce di casa, sale in automobile, va, arriva dove deve arrivare, esce dall’automobile, entra in un palazzo. Bene. Noi però, nel film, non vediamo tutte queste cose minuziosamente raccontate. Il film può mostrarci una stanza buia con una sveglia che suona; poi un tipo che si lava la faccia in bagno; poi lo stesso tipo che esce di casa e attraversa la strada per raggiungere l’automobile; poi l’automobile in mezzo al traffico; poi l’automobile che si ferma e il tipo che ne esce fuori; poi il portone del palazzo con il tipo che ci entra dentro. Questo è normale.

Noi ci accorgiamo che il film che stiamo guardando è un brutto film, diceva Umberto Eco, soprattutto se ci accorgiamo che questo montaggio di avvenimenti è sbagliato. Ad esempio, se un passaggio è troppo lungo o troppo corto; o se manca un passaggio essenziale; o se è presente un passaggio inessenziale. In sostanza, concludeva Umberto Eco (ma qui sto usando parole mie, diverse dalle sue, che erano molto tecniche) una buona narrazione è fatta di elisioni e di allusioni ben funzionanti. Tutto ciò che per lo spettatore (o per il lettore: è uguale) è assolutamente ovvio, oppure ricostruibile a posteriori, può essere tranquillamente omesso: anzi, deve essere omesso, a meno che non si voglia costruire una narrazione specificamente puntata sugli avvenimenti ovvii, trascurabili, insignificanti. Nel qual caso, forse si potrà fare una buona narrazione, probabilmente si farà una narrazione assai difficile da leggere (sia chiaro: nessuno è tenuto a scrivere narrazioni facili da leggere; qui stiamo facendo dei discorsi attorno alle narrazioni per così dire “medie”).

Allora: il punto sta proprio nell’imparare a selezionare efficacemente gli avvenimenti da rappresentare, e nel saper valutare la capacità del lettore (o dello spettatore) di riempire i vuoti che lasciamo nella narrazione. Come si impara questo? In un solo modo: leggendo narrazioni che ci sembrino buone, e osservando in quali modi il narratore che ci piace seleziona e monta gli avvenimenti. Proviamo, mentre leggiamo, a tenere d’occhio i vuoti della narrazione. Osserviamo come il narratore, narrandoci l’avvenimento A e l’avvenimento C, induca noi lettori a immaginare, tra A e C, l’avvenimento B che non viene raccontato. Osserviamo come il narratore continuamente alluda a cose che bene o male conosciamo, e come questo suo far ricorso alle nostre competenze gli permetta di correre via spedito, senza fermarsi continuamente a precisare questo e quello. Osserviamo, soprattutto, non tanto quello che il narratore fa, quanto quello che facciamo noi lettori. Siamo noi che abbiamo in mente il filo della narrazione, che connettiamo tutto ciò che leggiamo per mezzo di questo filo, che riempiamo i vuoti, che interpretiamo tutto ciò che avviene nel testo sotto i nostri occhi (o sullo schermo davanti ai nostri occhi) come se facesse parte di un’azione unitaria, e non come se fosse una sequenza di avvenimenti slegati.

È dal nostro comportamento come lettori, insomma, che impariamo come dobbiamo comportarci come narratori.

* * *

Naturalmente ogni narrazione ha un modo tutto suo di elidere (cioè di non raccontare certe cose) e di alludere (cioè di raccontare certe cose per sommi, sommissimi capi). Ma tutti questi modi diversi sfruttano lo stesso fatto: che il lettore mentre legge (o lo spettatore mentre guarda), automaticamente integra la narrazione e ne prevede gli svolgimenti.

Il pianforte misterioso
Il pianforte misterioso
Nel film The others c’è una scena curiosa. Nicole Kidman vive in una casa che sembra infestata da fantasmi (a fine film si capirà che non è così; ma questo non è importante per l’esempio che voglio fare; e non so nemmeno se la scena fosse proprio così, magari non la ricordo esattamente; ma neanche questo è importante). A un certo punto, nella casa si sente un suono di pianoforte. Kidman corre alla stanza del pianoforte, ne spalanca la porta, e: nella stanza non c’è nessuno, e immediatamente il suono del pianoforte tace. Kidman esce dalla stanza; la porta si chiude da sola e la musica riprende. Kidman cerca di riaprire la porta, ma questa non si apre. Tira e spingi, tira e spingi, la porta non si apre; finché Kidman non abbandona la presa e rimane lì, con aria impotente, difronte alla porta chiusa.

Io, sprofondato nella mia poltrona, pensai rapidissimamente: “Sì; è come nei film di Buster Keaton; ora la porta si aprirà di colpo e sbatterà sul naso di Kidman”. In quell’istante la porta si aprì di colpo e sbatte sul naso di Kidman, mandandola lunga distesa per terra. L’intero cinema sobbalzò per lo spavento. Io mi feci scappare una lunga risata solista.

Cos’era successo? Semplice: io, per puro caso o grazie alla mia abitudine a lavorare su narrazioni, ero stato capace di prevedere l’avvenimento; di conseguenza, quando l’avvenimento si realizzò, lo percepii in maniera del tutto diversa da quella di tutti gli altri. Pensateci un attimo: la scena della porta che prima, per quanto tirata e spinta, non si apre, e poi si spalanca da sola colpendo in faccia il protagonista, non è forse una scena classica da film di Fantozzi? Sì: in ogni film di Fantozzi ci sono due o tre scene fatte esattamente in questo modo. Ma il regista di The others poteva tranquillamente far conto che, essendo The others un film molto diverso dai film di Fantozzi (o di Buster Keaton), gli spettatori non si sarebbero aspettati una “mossa” di quel tipo. Quanto a me, sono l’eccezione che conferma la regola.

In sostanza: ogni volta che fate un passo avanti nella narrazione, immaginate che cosa potrebbe avvenire nella testa di un lettore. È davvero molto semplice, ed è tutto qui. Arrivederci.

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100 lezioni di scrittura creativa / 36 (dove si parla di trama, intreccio e pornofilm)

di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Le ripubblico qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Si parlava di trame. E dicevo: in fatto di trame, c’è poco da imparare. E non credo che si possa insegnare gran che. Si può provare, forse, a indicare qualche regola generale. Che peraltro vale quel che vale.

Una trama deve avere un capo e una coda. Sembra una banalità, e in effetti lo è. Ci sono capolavori della narrativa mondiale che non hanno né capo né coda (Gargantua e Pantagruele di Rabelais, ad esempio; oppure Orlando di Virginia Woolf): ma certe cose, sia detto in confidenza, lasciamole fare a chi se le può permettere. Che una trama abbia un capo e una coda, significa in pratica questo: la situazione che si produce alla fine deve essere in una qualche relazione (narrativa, simbolica, allegorica, morale…) con la situazione dalla quale il racconto è partito. Se all’inizio abbiamo un giovinotto e una giovinotta che vogliono sposarsi, e un cattivone che lo vuole impedire, non possiamo avere alla fine i marziani che invadono la Patagonia. Tra le centinaia di dattiloscritti speranzosi di pubblicazione che leggo, i casi così sono dozzine.

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Se quando si apre il sipario c’è un fucile da caccia appeso al muro, entro la fine della commedia quel fucile dovrà sparare – o almeno essere imbracciato. Questa massima me l’hanno venduta come cechoviana. Mi sembra una buona massima. Tutto ciò che entra nella narrazione deve avere una ragione per stare lì. Non necessariamente sarà una ragione solo o esclusivamente narrativa, cioè legata all’azione: un fucile può avere mille buone ragioni per essere appeso a un certo muro; l’importante è che queste ragioni siano comprensibili al lettore, e che siano legate a ciò che si sta raccontando. Ho appena finito di leggere un dattiloscritto non del tutto brutto, nel quale tutti i personaggi hanno riproduzioni di quadri di Matisse appese alle pareti di casa. Ho domandato all’autore: «Ma perché tutti questi Matisse?»; e lui ha risposto: «A me piace Matisse». Questa, spero sia chiaro, non è una buona ragione.

Una trama vive di azioni raccontate al tempo presente o al passato remoto. Leggo continuamente romanzi, o pretesi tali, in cui gran parte degli avvenimenti è raccontata all’imperfetto. «A quei tempi Mario abitava a Quingentole ed era innamorato di Maria. Gironzolava davanti casa sua tutte le sere, trovava una scusa per attaccare bottone, le offriva un caffè al bar, casualmente si trovava nell’ufficio postale o dal droghiere quando lei doveva appunto spedire una raccomandata o comperare il detersivo». Una narrazione all’imperfetto non racconta mai un fatto preciso, determinato, unico; racconta avvenimenti ricorrenti; e non c’è niente di male a fare ricorso, di tanto in tanto, a queste “narrazioni condensate”: ma il regime dell’imperfetto non può essere dominante.

Il tempo ha i suoi tempi. Le azioni hanno bisogno di tempo per avvenire. Umberto Eco, nelle «Postille» aggiunte, dalla prima edizione in poi, al Nome della rosa, dice di aver calcolato i tempi di certe conversazioni tenendo conto del fatto che esse avvengono durante spostamenti dei personaggi da una parte all’altra dell’Abbazia nella quale è ambientato il romanzo: spostamenti che richiedevano, secondo le distanze, certi precisi tempi. Se un personaggio va da Roma a Bologna in treno, ci metterà quelle tre ore circa; se deve imparare l’inglese, avrà bisogno del suo tempo; se invecchia, gli servirà un certo numero d’anni. Anche questa è una banalità; ma la vedo spesso dimenticata.

Una trama è un concatenamento di avvenimenti. Non è un semplice susseguirsi. Don Rodrigo vuole possedere Lucia perché ha fatto scommessa con il conte Attilio, suo cugino; perciò manda i bravi a spaventare don Abbondio; a causa della sua amicizia competitiva con il conte Attilio, non può rinunciare alla cosa (gli importa molto meno di metter le mani su una ragazza belloccia che di far brutta figura col cugino); perciò, man mano che le cose si fanno sempre più difficili per lui, finisce con l’intricarsi in relazioni sempre più problematiche (arriva fino a quel grande boss della criminalità organizzata che è l’innominato). Il comportamento di don Rodrigo è guidato dalla legge dell’escalation, del continuo aumento della posta; ma, secondo questa legge, è rigorosamente conseguente. Renzo e Lucia vogliono sposarsi; hanno una prima reazione emotiva che li porta a tentare il matrimonio clandestino; quando questo fallisce, solo allora capiscono che è meglio per loro fidarsi di fra Cristoforo che dei loro istinti; perciò fuggono e si separano, andando incontro a svariate avventure. Ora: che il cattivone debba persistere nella sua cattiveria, è una regola generale: quando desistesse, la storia finirebbe lasciando tutti insoddisfatti. E che i due amanti debbano essere separati per vivere svariate avventure (e subire tentazioni, avere incidenti ecc.) lo sapevano già i romanzieri ellenistici, duemil’anni fa. Ma, in ogni narrazione, questi fatti che per così dire devono avvenire, devono avvenire per ragioni proprie, interne alla situazione di partenza. Devono essere, nel migliore dei casi, conseguenza di quel fucile che avevamo visto appeso al muro nella prima scena…

Una narrazione è un montaggio. Nei film pornografici, la cosa essenziale è mostrare l’atto sessuale; tuttavia, le diverse scene in cui si realizza (con estrema facilità) l’atto sessuale, sono comunque “tenute assieme” da sia pur labilissime scene di raccordo; e l’azione principale (l’atto sessuale in corso) è spesso interrotta, intercalata, da altre scene (con atti non sessuali), che hanno lo scopo di attizzare la curiosità dello spettatore sottraendogli ciò che più gli interessa. Se perfino nei film pornografici abbiamo scene di raccordo, montaggi alternati di scene della storia principale e scene delle storie collaterali, e così via, non potremo esimerci di usare questi strumenti nelle nostre narrazioni (che sono, o vogliono essere, mi auguro, più serie di un film pornografico). Riprendiamo il discorso, da questo punto, tra sette giorni. Saluti.

Porno d'autore: Venere e Marte sorpresi da Vulcano. Opera di Joachim Wtewael, 1601.
Porno d’autore: Venere e Marte sorpresi da Vulcano. Opera di Joachim Wtewael, 1601.

100 lezioni di scrittura creativa / 35 (dove si parla della Società Segreta Degli Inventori Di Trame)

di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Le ripubblico qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Parliamo dunque della trama, dell’intreccio, del plot. In un libro sulla sceneggiatura cinematografica che non possiedo più (l’ho prestato, come faccio sempre e non torna mai indietro) c’era scritto che tutte le trame esistenti potevano essere ridotte a sette; in un altro saggio, ma di narratologia (e anche questo non ce l’ho più per lo stesso motivo) c’era un’appendice con l’elenco di tutte le trame esistenti: ed erano, se non ricordo male, trentatré. Qualche mese fa, sul Corriere della sera, ho letto un articolo secondo il quale le trame esistenti sono in tutto tre. Non una di più. Sette, trentatré, tre.

Tram
Tram
Non ha grande importanza il numero. Quello che mi incuriosisce è che comunque tutti e tre i testi sostengono che il numero delle trame esistenti (e quindi, si postula, possibili) sia finito ed anche abbastanza basso. La trama, sarebbe quindi, nelle narrazioni, l’elemento più ripetitivo e meno inventivo. Perfetto. Peccato però che sia proprio la trama, a quel che si dice in giro, l’elemento determinante di una narrazione, ciò che ti fa leggere tutto fino in fondo.

Qualche giorno fa, mentre dicevo più o meno queste cose in un’aula caldissima, un tipo con i baffi si è alzato in piedi e mi ha interrotto dicendo: «Dicono così, perché non vogliono svelare i loro segreti».

Io ho detto: «Eh?».

«Sì», ha insistito il tipo: «Quelli che sanno inventare le trame, poiché le trame hanno un elevato valore commerciale, non vogliono che si sappia in giro come si fa ad inventarle. Così fanno circolare la voce che inventare le trame non sia un problema, che basti sceglierne una da un catalogo di tre sette o trentatré. Invece loro, zitti zitti, ne inventano di sempre nuove. E se le fanno pagare bene».

L’idea devo dire mi è sembrata curiosa. Ho deciso di tralasciare l’accusa implicita («Tu non ci insegni a fare le trame perché vuoi tenerti tutti i soldi»). Allora ho detto, mentre il tipo con i baffi tornava a sedersi: «Bene, complimenti per l’ingenuità. Lei, caro signore, ha appena elaborata una trama; e, senza rendersene conto, l’ha regalata a tutti».

«Quale trama?», ha domandato un altro.

Trama
Trama
«Ma è evidente», ho detto. Mi sono avvicinato di due passi al pubblico, e ho cominciato: «Supponiamo che esista, a Hollywood tanto per cambiare, qualcosa come una Società Segreta Degli Inventori Di Trame. Supponiamo che ne faccia parte un numero ristrettissimo di scrittori e sceneggiatori. Supponiamo che questa società segreta fornisca di tanto in tanto, a prezzi salatissimi, consulenze a sceneggiatori, narratori e registi in difficoltà. Solo grazie a loro, ad esempio, Cameron è riuscito a portare a termine Titanic. È per aver rifiutato sdegnosamente i loro servigi che Kubrik non è stato capace di trovare un finale decentemente comprensibile a 2001 Odissea nello spazio. Si sospetta che ci sia il loro zampino dietro i successi di Shakespeare in Love e C’è post@ per te. Chiaro?».

Nessuno ha detto niente. Ho continuato. «Bene, supponiamo che un giorno la segretissima sede di questa società segreta venga violata, e qualche informazione importantissima (uno schema di storia, una sceneggiatura intera, fate voi) sia stata sottratta. Immaginiamo una porta scassinata, una cassaforte aperta, una borsa scippata in pieno giorno, un computer ramazzato da un hacker: ci sono tanti modi. I nostri baldi superinventori di storie si metteranno alla ricerca del ladro. Naturalmente loro, essendo dei superinventori di storie, sono bravissimi nell’ipotizzare che cosa sia successo. In effetti non fanno indagini (non possono peraltro, essendo una società segreta, rivolgersi alla polizia): si siedono attorno a un tavolo e, come direbbe un politico, elaborano degli scenari. Chi può essere stato? Perché? In che modo? Quando? Seduti attorno a un tavolo, i nostri uomini inventano storie su storie, nella convinzione che quando troveranno una storia davvero convincente, allora potranno andare a colpo sicuro. Chi è stato, secondo voi, a rubare quelle informazioni segretissime?». Un attimo di silenzio. «Uno di loro», dice una tipa bionda in fondo all’aula. «Bene», dico, rivolgendomi a lei. «E allora, che cosa succederà?».

«Be’», dice la tipa bionda, «a un certo punto cercheranno di sbranarsi tra loro».

«Ci sono altre ipotesi?», domando, guardandomi in giro.

«Un evento casuale», dice un ragazzo sui vent’anni,in terza fila.

«Cioè?», incalzo.

«Cioè», dice il ragazzo, «è successo per caso, oppure effettivamente qualcuno ha fatto o tentato un furto, ma c’è stato di mezzo un evento casuale, per cui è impossibile ricostruire gli avvenimenti in forma narrativa coerente».

«Oppure?», dico ancora.

«Oppure», dice una signora di mezz’età con due paia di occhiali appese al collo, «chi è entrato nella loro sede non l’ha fatto per rubare una sceneggiatura ma per altre ragioni».

«Ad esempio?», dico.

«Ma…», dice la signora di mezz’età. «Un hacker può entrare nel tuo computer anche per puro caso, senza sapere che tu sei tu», dice il ragazzo in terza fila.

«Una storia d’amore», dice la signora di mezz’età. «Ci vorrebbe una storia d’amore».

«Troviamola», dico.

«Una vecchia amante di uno degli sceneggiatori vuole recuperare un oggetto a cui tiene?», dice con molti dubbi la signora.

«Mmh», dico.

«È stata la donna delle pulizie», dice il tipo con i baffi. «Spolverando la cassaforte l’ha aperta casualmente , e poi non ha più saputo richiuderla».

Qualcuno ride.

«Allora», ho detto. «Compiti per casa. Provate a inventare qualche pezzo di questa storia, cercando di non introdurre elementi casuali. Potete anche manipolare la parte che ho detta io, non c’è problema».

«A che cosa serve questo esercizio?», domanda un signore sui cinquanta.

«Serve a dimostrarvi che non c’è niente da insegnarvi, a proposito di trame», dico. «Sapete già tutto. Basta fare un po’ di esercizio».

«Non vale!», dice il tipo con i baffi.

«Sia chiaro per tutti», dico: «Quest’aula è mia, e qui comando io».

Ridiamo tutti.

[E se davvero volete imparare qualcosa, guardate questo video].

100 lezioni di scrittura creativa / 34 (dove si spiega che la realtà è paranoica: ma lo sapevate già)

di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Le ripubblico qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Corsi di scrittura creativa
Il bando 2015-2016
Sono tre lezioni, se non quattro, che vi parlo di incipit, di inizi di narrazione. Naturalmente c’è quello che prende la palla al balzo e mi scrive: «Caro Mozzi: mi compiaccio che in questo sedicente corso di scrittura e narrazione a puntate lei abbia smesso di tergiversare. Magari, però, si potrebbe provare ad andare un po’ oltre l’inizio, vero? A spiegare un po’ come si scrive una storia, tutta, da cima a fondo, no?».

Sono d’accordo. Una storia, dunque, si può scrivere una volta che si siano decise due cose:

– prima cosa, qual è il conflitto alla base della storia stessa;
– seconda cosa, qual è la voce che racconta la storia.

Queste due decisioni sono preliminari. Non c’è scampo. Se ho l’abitudine di riempire quaderni o hard disk di appunti abbozzi e tentativi, niente si concretizzerà finché non avrò decise queste due cose: qual è il conflitto, qual è la voce.

La voce è una cosa che il lettore deve sentire subito, dalla prima riga. E il conflitto, se viene immediatamente presentato, immediatamente accalappia il lettore.

Si può dire, secondo me, che trovare l’incipit di una storia, cioè un paragrafo nel quale si senta la voce di chi racconta (un narratore esterno, un personaggio ecc.) e si percepisca l’esistenza di un conflitto (non necessariamente si capisca che conflitto è, quali sono i suoi esatti termini ecc.), significa veramente essere “a metà dell’opera”. Almeno per quanto riguarda il racconto. Per un romanzo, non so. Io non so scrivere romanzi, quindi non mi azzardo a dire. Credo che valga, quel che sto dicendo, oltre che per il racconto, per i romanzi che adoperano la prima persona. Ma non sono sicurissimo.

Prendiamo uno degli incipit più belli che io conosca: quello del romanzo Memoriale di Paolo Volponi (ora nei tascabili Einaudi):

I miei mali sono cominciati tutti alcuni mesi dopo il mio ritorno dalla prigionia in Germania, quasi che la terra materna, dopo tanto e così crudele distacco, mi rigettasse. Io sono nato il 12 marzo 1919 ad Avignone, in Francia; ma sono italiano e di genitori italiani, padre piemontese e madre veneta, nata nella campagna fra Padova e Treviso, in luoghi assai belli, ella mi ha sempre detto, che io non conosco. Oggi che scrivo ho già compiuto trentasei anni e i miei mali sono arrivati a un punto tale che non posso fare a meno di denunciarli. Scrivo, stando a casa mia, a Candia, nel Canavese, in provincia di Torino. Questa casa è fuori del paese, verso il piccolo lago di Candia; ma un poco spostata a sinistra, tra pese e lago, verso la collina; è una casa di campagna con un poco di orto, la sua loggia di mattoni rossi, il fienile e la stalla abbandonati, dove vivono in disordine alcune galline, due galli e una famiglia di conigli, quasi selvatici. Io non curo la terra né gli animali da cortile, perché sono un operaio di una fabbrica in città; di una fabbrica grande più della stessa città.

La potenza di questo incipit mi lascia senza fiato. Mi ricordo che lessi questo romanzo per la prima volta andando ad Ancona, in treno. Lo aprii che il treno s’era appena mosso da Padova, mia città, e quando si trattò di scendere a Bologna per cambiare, quasi me ne dimenticai. Perché, poi, tutto il libro continua con questo slancio, senza mai mutare l’andatura. Arrivai ad Ancona che era notte fonda, crollai a dormire nel letto della pensione, terminai di leggere la mattina del giorno dopo, mentre sbocconcellavo l’orribile croissant confezionato della colazione.

* * *

Paolo Volponi
Paolo Volponi
Da questo incipit apprendiamo innanzitutto alcune coordinate spaziotemporali: dove siamo, che anni sono. Poi apprendiamo una quantità di cose materiali sul personaggio narratore: l’età, la condizione sociale bassa (i genitori sono dovuti andare a cercar lavoro in Francia), l’origine contadina, la prigionia in Germania ecc. Ma apprendiamo soprattutto, e fin dalle primissime parole, molte cose sulla personalità di qust’uomo: e le apprendiamo, appunto, attraverso la sua voce: le parole che usa, il modo in cui le mette insieme.

L’espressione «i miei mali», così indeterminata e onnicomprensiva, è propria di chi combatte contro un nemico invisibile: un disperato, o un paranoico. La dichiarazione: «Io non curo la terra perché sono un operaio», con il suo carattere di decisione assurdamente radicale, di esagerata adesione al ruolo sociale di operaio, rafforza l’impressione. La frase: «Una fabbrica grande più della stessa città» ci fa capire che il personaggio vive la fabbrica come luogo mitico e magico. In soldoni: il suo senso di realtà fa acqua.

Ancora. La terra materna ha «quasi rigettato» il nostro uomo. La madre è nata in «luoghi assai belli», e la casa e il luogo sono descritti con una lingua materiale e amorosa. Ma ci accorgiamo subito che, questa terra bella e amata, è proprio il nostro uomo, nella frase sulla fabbrica, a rigettarla violentemente.

La lingua è apparentemente calma, con frasi ampie; non è una lingua parlata, ma una lingua volutamente alta e nobile nella sintassi, benché molto semplice nel lessico. Il nostro uomo sta scrivendo un Memoriale (questo il titolo dell’opera) rivolto ancora non sappiamo a chi (ma possiamo immaginare: a chi, secondo lui, ha il potere di liberarlo dai suoi «mali»). È un operaio, usa una lingua semplice, ma la rende forte proprio attraverso le ampie volute delle frasi.

Quindi: qui abbiamo una immediata messa in scena della voce del personaggio, nonché del conflitto in atto. Che sarà, giustamente immaginiamo cominciando a leggere, un conflitto tra una visione paranoica della realtà, propria dell’operaio che scrive, e una visione “normale” della realtà, che sarà propria di tutti gli altri – e in particolare, possiamo supporre, di coloro ai quali egli si rivolge per essere liberato dai suoi «mali».

E c’è anche un altro conflitto, sotterraneo. Perché il narratore, colui che sta dietro l’operaio che scrive e gli guida la penna, in realtà, così come anche noi faremo leggendo, sta dalla parte dell’operaio. La sua visione paranoica, ci fa intendere, è quella giusta. La realtà è paranoica.

Mario Sironi, Paesaggio urbano
Mario Sironi, Paesaggio urbano

100 lezioni di scrittura creativa / 33 (che vi rimanda a un altro articolo)

di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

La trentatreesima lezione della serie originaria altro non era che una versione ristretta dell’articolo già pubblicato qui nel sito della Bottega di narrazione con il titolo Se ometti informazioni non rendi più interessante il tuo racconto. A quello dunque rimando. gm

100 lezioni di scrittura creativa / 32 (dove si scopre che la puntata 32 sarebbe in realtà la 31, e viceversa)

di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

[Ho fatto un po’ di confusione. Questa lezione sarebbe in realtà la 31, e si riallaccia alla 30.gm]

Martedì scorso finivo citando una breve notizia di cronaca (dal Gazzettino, pagine provinciali di Padova). La ripeto:

Ieri pomeriggio a Monteortone due giovani a bordo di una motocicletta hanno rotto il vetro di un’auto parcheggiata in via Castello da una coppia di turisti tedeschi e si sono impossessati della busta di plastica lasciata sul sedile, contenente un pacco di fazzoletti di carta e alcune creme antisole. Gli agenti della polizia municipale hanno accompagnato la coppia a sporgere denuncia ai carabinieri.

Scrittura creativa, Corsi di scrittura creativa a Milano
Clicca sulla Lettera 32 per leggere il bando della Bottega di narrazione 2015-2016
Si può dire che la notizia è insignificante. Eppure contiene una sorta di promessa di narrazione. A partire da questo fatto insignificante, potrebbe succedere di tutto. Perché mai due tizi in motocicletta dovrebbero rubare una busta della spesa abbandonata sul sedile di un’automobile? O sono due sciocchi, o avevano qualche ragione di credere che in quella busta potesse esserci qualcosa d’importante. Avendo una motocicletta, è molto più redditizio uno scippo al volo (mal che vada si porta a casa un portafoglio) che una simile rapina (di pochissimo conto, ma sempre rapina è).

Poi: chissà che cosa ci facevano, due turisti tedeschi, a Monteortone. Monteortone è, va l’assicuro, tra tutti i paesi della provincia di Padova, uno dei meno rilevanti turisticamente. Non c’è nessuna ragione precisa perché dei turisti debbano andare a Monteortone. E allora, che cosa ci facevano lì? E che cosa volevano veramente rubare i due motociclisti? E si è trattato veramente di un furto oppure di un modo, per chissà quali ragioni così stabilito, di far passare di mano un oggetto? In fondo, che dentro la busta ci fossero solo fazzoletti di carta e cosmetici, l’hanno detto i due turisti, non è mica un fatto accertato…

Molti romanzi o racconti cominciano così: con un fatto banale, anche futile, che tuttavia apre una promessa di narrazione: ossia, pur nella sua banalità, contiene qualcosa di inspiegabile, o almeno di illogico. L’abilità del narratore consiste, in questi casi, nel proporci un mondo nel quale le cose che avvengono sono banali (e perciò, va da sé, senza esitazione credibili) e tuttavia lievemente “sfasate” rispetto alla vera e autentica banalità (quella, per intenderci, che sperimentiamo nella nostra vita quotidiana).

La narrazione in somma ci propone avvenimenti perfettamente credibili, che però non sono davvero del tutto perfettamente credibili. Sono credibili, ma ci lasciano il sospetto che “ci sia sotto qualcosa”. Sono credibili, ma hanno un particolare che, a pensarci bene, è troppo strano per essere creduto così sui due piedi. Sono credibili, ma forse basterebbe osservarli da un altro punto di vista…

* * *

Eravamo forse una decina o qualcuno in più. Eravamo ai giardini pubblici. Era novembre. Era vino. Ce n’era tanto. Per tenersi caldi, per stare vicini. Qualcuno esagerò. Più di qualcuno, a dire il vero. Poi uno corse ad abbracciare un albero enorme e iniziò a sgranare parole senza senso circa la fecondazione e gli elefanti in Indonesia.

Questo è l’incipit di Come gli elefanti in Indonesia, romanzo assai bizzarro e non del tutto privo di qualità di Vanni Schiavoni, classe 1977, di Manduria (edizioni LiberArs). Anche qui abbiamo una situazione banale, nella quale irrompe un fatto inspiegabile. Che c’entrano gli elefanti, la fecondazione, l’Indonesia, con un normale pomeriggio di ragazzi che chiacchierano e bevono?

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Il fatto inspiegabile però qui è, se così si può dire, troppo inspiegabile. Può sembrare solo un’idea bislacca. Tuttavia anche l’incipit della Metamorfosi di Kafka («Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sonni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo») può sembrare solo un’idea bislacca. È necessario quindi che il narratore, subito dopo aver presentato il fatto inspiegabile, faccia di tutto perché esso venga riclassificato (dal lettore) tra i fatti spiegabili, magari appena un po’ inspiegabili. Non per niente il grosso problema di Gregorio Samsa, risvegliatosi «trasformato in un enorme insetto immondo», è sintetizzabile più o meno così: «Santo cielo, che cosa penserà il capufficio?». E i suoi familiari reagiscono al fatto più o meno così: «Santo cielo, guarda come si è ridotto Gregorio!». La realtà, “strappata” dal fatto inspiegabile, viene rapidamente “ricucita”.

Nel romanzo di Vanni Schiavoni, questo “ricucimento” della realtà tarda ad arrivare. Così che il lettore legge e legge le prime pagine, e non capisce bene quale sia la promessa narrativa. Che c’entrano gli elefanti? A un certo punto la risposta arriva, e la narrazione si fa leggere assai volentieri; tuttavia c’è stato uno iato, un momento di indecisione iniziale, un piccolo vuoto: proprio all’inizio, proprio lì dove, invece, il lettore dovrebbe (permettetemi questo verbo) essere incuriosito e irretito.

Perché lo scopo di ogni narrazione, si sa, è questo: essere letta, o ascoltata, o guardata, dall’inizio alla fine.

* * *

Quando il fatto che irrompe è veramente inspiegabile, o almeno straordinario, è necessario provvedere rapidamente a un “ricucimento” della realtà. Se il fatto che irrompe è sostanzialmente spiegabile, è necessario provvedere a instillare nel lettore il dubbio che così spiegabile in effetti non sia. Che cominciamo a raccontare in un modo o che cominciamo a raccontare in un altro, si arriva comunque a uno stesso punto medio: la presentazione di una realtà che è parzialmente spiegabile (e che quindi il lettore si spiega da sé) e parzialmente inspiegabile (e che quindi il lettore si aspetta che noi gli spieghiamo).

Una realtà tutta inspiegabile, sarebbe rifiutata dal lettore come una sciocchezza. Una realtà tutta spiegabile, non presenta il minimo interesse.

L’incipit di una narrazione, quindi, serve anche a questo: a promettere al lettore che, questa realtà dove qualcosa è inspiegabile, prima o poi gli sarà spiegata per filo e per segno. Promessa che, sia chiaro, non è poi così obbligatorio mantenere.

La prima macchina per scrivere veramente portatile
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Tutto sulla Lettera 32
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100 lezioni di scrittura creativa / 31 (dove si parla dei mostri marini)

di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

[Ho fatto un po’ di confusione. Questa puntata doveva essere la 32. Consiglio quindi di leggere prima appunto la 32. gm]

Corsi di scrittura creativa
Il bando 2015-2016
Dicevo la settimana scorsa [cioè ieri…] che ogni racconto o romanzo, già nelle prime righe, fa al lettore una promessa di narrazione. Leggere le prime frasi o la prima pagina d’un libro, per capire se può interessarci, è un’abitudine diffusa. Ma come funziona, nel dettaglio, questa promessa di narrazione? Io non lo so spiegare. Posso solo fare esempi.

Quello che segue è l’incipit di Viaggio alle Incoronate, un romanzo di Hans Kitzmüller. Kitzmüller è un germanista goriziano, un narratore, un prestigioso studioso e traduttore. Le Incoronate sono isole della Dalmazia. Io, tengo a precisarlo, non ho ancora letto il libro.

L’idea di partire finalmente, mi emozionava. Per andare sino alle Incoronate dovevo affrontare una lunga navigazione solitaria che poteva essere anche di tre, quattro giorni – dipendeva dal tempo e dal mare che avrei trovato. Mi pregustavo però anche la meraviglia e lo stupore di fronte a visioni straordinarie. Laggiù volevo gettare l’ancora in ogni baia sicura, ormeggiare ad ogni piccolo molo dell’arcipelago. E starmene lì, seduto o sdraiato nel sedile del pozzetto, cullato nella quiete dell’attracco a vivere intensamente il lieve nulla di cui sono fatte le ore trascorse a bordo in certe sere silenziose e in certe notti luminose.

Questo incipit contiene tutto il programma d’un libro. Un uomo parte per un viaggio a lungo progettato, o più volte rimandato, comunque molto desiderato («finalmente»), nel corso del quale egli prevede o progetta di entrare in uno stato d’animo speciale, anzi già vi sta entrando («mi emozionava»), stato d’animo possibile in quanto il viaggio, grazie alle «incertezze» e alla «solitudine» che garantisce, si prospetta come alternativo alla vita ordinaria del protagonista, che si presumerà «certa» e «affollata», più o meno come potrebbe essere la vita di un professore di Lingua e letteratura tedesca all’Università di Udine, quale Kitzmüller è. Naturalmente, che la narrazione sia autobiografica, o para-autobiografica, è una supposizione. Ma siamo appena all’inizio, e abbiamo il diritto di fare supposizioni.

La destinazione del viaggio è provvista d’un nome quasi magico: le Isole Incoronate fanno pensare all’Isola-non-trovata o all’Isola Ferdinandea. Come se ciò non bastasse, il signor Kitzmüller già annuncia «meraviglia», «stupore» e «visioni straordinarie»; meraviglia stupore e visioni, tuttavia, non terribili né inquietanti, bensì da godersi in «baie sicure», «seduto o sdraiato», «cullato nella quiete». Il viaggio sarà quindi estatico: non sarà il viaggio mistico del giovane che va incontro ai pericoli per mettersi alla prova e tentar di diventare immortale, ma il viaggio estatico dell’adulto che cerca pace e straniamento per ritrovare, diciamo così, la sua nascita. Nient’altro che un’estasi, infatti, è quel «vivere intensamente il lieve nulla» che sta nell’ultima frase. Viene in mente quel viaggiatore leggero e folle che fu Robert Walser: i cui personaggi spesso intraprendono viaggi a piedi, nel corso dei quali godono di ogni felicità.

Che libro ci aspettiamo, dunque? Non certo un’avventura marinaresca. Ci aspettiamo che un professore di Lingua e letteratura tedesca, o comunque un personaggio immaginabile da un professore di Lingua e letteratura tedesca, passi alcuni giorni in mare; non in mezzo al mare, ovviamente, ma costeggiando; e che questi giorni si riempiano di eventi minimi, di «lievi nulla»; e che tra eventi minimi e «lievi nulla» irrompa qualcosa. Che cosa? Ma, sarà un passato, saranno dei passati. Il libro sarà un libro di rievocazione. Creata per mezzo della «solitudine» una tabula rasa, il nostro professore o personaggio aprirà la propria mente, lascerà libero il passaggio a tutto ciò che “il logorio della vita moderna” tiene invece a bada, distante. Giusto? È più o meno questo, il libro che ci aspettiamo?

La cosa divertente è che il libro – passo dalla prima pagina all’ultima – finisce con queste parole:

Tutto, poi, è stato esattamente così.

* * *

Ma la vera curiosità che ci farà leggere il libro è questa: il nostro navigante, in quei giorni di viaggio, incontrerà i mostri marini?

«Che c’entrano i mostri marini?», domanderà qualcuno.

Una mappa dei mostri marini
Una mappa dei mostri marini

In effetti l’incipit non dice nulla sui mostri marini; non li nomina, non li promette, ma nemmeno li nega. I mostri marini sono nella nostra immaginazione. Che cosa saranno, le «visioni straordinarie» di cui si parla? Saranno semplicemente paesaggi molto belli, o saranno i mostri marini? L’incipit, in effetti, mette avanti due cose che stanno in tensione. La promessa di «meraviglia» e di «visioni straordinarie» è almeno all’apparenza incompatibile con la promessa di «lievi nulla», di «quiete» e di «sere silenziose». Siamo ancora all’inizio della narrazione, siamo pronti a tutto: ma abbiamo cominciato, senza rendercene ben conto, a dare una forma a questa nostra disponibilità. In sostanza, ci stiamo preparando a sovrapporre le cose incompatibili: ad accettare che una «sera silenziosa» sia fonte di «meraviglia», che un «lieve nulla» si presenti come una «visione straordinaria». Stiamo imparando a rinunciare ai mostri marini.

Alla fin fine siamo abbastanza sicuri che Viaggio alle Incoronate sarà un libro un po’ noioso: perché non ci offrirà un turbine di avvenimenti nitidamente esposti, come i libri d’avventure, ma tenterà invece di confondere la nostra visione. Ci saranno pagine nelle quali non capiremo bene se una «visione straordinaria» o un «lieve nulla» si stia levando dinanzi ai nostri occhi.

Ecco. L’incipit di Viaggio alle Incoronate è sicuramente un bell’incipit, molto evocativo, un po’ magico. Fa al lettore una promessa assai seria. E in effetti (nel frattempo l’ho letto) poi la mantiene. È un libro assai bello. Se v’incuriosisce, e non riuscite a trovarlo in libreria, potete rivolgervi direttamente all’editore. La settimana prossima faremo a pezzi qualche altro inizio di narrazione. Perché nella narrazione, così come nelle relazioni amorose, nell’inizio di solito c’è già tutto. Buona settimana.

100 lezioni di scrittura creativa / 30 (dove si parla dell’inizio)

di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

State un po’ a sentire:

Nel 1903 mia nonna Teresa, madre di mio padre, si arrabbiò con Dio e anche con tutti gli ebrei di Dnepropetrovsk, in Ucraina, perché continuavano a credere in Lui malgrado la micidiale inondazione del fiume Dnepr. Durante l’alluvione era morto Giuseppe, il suo figlio preferito. Quando l’acqua aveva cominciato a invadere la casa, il ragazzo aveva spinto in cortile un armadio e ci si era arrampicato sopra, ma il mobile non rimase a galla perché era gravato dai trentasette trattati del Talmud…

Sono le prime righe di Quando Teresa si arrabbiò con Dio, romanzo di Alejandro Jodorowsky (1992; Feltrinelli 1996). Conosco pochi inizi di narrazione così fulminanti. Jodorowsky forse non se n’era reso conto (il titolo originale è Donde mejor canta un pàjaro), ma evidentemente il traduttore (Gianni Guadalupi) e l’editore italiani sì: e dall’incipit ricavarono il titolo. Mi ricordo: vidi il libro, il titolo mi attirò, lessi il primo capoverso e senza esitare passai alla cassa. Due giorni dopo avevo già letto il libro. Ottimo.

Le prime righe di una narrazione sono importanti tanto quanto il primo approccio in una seduzione. In quanto lettori, lo sappiamo bene. Ma come è fatto un incipit efficace? Guardiamo qualche esempio.

La sorpresa.

Gregorio Samsa, svegliandosi una mattina da sonni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo.

F. Kafka, La metamorfosi. Raramente l’elemento fantastico entra così velocemente nella narrazione, e in maniera così naturale.

Il conflitto.

La notizia arrivò all’Alto Commissariato britannico di Nairobi alle nove e trenta di un lunedì mattina. Per Sandy Woodrow fu come una fucilata, che lo colpì diritto nel suo cuore inglese diviso.

J. Le Carré, Il giardiniere tenace. Dove non conta tanto l’effetto di shock («una fucilata») quanto l’immagine del «cuore inglese diviso»: noi già immaginiamo un conflitto interno al personaggio.

Il destino.

Non l’ho mai conosciuta da viva. Lei, per me, esiste solo attraverso gli altri, nell’evidenza delle loro reazioni alla sua morte. Scavando a ritroso e attenendomi ai fatti posso dire che era una ragazza triste e una puttana. Nella migliore delle ipotesi era una fallita, un’etichetta che, del resto, potrei applicare a me stesso.

J. Ellroy, Dalia Nera. Non sappiamo ancora niente, ignoriamo chi sia lei e chi sia lui; ma presentiamo che non sapremo mai veramente chi è “lei”, e che alla fine del romanzo “lui” scoprirà di non sapere niente di sé.

L’azione.

La signora Dalloway disse che i fiori li avrebbe comperati lei. Quanto a Lucy aveva già il suo daffare. Si dovevano togliere le porte dai cardini; gli uomini di Rumpelmayer sarebbero arrivati tra poco. E poi, pensò Clarissa Dalloway, che mattina – fresca come se fosse stata appena creata per dei bambini su una spiaggia.

La signora Dalloway di V. Woolf non è certo un “romanzo d’azione”; tuttavia l’incipit ci offre già quel “narrare concitato” tipico di questo romanzo, in cui il turbinare di percezioni e pensieri ci avvolge e dà l’illusione di un’azione continua.

Generalizzando, si potrebbe dire: un buon inizio di narrazione presenta velocemente uno o più personaggi determinati, in una situazione determinata, posto o posti in un conflitto e/o difronte a un avvenimento improvviso e/o misterioso. Questa generalizzazione, come sempre in questo campo, vale quel che vale.

I demoni di F. Dostoevskij, ad esempio, inizia così:

Nell’accingermi alla descrizione degli avvenimenti tanto strani svoltisi or non è molto nella nostra città, in cui finora non era accaduto nulla di notevole, sono costretto, per la mia inesperienza, a rifarmi alquanto da lontano; e precisamente da alcuni particolari biografici intorno a Stepan Trofimovic Verchovenski, uomo rispettabilissimo e di molto ingegno. Questi particolari non serviranno che d’introduzione, mentre la storia che mi propongo di scrivere seguirà poi.

Il bello è che i «particolari biografici» occupano, nell’edizione che ho qui, 210 pagine su complessive 730 del romanzo. Sarà una questione di respiro: un racconto di venti pagine ha bisogno di un inizio più spiccio di un romanzo di 730; e un romanzo di 730 pagine avrà bisogno di imporre al lettore un ritmo di lettura pacato, piuttosto che convulso.

O pensate ai Promessi sposi, che iniziano addirittura tre volte: prima c’è l’introduzione falso-seicentesca («L’Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita…»), poi c’è lo scorcio paesaggistico (ma anche storico-sociale) che tutti conoscono («Quel ramo del lago di Como…»), e infine c’è l’inizio della narrazione vera e propria: «Per una di quelle stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628, don Abbondio, curato d’una delle terre accennate di sopra…». Notiamo, però, che l’incontro di don Abbondio con i bravi di don Rodrigo è un inizio di narrazione che presenta un personaggio determinato, in una situazione (tempo, spazio, contesto sociale) determinata, posto in un conflitto e difronte a un avvenimento improvviso e misterioso.

* * *

Leggete questa:

Ieri pomeriggio a Monteortone due giovani a bordo di una motocicletta hanno rotto il vetro di un’auto parcheggiata in via Castello da una coppia di turisti tedeschi e si sono impossessati della busta di plastica lasciata sul sedile, contenente un pacco di fazzoletti di parta e alcune creme antisole. Gli agenti della polizia municipale hanno accompagnato la coppia a sporgere denuncia ai carabinieri.

Questa notizia breve, uguale a tante altre che si trovano nelle pagine di cronaca locale, è già un discreto inizio di narrazione. Ci sono due personaggi determinati, c’è una situazione determinata, c’è un avvenimento improvviso (per quanto non grave: forse apparentemente non grave) e, volendo, misterioso (perché rubare, considerato il molto rischio e il prevedibile minimo guadagno, una busta della spesa dall’aria – quanto si capisce – non tanto piena?).

Ma delle relazioni tra notizia e incipit, giornali e romanzi, parliamo settimana prossima. Arrivederci.

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100 lezioni di scrittura creativa / 29 (dove si spiega come si può diventare uno scrittore gratis)

di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Buongiorno. Un collaboratore d’un quotidiano mi chiede, un paio di giorni fa, di segnalargli corsi e laboratori di scrittura che inizino nel mese di settembre [vi ricordo che l’articolo è stato scritto diversi anni fa…]. Io gli dico: «Mi dia un paio d’ore»; scartabello le mie carte, do un’occhiata ai miei archivi; poi mi attacco alla rete, visito un po’ di siti bene aggiornati; alla fine faccio una lista di corsi e laboratori, e gliela giro. S’intende che non è una lista completa; come ha chiesto a me, questo collaboratore d’un quotidiano avrà chiesto ad altri.

Dunque.

Girellando per la rete, volando di sito in sito a caccia di corsi e laboratori di scrittura dei quali mi fosse sfuggita la notizia, trovo questo annuncio:

VUOI DIVENTARE UNO SCRITTORE? GRATIS? ALMENO PROVARE? Diventare scrittori gratis? Cosa significa? Significa che quest’anno, ad Arezzo Wave, apre, dal 3 al 6 luglio WORD STAGE, puoi partecipare a laboratori di scrittura gratuiti condotti da gente come Lucarelli, Nove, Scarpa, Montanari… E se aggiungessi che tra coloro che partecipano ai laboratori sarà scelto il miglior racconto da inserire, assieme ai racconti di Scarpa, Evangelisti, Voltolini, Rigosi, Cornia, Nori… nell’antologia de “La Biblioteca di Riccardo – Circolo Aurora”? [l’annuncio è ancora in rete, qui]

Il corso è già scaduto; ma l’annuncio mi fa impressione.

Dunque.

«Diventare uno scrittore gratis» mi suona un po’ come «Perdere sette chili in sette giorni senza rinunciare a sbafare di tutto». Non voglio dire che per «diventare uno scrittore» uno debba frequentare per forza un corso costosissimo. È che quel «gratis» mi sembra equivalere a un «senza fatica», «in sette giorni», eccetera.

In realtà «Diventare uno scrittore gratis» suona come un’occasione, un’eccezione rispetto alla norma, che sarebbe: «Diventare uno scrittore pagando (caro)». Quindi l’idea che sta dietro il «Diventare uno scrittore gratis» è: «Normalmente, per “diventare uno scrittore”, bisogna spendere molti soldi (e/o fare molta fatica); noi ti offriamo, occasione unica ed eccezionale, di “diventare uno scrittore” senza spendere nulla, e facendo anche poca fatica».

Questa “offerta speciale”, in somma, non va contro, ma va a rafforzare l’idea che per “diventare scrittori” sia necessario passare attraverso costosi corsi e laboratori di scrittura. Come un annuncio che dicesse: «Vieni in vacanza nel nostro villaggio, per sette giorni potrai fare sesso con chiunque vorrai»; che ha come “sfondo” l’idea che tanti siano sessualmente repressi e insoddisfatti.

Poi.

«Tra coloro che partecipano ai laboratori sarà scelto il miglior racconto da inserire, assieme ai racconti di Scarpa, Evangelisti, Voltolini, Rigosi, Cornia, Nori…». Ossia: noi ti forniamo l’occasione per diventare (gratis) uno scrittore; però non è poi così facile; in realtà uno solo dei partecipanti diventerà uno scrittore; infatti uno solo dei partecipanti sarà ammesso a pubblicare al fianco di Scarpa, Evangelisti, Voltolini, Rigosi, Cornia, Nori eccetera, che sono già degli scrittori.

Quindi, per essere considerati, o almeno considerarsi, «uno scrittore», bisogna potersi idealmente sedere a fianco di Scarpa Evangelisti eccetera: che sono «Autori Autorizzati», secondo la felice definizione dello stesso Scarpa (potete leggerla in rete, qui). «Diventare uno scrittore», a questo punto, è come ottenere un patentino. E questo patentino si ottiene pagando, frequentando costosi corsi e laboratori di scrittura. Occasionalmente, una volta l’anno, il patentino è disponibile gratis. Una specie di iniziativa promozionale.

Che poi Scarpa, Evangelisti, Voltolini, Rigosi, Cornia, Nori eccetera, siano «diventati scrittori», ossia «Autori Autorizzati», in tutt’altro modo e per tutt’altre vie; questo non conta. E non ha neanche senso dirlo, tutto sommato, perché le “vie d’accesso” alla pubblicazione, al «diventare scrittori», non sono per nulla codificate. Non c’è un percorso da fare, non serve un diploma, non ci sono concorsi che ti “laureino” scrittore. In assenza di percorsi riconoscibili, chiunque ha la possibilità di metter fuori un annuncio e dire: «Vuoi diventare scrittore? Gratis?».

***

Dove voglio arrivare? A questo:

Esiste ormai un vasto mercato di corsi, laboratori, stage di scrittura. Sono così tanti che ne perdo il conto. Di per sé non ci trovo niente di male. Esiste anche un vasto mercato di corsi di salsa e merengue, di corsi di nuoto, di corsi d’inglese.

Personalmente credo che sia un bene, se molte persone si accostano o riaccostano alla scrittura. Una delle ragioni per le quali mi piace questo mio mestiere di insegnante di scrittura e narrazione è che lo trovo un mestiere utile.
Non ho neanche problemi di concorrenza. Ho lavoro che mi basta.

Però:

Mi scoccia che circolino annunci come quello che ho riportato e discusso. Mi scoccia davvero. Magari poi il laboratorio sarà stato, in sé e per sé, una bella cosa. Guardo i docenti: Carlo Lucarelli è un insegnante strepitoso (l’ho visto in azione), Tiziano Scarpa idem, Aldo Nove e Raul Montanari non li ho mai visti in aula ma sono persone intelligenti e capaci. [Successivamente ho visto in aula Montanari: molto, molto bravo]

Il punto non è la qualità del corso. Il punto è la modalità di presentazione.

Due o tre persone al giorno mi scrivono per avere notizie di corsi che si svolgano dalle loro parti, o per chiedermi un’opinione sulla “credibilità” di questo o quel corso al quale stanno pensando di iscriversi.

Posso dare una sola indicazione. Tanto più è basso il profilo, tanto più è credibile la faccenda: un corso per «migliorare il proprio stile» è più credibile di un corso per «diventare scrittori».

E tanto più il prezzo vi pare congruo (rispetto alle ore, ai docenti reclutati ecc.), tanto più è credibile la faccenda (il troppo e il troppo poco sono cattivi segnali): tenendo conto che ci sono iniziative di enti pubblici (biblioteche, di solito) che per ragioni ovvie costano meno delle iniziative private.

Buona settimana.

[Ciliegina sulla torta. Dopo aver scritto questo articolo, continuai a pensarci su. Qualche giorno dopo mi sentii con Aldo Nove. Gli domandai: “Senti, ma questo corso ad Arezzo…”, “Quale corso?”, “Quel corso lì, che c’era ad Arezzo Wave, dove sei stato anche tu…”, “Ma quando?”, “Ai primi di luglio”, “Non ho fatto nessun corso ad Arezzo”, “Ma dovevi farne uno?”, “Macché”; mi venne allora un dubbio; sentii Tiziano Scarpa e Carlo Lucarelli: ebbi l’identica risposta].

Minneapolis. La celeberrima ciliegia di Claes Oldenburg
Minneapolis. La celeberrima ciliegia di Claes Oldenburg

100 lezioni di scrittura creativa / 28 (dove si distingue tra professionisti e dilettanti)

di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Buongiorno. Com’è andato il Ferragosto? Spero bene. Bene. [Vi ricordo che queste lezioni sono state scritte molti anni fa].

Un amico mi segnala una lezione dello scrittore Sandro Veronesi (il suo ultimo romanzo: La forza del passato, Feltrinelli) [vi ricordo, ecc.], tenuta durante un corso di scrittura organizzato a Roma dalla casa editrice Minimum Fax, leggibile in “sbobinatura” nelle pagine web appunto di Minimum Fax (ora si trova in Minima et moralia, qui). In questa lezione Veronesi a un certo punto dice: «Quando soffrono, i professionisti, smettono di scrivere, e i dilettanti si mettono a scrivere». Il «lavoro principale» dello scrittore «professionista» è, dice Veronesi, «tenere pulito il proprio potenziale» da «tutti gli ingombri»: «la donna v’ha lasciato, i cazzi, i soldi, la monnezza, quello che volete». «Il professionista lì si ferma, lotta con ‘sto vento, risolve, per quel che può, o vi è travolto, se non riesce a risolvere i problemi, poi, dopo, quando questo momentaccio è passato, scrive». Al contrario, «il dilettante, invece, BUM, subito prende questo flusso di merda che gli arriva addosso, e, per terapia, per consolarsi, per reggere meglio l’urto e illudendosi addirittura che questo nobiliti il suo gesto, scrive».

Sandro Veronesi
Sandro Veronesi
Il concetto non è nuovo; ma mi sembra molto ben detto. Mi piace anche questo uso delle parole «dilettante» e «professionista».

Poi Veronesi continua: «Qualunque cosa consegua alla tua vita quotidiana che finisce dentro la scrittura va vagliata e lavorata molto prima. Perché se tu hai un rapporto familiare, è ovvio che questo rapporto familiare finisce per formare quello che scriverai. Il disagio, quello che non funziona nel tuo rapporto familiare, con i tuoi genitori, con tua moglie, con i tuoi figli, finirà per formare in un modo nell’altro quello che scrivi. Però c’è il rischio che dopo tu trasferisci sulla scrittura la soluzione del rapporto familiare. Se ti va bene il libro, perché lo pubblichi, perché viene anche apprezzato, rischi di non considerare più un problema familiare quello che è diventato addirittura la chiave del tuo successo. Ecco, allora: un professionista questo sbaglio non lo deve fare, perché è troppo fragile, lo capite, troppo fragile quello che costruisci. Ti appoggi su un problema, lo trasformi in soluzione senza avere toccato il problema…».

Perfetto. Devo dire che non ho mai sentito spiegare meglio perché e percome l’idea, così diffusa, della “scrittura come terapia” è in buona parte un’idea sbagliata.

Una persona assai amabile mi ha scritto, circa un mese fa: «Io sto scrivendo un diario, spinta dalla mia terapeuta… Adesso che ho quasi finito il mio diario retrospettivo, inserito in quello attuale, mi chiedo che farne, oltre ad averne usufruito per chiarirmi, anche perché la mia terapeuta, a cui l’ho letto man mano, si è molto interessata nell’ascoltarlo e m’incoraggia a non tenerlo chiuso nel classico cassetto». Qui si tratta di vera e propria “scrittura come terapia”, perché la scrittura nasce, e ha la sua prima esistenza, proprio all’interno di una relazione terapeutica; potremmo dire, anzi, che qui non abbiamo una “scrittura come terapia”, ma una “terapia con scrittura”. Naturalmente può succedere che una scrittura iniziata all’interno di una relazione terapeutica poi si renda autonoma e diventi, diciamo così, “scrittura-scrittura”. Cosa che auguro, senza azzardarmi in previsioni, all’amabile persona di cui sopra.

L’importante è che, per usare il linguaggio un po’ brutale di Sandro Veronesi, vi sia prima la «soluzione dei problemi», e poi la scrittura. In me, ad esempio, la scrittura è nata durante una relazione terapeutica, e all’interno di una relazione amicale. Una situazione quasi ideale. Che però io sono riuscito a rovinare, qualche tempo dopo, perché senza rendermene ben conto ho fatto della scrittura un antagonista della relazione terapeutica. Dicevo: «C’è del lavoro che faccio nella relazione terapeutica, e c’è del lavoro che faccio per mio conto nella scrittura»; ciò che accadeva, invece, era che facevo del lavoro nella relazione terapeutica e, penelopescamente, lo disfacevo nella scrittura. Se qualcuno fosse curioso di verificare la cosa in corpore vili, può andare a confrontare la felicità (psichica, morale, estetica) del mio primo libro di racconti (Questo è il giardino, del 1993) con l’orrore (psichico, morale, estetico) del mio terzo libro di racconti (Il male naturale, del 1998, Mondadori).

Dal punto di vista di Sandro Veronesi, io sono uno scrittore «cattivo professionista»: perché a volte mi comporto come un professionista, e a volte come un dilettante. Il mio ultimo libro di racconti (Fiction, del 2001, Einaudi) è un libro da superprofessionista (non è un giudizio di qualità, è un giudizio professionale), mentre la decisione, presa qualche mese fa, di tenere un diario in pubblico (è sicuramente dilettantesca (o, almeno, presenta tutti i pericoli del dilettantismo). [Il blog del mio diario in pubblico è ormai sparito nel nulla del web…]

* * *

Ma come si fa, a diventare «professionisti» nel senso indicato da Veronesi (cioè non nel senso di “vivere dei propri libri”; quella è un’altra faccenda)? Secondo me, e non saprei se Veronesi sarebbe d’accordo, si tratta di capire che la scrittura è un’attività di relazione. È una cosa che ho già detta e ripetuta in questa rubrica. Si tratta quindi di trovare, nella nostra esperienza di vita, delle relazioni-modello sulle quali basare la nostra idea di “scrittura come relazione”. La relazione terapeutica è per definizione una relazione-modello; una relazione amicale felice è naturalmente una relazione-modello; ma anche le relazioni familiari, professionali, comunitarie possono servire da modello.

Ci sono anche libri che fanno intravedere la loro relazione-modello. Ad esempio, La coscienza di Zeno: che esplicita, e parodizza, la relazione terapeutica come relazione-modello. O i libri di Aldo Busi, che diventano bellissimi quando la sua relazione con la madre emerge come relazione-modello.

E voi, che relazione-modello avete? Arrivederci.

Scrittura creativa
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Come riconoscere a colpo d’occhio l’editore dal quale è meglio tenersi a distanza

di Giulio Mozzi

1. Il sito contiene errori di grammatica, sintassi e ortografia.

2. Nel sito, soprattutto nella pagina intitolata Chi siamo, Il nostro progetto o simili, si leggono attacchi all’editoria industriale farciti di luoghi comuni; nonché elogi dell’editoria “artigianale” farciti di luoghi comuni. Particolarmente grave, quando compare, il richiamo a Davide e Golia.

3. L’editore dichiara di voler pubblicare opere d’ogni genere: narrativa, poesia, teatro, saggistica storica e filosofica, divulgazione scientifica, memorialistica, libri per bambini e per ragazzi, eccetera.

4. Le copertine dei libri pubblicati non presentano la minima coerenza grafica.

5. L’editore lancia dei bandi nei quali dichiara di essere in cerca di un certo numero di opere da pubblicare.

6. Nel sito non si rinviene nessuna informazione sulla distribuzione dei libri. In alternativa, nel sito c’è una lunga spiegazione circa le “librerie fiduciarie” (se avete dei dubbi, provate a telefonare a una di queste e a domandare se hanno mai sentito nominare quell’editore lì).

7. Nelle schede relative agli autori della Casa sono messe in grande evidenza le posizioni professionali e sociali: il Dirigente scolastico Tizio, il Primario della Clinica Ortopedica Caio, la Presidentessa del Circolo culturale “Ambarabà” Sempronia, e così via.

8. Abbondano le formule vaghe del tipo: “i nostri Editor saranno a disposizione dei Signori Autori per la revisione dell’Opera allo scopo di renderla accessibile al più vasto e qualificato Pubblico” (ah: abbondano anche le maiuscole).

9. Nella rassegna stampa trovate solo articoli di quotidiani locali, spesso annuncianti pubbliche presentazioni con la partecipazione di Sindaci, Assessori e altre Autorità.

10. Siete lettrici o lettori forti, da anni; da anni avete l’abitudine di passare in libreria tutti i sabati mattina; leggete talvolta i supplementi librari dei quotidiani e frequentate qualche blog: e tuttavia, quell’editore lì non l’avete mai sentito nominare.

Scrittura creativa
Dal Pinocchio di Jacovitti

100 lezioni di scrittura creativa / 27 (dove arriva una telefonata alle sette e venti del mattino)

di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Corsi di scrittura creativa
Il bando 2015-2016
Saluti a tutti. Non passa giorno senza che il postino non mi lasci nella cassetta delle lettere (o sul davanzale della finestra, se non ci stanno) almeno un paio di bustoni con dentro dattiloscritti (romanzi, raccolte di racconti, saggi storici, poesie, sistemi filosofici). Non passa giorno senza che nella mia casella di posta elettronica non si riversino uno o due dattiloscritti. Non passa giorno senza che qualcuno mi telefoni per propormi un testo da leggere. [Questo scrivevo all’epoca. Oggi le quantità sono aumentate…] Ogni tanto succedono cose curiose. Questa è successa il 21 luglio scorso.

***

Sono nel mio studio. Sono le sette e venti del mattino. Sto lavorando. Il telefono suona. Alle sette e venti del mattino mi telefonano solo gli amici, quindi rispondo fiducioso.
«Buongiornoo, è il dottor Mozzii?». Una voce maschile, voluminosa.
«Buongiorno», dico. «Sono Giulio Mozzi. Lei cercava Giulio Mozzi?».
In Padova, mia città, abita un altro Giulio Mozzi. Fa il cardiologo.
«Cercavoo lo scrittoree, è leii?», dice la voce.
«Sono io», dico. Amen.
«Ecco sentaa, io le telefonavoo perché avrei scrittoo due romanzii, cioè quattroo, ma due sono già stati pubblicatii, per le Edizioni dell’Antico Torchioo, lei ha presentee?».
Penso all’Antica Gelateria del Corso e rispondo: «No. Mai sentite nominare».
«Ecco sentaa, io con questi quii ho fatto due romanzii, noo?, e avrebbero anche venduto benee, se loro si fossero dati una mossaa, invece hanno venduto solo duemila copiee, abbiamo fatto due edizionii, e allora adessoo che ho qui due romanzii, volevo pubblicarli da leii», dice la voce.
«Ma», dico, «prima dovrò leggerli».
«Ecco sentaa, io passavo per Padova giovedìi, così glieli portoo, facciamo quattro chiacchieree», dice la voce.
«Ma, vede», dico, «anche se ci vediamo, finché io non ho letti i testi, non è che abbiamo molto da dirci».
«Ecco sentaa, noo, è che le volevo spiegaree, perché sono romanzi che hanno un messaggioo particolaree, così non volevo essere fraintesoo, e poi così possiamo parlare degli aspetti commercialii, che sono importantii, noo?», dice la voce.
«Ma, guardi», dico, «quanto al messaggio contenuto nei romanzi, è proprio meglio se non ne parliamo prima: perché se il romanzo fa passare il suo messaggio, bene, ma se ha bisogno di spiegazioni di contorno, allora vuol dire che non basta a sé stesso. E quanto agli aspetti commerciali, mi pare un po’ prematuro».
«Ecco, sentaa, ad esempio io potrei portare degli sponsoor, come la Cassa di Credito Cooperativo del Tagliamentoo e del Piavee, che ha sponsorizzato anche gli altri due romanzii, e la Cantina Sociale di Sacilee, che ha sponsorizzato solo il secondoo, perché è arrivata tardii, ma si è già detta interessataa al terzoo», dice la voce.
«Ma, sa», dico, «che ci sia o non ci sia uno sponsor, a me non interessa mica tanto. A me interessa consigliare all’editore buoni libri».
«Ecco, sentaa, io comunque sarei là giovedìi, le faccio uno squilloo, andiamo a mangiaree un bocconee», dice la voce.
«Ma, ecco», dico, «io giovedì non ci sono proprio. Sono a Milano, in casa editrice».
L’uomo, mi aspettavo che rilanciasse su mercoledì o venerdì. Invece, e non me l’aspettavo, sta zitto qualche secondo.
«A Milanoo, ha dettoo?», dice poi.
«Sì», dico. «A Milano. La casa editrice per la quale lavoro è a Milano».
«Non è a Padovaa?», dice.
«No», dico. «Io abito a Padova, ma lavoro per una casa editrice di Milano».
«Ma allora è una cosa milanesee», dice.
«È un’azienda di Milano», dico.
«Quindi non vi interessaa, uno scrittore di Gradoo», dice.
«Ma no!», dico. «L’editore è di Milano, ma pubblica persone che abitano in ogni parte d’Italia. Abbiamo autori piemontesi, emiliani, pugliesi, napoletani…».
«Ecco sentaa, anche del Sud, alloraa?», dice.
«Sì, certo», dico, «anche del Sud. Anzi, in proporzione con le altre case editrici, abbiamo parecchi autori del Sud».
«Ah beeh, alloraa, mi scusi tantoo, ma non ci siamoo», dice.
«Cioè?», domando.
«Non ci siamoo, non ci siamoo. Arrivederla, dottor Mozzii», dice.
«Buona giornata», dico.
Clic.

***

Sono certo che l’anonimo telefonatore abbia veramente vendute migliaia di copie del suo romanzo stampato dalle Edizioni dell’Antico Torchio. Uno che è capace di telefonare a un perfetto sconosciuto alle sette e venti di mattina, sarebbe capace di vendere frigoriferi agli esquimesi. Li prenderebbe per sfinimento.

E non mi fa neanche tanta impressione il razzismo. Che non è un razzismo verso il Sud (già Milano non andava bene): è razzismo verso chiunque non sia identico. Ed è, ovviamente, un razzismo-autogol: se si accetta di comunicare solo tra identici, è come non comunicare con nessuno.

Mi spaventa più di tutto la velocità della decisione. Gli sono bastati pochi secondi, a quell’uomo, per chiudere la telefonata. Per escludere dall’orizzone questa realtà scomoda e fastidiosa, che è l’editore per il quale io lavoro. Sono stato bruciato con una sola fiammata.

Per carità: non abbiamo perso niente. Sono sicuro. Alla prossima.

[Quella di ieri e quella di oggi sono due lezioni “d’alleggerimento”. Da domani si ricomincia a fare sul serio].

Scrittura creativa
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100 lezioni di scrittura creativa / 26 (dove si sostiene che bisogna saperla lunga sul senso di colpa e sull’urbanistica)

di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Scrittura creativa
Lo scrittore maschio affronta la prova vacanze

«Lei che è uno scrittore, che cosa farà durante le vacanze?».
«Ma, non lo so, mi pare già una grazia che quest’anno vado in vacanza».
«Scommetto che ne approfitterà per scrivere qualcosa di nuovo».
«Non sono uno di quelli che riescono a scrivere come se fosse un lavoro».
«Allora leggerà».
«Se è per questo, leggo sempre».
«Ma in vacanza che cosa preferisce: leggere o rileggere?».
«Non vedo la differenza».
«Non so, qualcosa come rileggere i classici, o i libri voluminosi che durante l’inverno non è riuscito a leggere, oppure un libro al quale è affezionato e che rilegge spesso».
«Sinceramente: parto domani, ma non ho ancora pensato a che libri mettere in borsa. Ce n’è un paio che devo finire, e poi ne prenderò su qualcun altro. Un po’ a caso».
«Ma per lei la vacanza è un momento d’ispirazione?».
«Anche fare la coda in posta per pagare le bollette può essere un momento d’ispirazione».
«Dunque lo scrittore non va mai veramente in vacanza».
«Ma sì, vado in vacanza, vado a Pantelleria due settimane».
«No, nel senso che la sua mente, le sue piccole cellule grigie, anche durante la vacanza, saranno sempre lì a lavorare, a elaborare storie…».
«A dire il vero, mi piacerebbe proprio stare un po’ senza far niente».
«In fondo la vita dello scrittore è tutta una grande vacanza, no?».
«Come, scusi?».
«Sempre lì, a leggere, scrivere, meditare, a conversare con altri scrittori, a confrontarvi ai convegni…».
«Non so che dirle. Stamattina ero a Verona, 82 chilometri in treno da Padova, mia città, sveglia alle 5.45 del mattino, per quattro ore di lezione sul descrivere luoghi in un master per futuri “manager culturali”. L’altro ieri ero a Milano, 232 chilometri, sveglia sempre alle 5,45, a lavorare in casa editrice, dove abbiamo discusso alcuni aspetti contrattuali d’un autore, progettato un convegno da farsi in primavera prossima, pianificata la campagna stampa per un libro che esce in settembre, inseguito un personaggio illustre dal quale vorremmo una prefazione. Il giorno prima ancora ero a Lignano, sulla costa friulana, non so i chilometri, sveglia alle 6 del mattino, per una lezione sul lavoro editoriale in uno stage di scrittura e narrazione…».
«Insomma, non vorrà lamentarsi».
«No. Infatti. Non mi lamento. Voglio solo far notare che ciò di cui vivo è un lavoro come un altro, una libera professione come un’altra. Come tanti devo alzarmi presto, raggiungere il luogo di lavoro, fare quello che mi è stato chiesto di fare, possibilmente farlo bene, tornare a casa, e sperare che mi paghino. La mia esistenza non è una grande vacanza. È l’esistenza di un libro professionista come un altro».
«Lei quindi si considera un professionista».
«Sì, ma non del raccontare. Mi considero un professionista dell’insegnare a scrivere e narrare, del descrivere luoghi, dello scegliere libri da pubblicare».
«E allora, quand’è che lei crea?».
«Quando càpita, se càpita. Non credo di avere creato tanto spesso».
«Non faccia il falso modesto».
«Non faccio il falso modesto. Di inventare davvero, forse mi è capitato due volte in vita».
«E il resto è tutta professionalità?».
«Il resto sono tentativi falliti, riusciti a metà, non riusciti per niente, non riusciti per un pelo, che quasi quasi ce la facevano, che ce l’avrebbero fatta se fossi stato capace di essere meno simile a me stesso…».
«Lei non è simile a sé stesso?».
«Io sono simile a me stesso. Ma per creare, certe volte, bisognerebbe diventare un altro».
«Lei non ha fiducia in sé stesso».
«Diciamo così: ho fiducia nella mia capacità di diventare, di tanto in tanto, un altro».
«Una specie di dottor Jeckill e mister Hyde».
«Se vuole».
«A questo punto, però, non mi ha ancora detto che cosa farà durante le vacanze».
«Sì che l’ho detto: quello che fanno tutti».
«Montagna o mare?».
«Mare, l’ho già detto. Vado a Pantelleria».
«Le piace leggere sotto l’ombrellone?».
«Ci sono certi libri che sotto l’ombrellone vanno benissimo».
«Ad esempio?».
«I libri lunghi».
«Le piacciono i libri lunghi?».
«Sì. Se un libro è lungo, già solo per quello mi interessa».
«Legge i best-seller americani?».
«No, ci ho provato delle volte, ma mi annoio. Si capisce subito come finiranno le cose».
«Con qualche eccezione».
«Con qualche eccezione, d’accordo, ma l’idea di annoiarmi nove volte su dieci non mi entusiasma».
«Quindi in valigia metterà dei libri lunghi?».
«Non credo».
«E allora?».
«E allora, guardi, se proprio vuole: ho tirato giù dallo scaffale, proprio mentre parlavamo, La penombra che abbiamo attraversato di Lalla Romano, Einaudi, che ho comperato una vita fa ma non ho ancora letto; Gli esordi di Antonio Moresco, Feltrinelli, che ho letto e vorrei rileggere; Il peccato e la paura, di Jean Delumeau, il Mulino, un saggio sull’idea di colpa tra Medioevo e Rinascimento che ho cominciato tre volte senza mai venirne a capo; Paterson di William Carlos Williams, Lerici, un poema che ho già letto tre o quattro volte; Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città, Einaudi, un classico dell’urbanistica. Penso che potrebbero andare, e bastare».
«Qual è il più lungo?».
«Il Delumeau, che fa mille e otto pagine».
«Ma perché legge un libro di mille pagine sul senso di colpa?».
«Dice che non dovrei?».
«No, non lo dico, ma mi sembra strano che uno scrittore legga un libro del genere».
«Perché strano?».
«Perché non è letteratura, è… è… non saprei neanche dire che cos’è, un libro del genere, di storia del senso di colpa. E quello di urbanistica, poi, che cosa se ne fa?».
«Ma, non lo so. Non è che me ne faccio qualcosa direttamente. Sono una persona umana, ho dei sensi di colpa, vivo in una città, perché non dovrei imparare qualcosa sui sensi di colpa e sulle città?».
«Ma non dico che non dovrebbe. È che pensavo che gli scrittori leggessero solo libri di scrittori».
«E i farmacisti leggono solo libri di farmacia?».
«No, non faccia apposta a non capire».
«Infatti, ho capito benissimo».
«E che cos’ha capito?».
«No, meglio se non lo dico».
«No, lo dica, invece».
«Lo dica».
«No».
«Lo dica, sì».
«No».
«Sì».
«No».

Scrittura creativa, Corsi di scrittura creativa
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100 lezioni di scrittura creativa / 25 (dove si tenta di distinguere tra racconto e romanzo)

di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

978880616530GRABuongiorno. Scrivo questo pezzo giovedì 17 luglio, alle quattro meno venti (del pomeriggio). Ho appena tirata fuori la posta dalla casella, e ho trovato il nuovo numero della rivista Fernandel (n. 3/2003) pubblicata dalla casa editrice Fernandel. La rivista Fernandel è sempre molto interessante, e anche i libri che fa la casa editrice Fernandel sono molto interessanti. In questo numero della rivista Fernandel c’è una interessante (e divertente) intervista di Sergio Rotino a Tiziano Scarpa. Tiziano Scarpa ha appena pubblicato un libro di racconti (Cosa voglio da te, Einaudi: un bel libro) e Sergio Rotino gli fa delle domande sullo scrivere racconti, confrontato allo scrivere romanzi. «Scrivo contemporaneamente racconti e romanzi», dice a un certo punto Tiziano Scarpa. E aggiunge, parlando un po’ in generale: «I racconti sono scritti meglio, si possono correggere e riscrivere un mucchio di volte. Mentre è difficile governare fino all’ultima virgola una cosa di quattrocento pagine. E da un libro di racconti si possono escludere quelli meno riusciti, mentre magari un romanzo ha bisogno di alcuni capitoli di raccordo che possono essere meno potenti rispetto al resto del libro, ma necessari».

Proprio stamattina, mentre viaggiavo in treno da Milano a Padova, in un recente manuale universitario (Franco Brioschi, Costanzo di Girolamo, Massimo Fusillo, Introduzione alla letteratura, Carocci) leggevo quasi la stessa cosa, ma a rovescio (cioè dal punto di vista del lettore): «La differenza principale tra lungo e breve consiste probabilmente nel fatto che, nel genere breve, il lettore o l’ascoltatore ha la possibilità di un controllo mnemonico totale o pressoché totale degli elementi narrativi presentati, mentre questo non può avvenire nella stessa misura in una narrazione lunga come un romanzo. Ma c’è anche una differenza di modalità di ricezione: un racconto può essere letto o ascoltato in una volta, mentre la lettura o l’ascolto di un romanzo presuppone normalmente, per la sua estensione, delle pause» (p. 139).

Non mi interessa, ora, qui, mettermi a discutere della differenza tra racconto e romanzo (tra l’altro io, a differenza di Tiziano Scarpa, so scrivere solo racconti; quindi sullo scrivere romanzi non ho alcuna competenza diretta). M’interessa mettervi sotto gli occhi questo semplice fatto: nel comporre una narrazione, lunga o breve che sia, tener conto del tempo (del proprio tempo di scrittura, del tempo di lettura), dell’attenzione (della propria attenzione, e di quella del lettore), della possibilità materiale (propria, e del lettore) di tenere tutto il materiale narrativo sempre presente.

Se io, nel comporre, faccio fatica a tenere sotto controllo tutto il materiale, a ricordare con precisione tutto ciò che faccio avvenire, a far durare le “sessioni di scrittura” abbastanza a lungo da scrivere ogni volta una porzione significativa della mia narrazione, mi conviene pensare che esattamente gli stessi problemi, probabilmente, li avrà anche il lettore.

Ieri sena, a cena con persone gentilissime, si discuteva un po’ sul serio e un po’ scherzando, su quanto tempo ci voglia a leggere un romanzo di ottocento pagine. Chi diceva sedici ore, chi diceva dieci. E qualcuno ha detto: «Eh, era bello quando si era ragazzi, che si aveva il tempo di mettersi lì magari due giorni interi, da mattina a sera, e far fuori certi volumoni…». Sono convinto che certe letture di grossi libri fatte da ragazzo, che mi sono rimaste impresse indelebilmente, mi siano rimaste impresse indelebilmente appunto perché potevo permettermi lunghissime sessioni di lettura. Ricordo di aver letto Guerra e pace in neanche due settimane. Vabbè, avevo quattordici anni, ci capivo da qua fin là: però la storia, almeno quella, e certe situazioni (la morte del principe Andrej!) me le ricordo come se avessi chiuso il libro cinque minuti fa. Per leggere Alla ricerca del tempo perduto ci ho messo da novembre 2002 a febbraio 2003: sono più pagine di Guerra e pace, certo, ma una lettura diluita in quattro mesi, d’un libro peraltro che ha singole scene della durata anche di trecento pagine, è una lettura veramente malfatta.

978-88-518-0030-7E allora? Dicevo: mentre scrivo la mia narrazione devo pensare, una volta di più, a chi la leggerà, e a come la leggerà. Ieri, in casa editrice, discutevo con Giorgio un suo testo che pubblicheremo all’inizio del 2004: è un libro di racconti (anche se sono racconti per modo di dire: si potrebbe chiamarli «brani di testo descrittivi del mondo» e, bruttezza della formula a parte, si sarebbe più precisi) tutti centrati su un numero ristretto di ambienti situazioni tipologie di personaggi, ma variabilissimi nella forma, che lui nel suo dattiloscritto ha impaginati come se fossero paragrafi di un romanzo. Ci siamo trovati a discutere l’opportunità di questa scelta (sulla quale, a dire il vero, forse lui non aveva meditato più che tanto). Ci piaceva l’idea che tutti questi racconti molto legati tra loro fossero sulla pagina quasi una “colata” d’inchiostro (e di narrazione); d’altra parte ci pareva che fosse il caso di inserire, qua e là, quasi delle “pause caffè” per il lettore, dei possibili luoghi di sosta durante la lettura. Altrimenti, ci siamo detti, rischiamo di ammazzarlo, questo povero lettore.

Ecco: l’amore per il lettore (del quale ho parlato più volte, in queste pagine) consiste anche nel non chiedergli più di quanto chiederemmo a noi stessi. Se abbiamo composta una pagina in cinque giorni di duro lavoro, ricordiamogli che lui (come anche noi, quando siamo lettori) si aspetta di poterla leggere in un paio di minuti. Se abbiamo voglia di scrivere un romanzo con cinquecento personaggi, ricordiamoci che così come noi avremo il problema di ricordarceli tutti, lo stesso problema ce l’avrà anche il povero lettore. Perché, da questo punto di vista, come da altri, il narratore e il lettore, questo va detto, sono nella stessa barca. Arrivederci.

Scrittura creativa
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100 lezioni di scrittura creativa / 24 (dove si spiega che per fare un editing bisogna andare a spasso con l’autrice)

di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Buongiorno. Scrivo questo pezzo sabato 12 luglio, alle dieci di mattina. Sono stato due giorni in Emilia, ospite di Luisa, che ha scritto un libro assai bello (avrò l’onore di pubblicarlo nel gennaio o febbraio prossimi). [Ricordare sempre che questi articoli sono stati pubblicati diversi anni fa…] Il libro racconta la storia d’una bambina. Ci parlano dentro molte voci. A volte parla la bambina: racconta al tempo presente la sua infanzia. Un’infanzia che sembra veramente d’altri tempi: si parla di campagna, di terra, di bestie, di regole patriarcali, di fame. Eppure Luisa ha forse due, tre anni più di me. La voce della bambina è, ovviamente, scritta dalla donna adulta: ma la sensazione non è quella di leggere una voce adulta che imita una voce bambina; è piuttosto quella di leggere una voce adulta occupata, invasa da una voce bambina.

marialuisabompani_infanziadeaAlla voce della bambina si alternano altre voci. La “voce delle fonti”, ad esempio: una voce cronachistica, appena appena ironica, che riporta antiche filastrocche, cita dai quaderni di scuola della bambina (Luisa – che ovviamente è e non è la bambina; come sempre avviene nelle narrazioni – ha conservato dozzine di quaderni, ritagli, giornaletti, scarabocchi), da vecchi giornalini, da ricordi dei genitori raccolti in età adulta (le preghiere e i canti latini storpiati, le vecchie storielle “da filò”, i “fatti” che si raccontavano). E poi, impressionanti, le fotografie dell’album di famiglia.

La “voce amorevole”, invece, è una voce che fa confusione con i pronomi. Si rivolge alla bambina dandole del tu. Poi dice: io. Poi dice: noi. Cose come: «All’asilo avevi paura. Non avevamo giochi, all’asilo. Non vedevo l’ora di uscire, ma la mamma non veniva mai a prenderci». La voce amorevole dà conforto, è vicina, consola. Tocca la bambina, la avvolge, la accarezza. Non bamboleggia mai, peraltro. Tutt’altro. A volte rimprovera o sollecita, ma sempre per rafforzare.

Infine, a volte parla una voce che Luisa ha chiamata “voce delle radici”. Che è la voce più indecifrabile, per me. Apparentemente è una voce che accusa i genitori, che chiede loro conto. Mi avete fatto questo e questo, dice questa voce. E spesso racconta una rivincita. Ma non si tratta mai di una rivincita contro i genitori; è una rivincita di un’altra direzione. Quand’ero piccola e ogni tanto bagnavo il letto, racconta ad esempio, mi avete instillata la vergogna per i miei liquidi. Bene: oggi non me ne vergogno affatto, anzi; mi piace far pipì dappertutto, anche nei prati, nei parchi, nelle strade. Quando ne ho bisogno ne ho bisogno. «Come i gatti segnano il territorio», ho detto a Luisa. Lei ha riso.

Ma di libri che raccontano l’infanzia, ce n’è a palate. Che cosa fa, di speciale, questo libro di Luisa?

Fa più o meno questo. La bambina è all’inizio un soggetto così trascurabile, per gli adulti, che nemmeno le viene dato il nome, così alieno che nessuno la toccava mai. Alla fine, dopo duecento e passa pagine, la bambina è diventata – per l’adulta – una specie di dea: una dea mediatrice, che consente all’adulta di accogliere, anche amare, il tempo in cui nessuno le dava un nome e nessuno osava toccarla; pur senza cedere, mai, all’invito nostalgico.

Luisa, in somma, ha costruito un vero mito personale. Che è anche, credo, una sorta di mito ctonio. È una cosa non da tutti.

* * *

Lavorare con Luisa è molto bello. In questi due giorni abbiamo chiacchierato sulle generali, esaminate singole pagine, discussi il senso e la lingua di ciascuna delle “voci”, abbozzate soluzioni d’impaginazione.

Abbiamo anche mangiato insalata di riso, melone, tigelle, borlenghi, formaggi, tagliolini.

Abbiamo bevuta moltissima acqua.

Siamo andati al parco del suo paese, dove c’è un laghetto con una coppia di cigni bianchi. Quest’anno la coppia ha figliato: e infatti portavano in giro, un po’ nell’acqua un po’ sul prato, quattro bei cignottini grossi come galline, con il piumaggio ancora incerto e la camminata, sul prato, clownesca.

Siamo andati a vedere il monumento agli scout defunti, che è una cosa che un vicino della Luisa ha costruita nel suo giardino. Una sorta di muro irregolare, alto un paio di metri e largo tre, pieno di nicchie e sporgenze, con incastonate dentro immagini sacre, un presepietto, piastrelle con motti e ammonimenti, crocefissi.

Siamo andati a vedere la casa dell’infanzia della bambina: ossia un condominio/centrocommerciale in puro stile postmoderno emiliano (cioè postomoderno, ma con il mattone a vista), che giace lì dove c’era la casa dell’infanzia della bambina.

Lavorare a un libro, dicevo anche settimana scorsa, significa tentar di condividere un’immaginazione. Un’immaginazione è fatta anche di paesaggio, cibo, luoghi, alberi, monumenti agli scout defunti, case che non esistono più.

Non voglio dire che un buon editor dovrebbe sempre traslocare a casa dei suoi autori. Ma, ogni tanto, è proprio necessario. Non si può entrare nell’immaginazione di Luisa senza entrare anche, almeno per un po’, nei suoi luoghi. Io frequento abbastanza l’Emilia, al suo paese ero già stato, ma di una gita d’un paio di giorni c’era proprio bisogno. Non mi è passato neanche per l’anticamera del cervello di farla salire a Padova o a Milano. No, sono sceso io.

Poi, Luisa è una donna. E il suo libro, si sarà capito, è un libro differente. Per me, che sono maschio, la faccenda non è semplice. Spesso, semplicemente non capisco. O non capisco, ad esempio, quanto di ciò che dice e racconta Luisa appartenga al suo immaginario, e quanto invece appartenga al suo mondo reale. Non so nemmeno se l’immaginario, per me e per lei, siano la stessa cosa. Se la relazione col mondo, per me e per lei, siano la stessa cosa.

È anche per questo, tra l’altro, che tengo molto a questo libro: perché mi sembra assai bello, ma mi sfugge.

Succede anche questo, all’editor ambulante: inseguire, fino nel profondo dell’Emilia, un libro che gli sfugge. E poi dire, candidamente: «Non so ben che dire». Perché uno dei compiti dell’editor, del non si parla mai, ma è uno dei più importanti, è questo: amare i libri futuri, amarne il mistero. Buona settimana.

Clicca sul naso del ragazzo per leggere il bando della Bottega di narrazione 2015-2016
Clicca sul naso del ragazzo per leggere il bando della Bottega di narrazione 2015-2016

Quel nichilista di Alessandro Manzoni (istruzioni per leggere i “Promessi sposi”, 3)

di Giulio Mozzi

Il bello era a sentirlo raccontare [Renzo] le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire. – Ho imparato, – diceva, – a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardare con chi parlo: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere -. E cent’altre cose.
Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, – e io, – disse un giorno al suo moralista, – cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire, – aggiunse, soavemente sorridendo, – che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.
Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.

Il sugo di tutta la storia, dunque, è che il Male colpisce a caso.

Se vi hanno fatto una capa tanta dei Promessi sposi come romanzo della Provvidenza, be’: forse Manzoni ci ha provato, a fare quel romanzo; ma alla fine gli è scappato – e gli è parso il sugo di tutta la storia – di dire che il Male càpita; che non c’è nessuna giustizia retributiva; e che al massimo, quando “i guai” càpitano, “per colpa o senza colpa”, “la fiducia in Dio li raddolcisce” e “li rende utili per una vita migliore”.

Avrete un bell’essere buoni: il Male vi colpirà ugualmente.

L’altro giorno citavo, verso la fine dell’articolo, il Libro di Giobbe. Questa volta ve lo risparmio.

Come possa “addolcire” i “guai” l’affidarsi a Chi
– o ve li ha mandati,
– o non ha saputo o potuto impedirli,
– o se ne infischia dei vostri guai:
questo resta un mistero. Restò un mistero anche per Giobbe: che, dopo aver chiesto conto a Dio dei tanti mali ricevuti in cambio di una fede retta e pura, si sentì rispondere, in sostanza: chi sei tu per fare di queste domande? Chi sei tu per insegnarmi la giustizia? Vuoi che mi sieda ai tuoi piedi e che impari da te che cosa è giusto e che cosa è ingiusto?

Ovvero: giusto è ciò che Dio fa; compresi i “guai” che càpitano agli innocenti, alle donne e agli uomini di fede retta e pura.

Si apre dunque, proprio nell’ultima pagina dei Promessi sposi, una specie di buco nero. Che ci costringe a ripercorrere l’intero romanzo (tanto, lo rileggiamo spesso: nevvero?) con tutt’altro sguardo.

100 lezioni di scrittura creativa / 23 (dove si spiega che per fare un editing bisogna diventare un altro)

di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Buongiorno. Scrivo questo pezzo sabato 5 luglio, alle 9 di mattina. Sono in Toscana, ospite d’un ragazzo che ha scritto un libro interessante e imperfetto. Sono qui per parlarne con lui. Abbiamo due giorni a disposizione. Io naturalmente ho letto e riletto il libro. Sui margini del dattiloscritto ho segnate un sacco di cose: espressioni che non mi sembrano del tutto chiare o abbastanza efficaci; frasi che mi sembrano perfettibili; aggettivi sui quali ho da ridire; svolte delle storie che mi lasciano un po’ perplesso; dialoghi che mi sembrano, volta a volta, troppo pesanti o troppo leggeri; eccetera eccetera. Ma di queste cose, credo che non parlerò con M**.

Il libro di M** è interessante. Si tratta di una serie di racconti legati tra loro da una questione (la parola “questione” mi sembra la più adatta). In ogni storia avviene qualcosa che è spiegabile in un solo modo: immaginando un intervento divino. Eppure, i protagonisti (e i narratori) delle storie, a questo intervento divino non possono credere. Non dico che non vogliono: non possono. Per cui ogni storia si chiude con un movimento, ripetitivo ma ogni volta diverso, di “scarto”: la soluzione-dio viene scartata, aggirata, elusa, dimenticata, lasciata in sospeso, messa in dubbio, nemmeno pensata – come se fosse una cosa troppo terribile, pensarla.

Già. Perché il dio che c’è e non c’è in queste storie, non è mica il dio-consolatore, il dio-buono. E’ piuttosto il dio-dio: quello le cui scelte sono imperscrutabili, e spesso francamente incomprensibili. Quello di Giobbe, per dire: che prima fa una scommessa col diavolo (dio dice al diavolo: “Guarda Giobbe come mi ama”; il diavolo dice: “Per forza, lo hai coperto di beni e ricchezze; làscialo a me, che gli faccio qualche disgrazia, e poi vedremo”; dio dice: “Va bene, basta che non me l’ammazzi”) e poi, quando Giobbe s’alza in piedi e dice: “Dio mio, perché mi hai fatto questo?”, dio prima se ne infischia, e poi s’alza in piedi, squarcia i cieli, guarda Giobbe e gli dice: “Chi sei tu per chiedermi conto delle mie azioni?”.

Un dio difficile da digerire, dunque, quello che appare-scompare nelle storie di M**. E per questo, a mio avviso, un dio interessante. Ma la cosa ancor più interessante, è che le storie che M** racconta non sono inventate. Non da lui, almeno. Nel suo libro M** (che è un appassionato di storia, di fumetto, di narrativa fantasy e di soldatini) ha “rivisitate”, come si usa dire, un certo numero di storie già note, già raccontate. Storie che appartengono alla storia, storie che appartengono alla fantascienza o al fantasy, storie che appartengono alla tradizione favolistica e leggendaria, e così via: dalla nascita di Gesù in Betlemme alla storia della legione romana scomparsa, dal pifferaio magico alla crociata dei bambini. Nel ri-raccontare tutte queste storie, M** ha fatto sì che, appunto, in ciascuna venisse alla luce la “questione”: se dio sia, se dio intervenga nella storia, o se dio non sia, o magari sia ma non intervenga nella storia.

È quasi come se (devo andarci cauto, perché questo è un pensiero mio, non di M**) M** avesse voluto aggiungere qualche storia alle storie, già numerosissime, della Bibbia. Solo che le storie di M** sono più parenti dei libri inquietanti della Bibbia (Giobbe, appunto, o il Qoèlet) che non di quelli confortanti. Se la Bibbia è la storia dell’incontro e della relazione amorosa tra dio e il suo popolo, le storie di M** sono storie di un incontro che per lo più non avviene: di sfioramenti, di occasioni mancate.

Ogni storia poi ha un suo trattamento stilistico specifico. Una storia ha per protagonista Carlo Magno, è in forma drammatica ed è intessuta di citazioni shakespeariane. Una storia è una storia di briganti toscani, ed è scritta in uno splendido italiano contaminato dal parlato. Un’altra storia ricalca modi borgesiani, un’altra ancora nasce da una citazione di Ballard; e così via.

* * *

Che cosa farò con M**? Mi metterò, dattiloscritto alla mano, a discutere di singole frasi, singole parole, microsvolte narrative, aggettivi, pronomi, consecutio temporum? Non credo.

Con M**, parlerò di massimi sistemi. Del modo in cui la “questione” è venuta alla luce in lui. Del modo in cui si può fare “sentire” al lettore la profonda unitarietà del libro che M** ha composto, al di là della deliberata diversità stilistica. Del modo in cui si può far percepire al pubblico naturale di questo libro (i lettori di fantascienza, fantasy e annessi & connessi) la presenza della “questione”. Del modo in cui si può far “aprire” questo libro a lettori estranei al suo pubblico naturale (non parlo di marketing; parlo di azioni interne al libro). Del modo in cui si possono inserire, o far apparire con più risalto, dentro al libro, “segnali” che guidino il lettore da una storia all’altra, da un versante all’altro della “questione”, dallo scetticismo più assoluto al desiderio di dio.

Ci metteremo quindi in giardino, poseremo i dattiloscritti sull’erba (il mio, con tutti i miei segni da “maestrina con la penna rossa”; il suo, con segnate tutte le cose che vorrà chiedermi), e preliminarmente parleremo dei massimi sistemi. Perché un libro è, sì, senz’altro, lavoro artigianale, connessioni, raffinatezza linguistica, coerenza narrativa, tutte quelle cose lì: ma è, prima di tutto questo, un’immaginazione che ha senso, dà senso, ha bisogno di senso. E tutto il resto, una volta che di questo senso si sia venuti a capo, è semplice lavoro.

M** ha le idee chiare. Io, credo, anche. Dobbiamo esplorare ancora un po’ le nostre immaginazioni, per poter lavorare insieme. Perché io sono il suo editor. E devo entrare completamente nella sua immaginazione, imparare a simularla. Finché avrò la mia immaginazione attiva, a poco servirà parlare; e non si potrà discutere nemmeno di virgole.

Il mestiere dell’editor, detto in due parole, è questo: diventare provvisoriamente un altro. Cosa assai divertente, e affascinante. Arrivederci.

Scrittura creativa, Corsi di scrittura creativa
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Don Rodrigo insegna la pietà a fra Cristoforo (istruzioni per leggere i “Promessi sposi”, 2)

di Giulio Mozzi

Fra Cristoforo è forse un uomo perfettamente buono? No, tutt’altro; e non solo perché in gioventù ha ammazzato un uomo; ma perché gli tocca buscare lezioni di pietà perfino da don Rodrigo.

Riassumiamo: il centro ideologico (diciamo così) del personaggio di fra Cristoforo è il perdono. Quando portava ancora il nome di Lodovico ed era il giovane figlio d’un mercante, così ricco da aver “contratte abitudini signorili”, per una bega futilissima – una questione di precedenza – aveva ammazzato un uomo; s’era rifugiato in una chiesa di cappuccini (“asilo, come ognun sa, impenetrabile allora a’ birri, e a tutto quel complesso di cose e di persone, che si chiamava la giustizia”) a chieder protezione; n’era uscito, tempo dopo, solo per gettarsi ai piedi dei familiari dell’ammazzato, ovviamente ansiosi di vendetta; e aveva fatto loro una tale impressione, da ritrovarsi imprevedibilmente perdonato (la storia è raccontata nel cap. iv).

Quindi fra Cristoforo sa a che cosa serve il perdono: a salvare delle vite (ma c’è un altro dettaglio, che non è un dettaglio ma la cosa principale; e lo vedremo alla fine).

Ora: Cristoforo va, nel capitolo vi, a trovare don Rodrigo; spera di convincerlo a rinunciare, per opportunità se non per bontà, alle sue frenesie su Lucia; fa un po’ d’anticamera, assiste a un pranzo e a una disputa sulle regole di cavalleria; infine viene invitato da Rodrigo a far due chiacchiere in una saletta a parte. Espone la questione, Cristoforo, girandoci intorno; senza fare nomi né cognomi; lasciando intendere assai più che dicendo esplicitamente. Com’è ovvio, Rodrigo capisce benissimo; e decide di rispondere con la maggiore delle insolenze. Leggiamo, e mandate a mente le parole in neretto:

– Ebbene, – disse don Rodrigo, – giacché lei crede ch’io possa far molto per questa persona; giacché questa persona le sta tanto a cuore…
– Ebbene? – riprese ansiosamente il padre Cristoforo, al quale l’atto e il contegno di don Rodrigo non permettevano d’abbandonarsi alla speranza che parevano annunziare quelle parole.
– Ebbene, la consigli di venire a mettersi sotto la mia protezione. Non le mancherà più nulla, e nessuno ardirà d’inquietarla, o ch’io non son cavaliere.
A siffatta proposta, l’indegnazione del frate, rattenuta a stento fin allora, traboccò. Tutti que’ bei proponimenti di prudenza e di pazienza andarono in fumo: l’uomo vecchio si trovò d’accordo col nuovo; e, in que’ casi, fra Cristoforo valeva veramente per due.
– La vostra protezione! – esclamò, dando indietro due passi, postandosi fieramente sul piede destro, mettendo la destra sull’anca, alzando la sinistra con l’indice teso verso don Rodrigo, e piantandogli in faccia due occhi infiammati: – la vostra protezione! È meglio che abbiate parlato così, che abbiate fatta a me una tale proposta. Avete colmata la misura; e non vi temo più.
– Come parli, frate?…
– Parlo come si parla a chi è abbandonato da Dio, e non può più far paura. La vostra protezione! Sapevo bene che quella innocente è sotto la protezione di Dio; ma voi, voi me lo fate sentire ora, con tanta certezza, che non ho più bisogno di riguardi a parlarvene. Lucia, dico: vedete come io pronunzio questo nome con la fronte alta, e con gli occhi immobili.
– Come! in questa casa…!
– Ho compassione di questa casa: la maledizione le sta sopra sospesa. State a vedere che la giustizia di Dio avrà riguardo a quattro pietre, e suggezione di quattro sgherri. Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla! Voi avete creduto che Dio non saprebbe difenderla! Voi avete disprezzato il suo avviso! Vi siete giudicato. Il cuore di Faraone era indurito quanto il vostro; e Dio ha saputo spezzarlo. Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch’io vi prometto. Verrà un giorno…
Don Rodrigo era fin allora rimasto tra la rabbia e la maraviglia, attonito, non trovando parole; ma, quando sentì intonare una predizione, s’aggiunse alla rabbia un lontano e misterioso spavento.
Afferrò rapidamente per aria quella mano minacciosa, e, alzando la voce, per troncar quella dell’infausto profeta, gridò: – escimi di tra’ piedi, villano temerario, poltrone incappucciato.
Queste parole così chiare acquietarono in un momento il padre Cristoforo. All’idea di strapazzo e di villania, era, nella sua mente, così bene, e da tanto tempo, associata l’idea di sofferenza e di silenzio, che, a quel complimento, gli cadde ogni spirito d’ira e d’entusiasmo, e non gli restò altra risoluzione che quella d’udir tranquillamente ciò che a don Rodrigo piacesse d’aggiungere. Onde, ritirata placidamente la mano dagli artigli del gentiluomo, abbassò il capo, e rimase immobile, come, al cader del vento, nel forte della burrasca, un albero agitato ricompone naturalmente i suoi rami, e riceve la grandine come il ciel la manda.
– Villano rincivilito! – proseguì don Rodrigo: – tu tratti da par tuo. Ma ringrazia il saio che ti copre codeste spalle di mascalzone, e ti salva dalle carezze che si fanno a’ tuoi pari, per insegnar loro a parlare. Esci con le tue gambe, per questa volta; e la vedremo. Così dicendo, additò, con impero sprezzante, un uscio in faccia a quello per cui erano entrati; il padre Cristoforo chinò il capo, e se n’andò, lasciando don Rodrigo a misurare, a passi infuriati, il campo di battaglia.

La scena è chiara, no? Ed è pure celebre.



Adesso corriamo avanti di una trentina di capitoli. Siamo nel Lazzaretto (cap. xxxv). Renzo vi è appena entrato, e s’imbatte in fra Cristoforo (che qualche capitolo prima aveva chiesto di esservi mandato a servire). Si ragguagliano reciprocamente; Renzo (che ha avuto la peste, è sopravvissuto, ed è quindi immune) dice d’esser lì in cerca di Lucia; sperando di trovarla almeno viva; e magari, come lui, risanata. “E se non la trovo!…”, dice, lasciando a metà la frase.

– Se non la trovi? – disse il frate, con un’aria di serietà e d’aspettativa, e con uno sguardo che ammoniva.
Ma Renzo, a cui la rabbia riaccesa dall’idea di quel dubbio aveva fatto perdere il lume degli occhi, ripeté e seguitò: – se non la trovo, vedrò di trovare qualchedun altro. O in Milano, o nel suo scellerato palazzo, o in capo al mondo, o a casa del diavolo, lo troverò quel furfante che ci ha separati; quel birbone che, se non fosse stato lui, Lucia sarebbe mia, da venti mesi; e se eravamo destinati a morire, almeno saremmo morti insieme. Se c’è ancora colui, lo troverò…
– Renzo! – disse il frate, afferrandolo per un braccio, e guardandolo ancor più severamente.
– E se lo trovo, – continuò Renzo, cieco affatto dalla collera, – se la peste non ha già fatto giustizia… Non è più il tempo che un poltrone, co’ suoi bravi d’intorno, possa metter la gente alla disperazione, e ridersene: è venuto un tempo che gli uomini s’incontrino a viso a viso: e… la farò io la giustizia!
– Sciagurato! – gridò il padre Cristoforo, con una voce che aveva ripresa tutta l’antica pienezza e sonorità: – sciagurato! – e la sua testa cadente sul petto s’era sollevata; le gote si colorivano dell’antica vita; e il fuoco degli occhi aveva un non so che di terribile.
– Guarda, sciagurato! – E mentre con una mano stringeva e scoteva forte il braccio di Renzo, girava l’altra davanti a sé, accennando quanto più poteva della dolorosa scena all’intorno. – Guarda chi è Colui che gastiga! Colui che giudica, e non è giudicato! Colui che flagella e che perdona! Ma tu, verme della terra, tu vuoi far giustizia! Tu lo sai, tu, quale sia la giustizia! Va’, sciagurato, vattene! Io, speravo… sì, ho sperato che, prima della mia morte, Dio m’avrebbe data questa consolazione di sentir che la mia povera Lucia fosse viva; forse di vederla, e di sentirmi prometter da lei che rivolgerebbe una preghiera là verso quella fossa dov’io sarò. Va’, tu m’hai levata la mia speranza. Dio non l’ha lasciata in terra per te; e tu, certo, non hai l’ardire di crederti degno che Dio pensi a consolarti. Avrà pensato a lei, perché lei è una di quell’anime a cui son riservate le consolazioni eterne. Va’! non ho più tempo di darti retta.
E così dicendo, rigettò da sé il braccio di Renzo, e si mosse verso una capanna d’infermi.
– Ah padre! – disse Renzo, andandogli dietro in atto supplichevole: – mi vuol mandar via in questa maniera?
– Come! – riprese, con voce non meno severa, il cappuccino. – Ardiresti tu di pretendere ch’io rubassi il tempo a questi afflitti, i quali aspettano ch’io parli loro del perdono di Dio, per ascoltar le tue voci di rabbia, i tuoi proponimenti di vendetta? T’ho ascoltato quando chiedevi consolazione e aiuto; ho lasciata la carità per la carità; ma ora tu hai la tua vendetta in cuore: che vuoi da me? vattene. Ne ho visti morire qui degli offesi che perdonavano; degli offensori che gemevano di non potersi umiliare davanti all’offeso: ho pianto con gli uni e con gli altri; ma con te che ho da fare?
– Ah gli perdono! gli perdono davvero, gli perdono per sempre! – esclamò il giovine.
– Renzo! – disse, con una serietà più tranquilla, il frate: pensaci; e dimmi un poco quante volte gli hai perdonato.
E, stato alquanto senza ricever risposta, tutt’a un tratto abbassò il capo, e, con voce cupa e lenta, riprese: – tu sai perché io porto quest’abito.
Renzo esitava.
– Tu lo sai! – riprese il vecchio.
– Lo so, – rispose Renzo.
– Ho odiato anch’io: io, che t’ho ripreso per un pensiero, per una parola, l’uomo ch’io odiavo cordialmente, che odiavo da gran tempo, io l’ho ucciso.
– Sì, ma un prepotente, uno di quelli…
– Zitto! – interruppe il frate: – credi tu che, se ci fosse una buona ragione, io non l’avrei trovata in trent’anni? Ah! s’io potessi ora metterti in cuore il sentimento che dopo ho avuto sempre, e che ho ancora, per l’uomo ch’io odiavo! S’io potessi! io? ma Dio lo può: Egli lo faccia!… Senti, Renzo: Egli ti vuol più bene di quel che te ne vuoi tu: tu hai potuto macchinar la vendetta; ma Egli ha abbastanza forza e abbastanza misericordia per impedirtela; ti fa una grazia di cui qualchedun altro era troppo indegno. Tu sai, tu l’hai detto tante volte, ch’Egli può fermar la mano d’un prepotente; ma sappi che può anche fermar quella d’un vendicativo. E perché sei povero, perché sei offeso, credi tu ch’Egli non possa difendere contro di te un uomo che ha creato a sua immagine? Credi tu ch’Egli ti lascerebbe fare tutto quello che vuoi? No! ma sai tu cosa puoi fare? Puoi odiare, e perderti; puoi, con un tuo sentimento, allontanar da te ogni benedizione. Perché, in qualunque maniera t’andassero le cose, qualunque fortuna tu avessi, tien per certo che tutto sarà gastigo, finché tu non abbia perdonato in maniera da non poter mai più dire: io gli perdono.
– Sì, sì, – disse Renzo, tutto commosso, e tutto confuso: capisco che non gli avevo mai perdonato davvero; capisco che ho parlato da bestia, e non da cristiano: e ora, con la grazia del Signore, sì, gli perdono proprio di cuore.
– E se tu lo vedessi?
– Pregherei il Signore di dar pazienza a me, e di toccare il cuore a lui.
– Ti ricorderesti che il Signore non ci ha detto di perdonare a’ nostri nemici, ci ha detto d’amarli? Ti ricorderesti ch’Egli lo ha amato a segno di morir per lui?
– Sì, col suo aiuto.
– Ebbene, vieni con me. Hai detto: lo troverò; lo troverai. Vieni, e vedrai con chi tu potevi tener odio, a chi potevi desiderar del male, volergliene fare, sopra che vita tu volevi far da padrone.
E, presa la mano di Renzo, e strettala come avrebbe potuto fare un giovine sano, si mosse. Quello, senza osar di domandar altro, gli andò dietro.
Dopo pochi passi, il frate si fermò vicino all’apertura d’una capanna, fissò gli occhi in viso a Renzo, con un misto di gravità e di tenerezza; e lo condusse dentro.
La prima cosa che si vedeva, nell’entrare, era un infermo seduto sulla paglia nel fondo; un infermo però non aggravato, e che anzi poteva parer vicino alla convalescenza; il quale, visto il padre, tentennò la testa, come accennando di no: il padre abbassò la sua, con un atto di tristezza e di rassegnazione. Renzo intanto, girando, con una curiosità inquieta, lo sguardo sugli altri oggetti, vide tre o quattro infermi, ne distinse uno da una parte sur una materassa, involtato in un lenzolo, con una cappa signorile indosso, a guisa di coperta: lo fissò, riconobbe don Rodrigo, e fece un passo indietro; ma il frate, facendogli di nuovo sentir fortemente la mano con cui lo teneva, lo tirò appiè del covile, e, stesavi sopra l’altra mano, accennava col dito l’uomo che vi giaceva.
Stava l’infelice, immoto; spalancati gli occhi, ma senza sguardo; pallido il viso e sparso di macchie nere; nere ed enfiate le labbra: l’avreste detto il viso d’un cadavere, se una contrazione violenta non avesse reso testimonio d’una vita tenace. Il petto si sollevava di quando in quando, con un respiro affannoso; la destra, fuor della cappa, lo premeva vicino al cuore, con uno stringere adunco delle dita, livide tutte, e sulla punta nere.
– Tu vedi! – disse il frate, con voce bassa e grave. – Può esser gastigo, può esser misericordia. Il sentimento che tu proverai ora per quest’uomo che t’ha offeso, sì; lo stesso sentimento, il Dio, che tu pure hai offeso, avrà per te in quel giorno. Benedicilo, e sei benedetto. Da quattro giorni è qui come tu lo vedi, senza dar segno di sentimento. Forse il Signore è pronto a concedergli un’ora di ravvedimento; ma voleva esserne pregato da te: forse vuole che tu ne lo preghi con quella innocente; forse serba la grazia alla tua sola preghiera, alla preghiera d’un cuore afflitto e rassegnato. Forse la salvezza di quest’uomo e la tua dipende ora da te, da un tuo sentimento di perdono, di compassione… d’amore!
Tacque; e, giunte le mani, chinò il viso sopra di esse, e pregò: Renzo fece lo stesso.
Erano da pochi momenti in quella positura, quando scoccò la campana. Si mossero tutt’e due, come di concerto; e uscirono. Né l’uno fece domande, né l’altro proteste: i loro visi parlavano.
– Va’ ora, – riprese il frate, – va’ preparato, sia a ricevere una grazia, sia a fare un sacrifizio; a lodar Dio, qualunque sia l’esito delle tue ricerche. E qualunque sia, vieni a darmene notizia; noi lo loderemo insieme.
Qui, senza dir altro, si separarono; uno tornò dond’era venuto; l’altro s’avviò alla cappella, che non era lontana più d’un cento passi.

Se avete notato le parole scritte in neretto, non ho più niente da dirvi: se non per pedanteria.

Le due scene sono chiaramente ricalcate l’una sull’altra. Non è detto che il lettore se ne accorga (e, a dire il vero, in nessuna delle quattro edizioni commentate, di cui due per le scuole, che ho sottomano, il commentatore fa notare il parallelismo; nel film di Sandro Bolchi, da cui è tratta la scena sopra, nel secondo episodio manca il gesto del braccio: che è come un segnale per suggerire al lettore/spettatore la somiglianza), tuttavia i segni sono evidenti: il gesto del braccio appunto, i due inviti a togliersi di torno, il richiamo all’uomo come immagine di Dio, il riservare a Dio la giustizia. Fra Cristoforo, nella scena del Lazzaretto, non fa che rivivere lo scontro con don Rodrigo: e mentre castiga Renzo, castiga anche sé stesso: il sé stesso di una volta, quando ancora si chiamava Lodovico ed era un mercante con la vanità d’essere pari ai nobili, ma anche il sé stesso di venti mesi prima, quando difronte a don Rodrigo aveva ceduto all’ira e aveva – lui stesso, come ora Renzo – elargito maledizione anziché benedizione.

In tutto questo, fittissimi sono gli echi biblici. A me piace richiamare, per la somiglianza del tono ironico e per l’estremità della situazione, la risposta del Signore a Giobbe. A Giobbe che gli chiede conto dell’aver subito tante disgrazie pur essendo stato sempre uomo pio e ligio alla legge, il Signore prima elenca la gloria di tutte le proprie opere, e poi conclude beffardamente (Gb, 40, 6-14), dichiarando di volersi mettere a scuola di giustizia presso Giobbe:

Allora il Signore rispose a Giobbe di mezzo al turbine e disse:
Cingiti i fianchi come un prode:
io t’interrogherò e tu mi istruirai.
Oseresti proprio cancellare il mio giudizio
e farmi torto per avere tu ragione?
Hai tu un braccio come quello di Dio
e puoi tuonare con voce pari alla sua?
Ornati pure di maestà e di sublimità,
rivestiti di splendore e di gloria;
diffondi i furori della tua collera,
mira ogni superbo e abbattilo,
mira ogni superbo e umilialo,
schiaccia i malvagi ovunque si trovino;
nascondili nella polvere tutti insieme,
rinchiudili nella polvere tutti insieme,
anch’io ti loderò,
perché hai trionfato con la destra.

Ma avevo detto al principio che c’è un dettaglio che non è un dettaglio. Eccolo ora. Nella rissa in cui Lodovico uccise un uomo, morì anche (poiché allora, quando i padroni litigavano, si gettavano nella mischia anche i servi) un servitore di Lodovico; al quale Lodovico era affezionatissimo. Mentre Lodovico sta nell’infermeria dei cappuccini,

Un padre, il cui impiego particolare era d’assistere i moribondi, e che aveva spesso avuto a render questo servizio sulla strada, fu chiamato subito al luogo del combattimento. Tornato, pochi minuti dopo, entrò nell’infermeria, e, avvicinatosi al letto dove Lodovico giaceva, – consolatevi – gli disse: – almeno è morto bene [intende il servitore di Lodovico], e m’ha incaricato di chiedere il vostro perdono, e di portarvi il suo -. Questa parola fece rinvenire affatto il povero Lodovico, e gli risvegliò più vivamente e più distintamente i sentimenti ch’eran confusi e affollati nel suo animo: dolore dell’amico, sgomento e rimorso del colpo che gli era uscito di mano, e, nello stesso tempo, un’angosciosa compassione dell’uomo che aveva ucciso. – E l’altro? – domandò ansiosamente al frate.
– L’altro era spirato, quand’io arrivai.

Capite? Il guaio non è solo d’aver ammazzato un uomo; è d’averlo ammazzato senza neanche dargli la possibilità di chiedere in extremis il perdono. Di averlo ammazzato, essendo in quel momento entrambi impegnati a tentar d’ammazzarsi, in peccato mortale: destinandolo dunque, senza scampo, all’inferno. Perché ammazzare un corpo vabbè, è cosa grave; ma determinare la dannazione eterna di un uomo è la cosa più terribile che un uomo possa fare.

Per andare a concludere, citiamo quei versi ai quali avete nel frattempo pensato tutti. Commedia, Purgatorio, canto v; Dante chiede a Bonconte da Montefeltro, ucciso in battaglia, come mai il suo corpo non si sia mai trovato. Bonconte risponde di esser corso via, ferito; di essere caduto dove il fiume Archiano si getta nell’Arno (e quindi “il vocabol suo diventa vano”, il suo nome scompare); e di essersi rivolto in extremis a Maria. Un angelo era sceso dal cielo a raccogliere la sua parte eterna, ovvero l’anima; il diavolo, vistasi sottratta a quel modo un’anima che evidentemente considerava già sua, si era sfogato accanendosi sul corpo (“l’altro”) e facendone sparire ogni traccia (vv. 99-108).

Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
arriva’ io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Quivi perdei la vista e la parola;
nel nome di Maria fini’, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.

Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:
l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?

Tu te ne porti di costui l’etterno
per una lagrimetta che ’l mi toglie;
ma io farò de l’altro altro governo!”.

Possiamo tranquillamente finire, dunque, sostenendo che è stato don Rodrigo, costringendo fra Cristoforo a pentirsi di quel gesto d’ira, e a materializzare il pentimento nella correzione di Renzo, a salvare l’anima di fra Cristoforo stesso.

Lasciate perdere il contenuto ideologico della cosa, e osservatene l’astuzia romanzesca.

Scrittura creativa, Corsi di scrittura creativa
Clicca sul naso di Manzoni per leggere il bando della Bottega di narrazione

100 lezioni di scrittura creativa / 22 (dove si danno dei consigli sul presentarsi agli editori che nel 2015 non vanno più bene)

di Giulio Mozzi

[Diversi anni fa Gianni Bonina mi chiese di compilare per la rivista Stilos una rubrica che fosse qualcosa come “un corso di scrittura creativa a puntate”. Scrissi 100 puntate. Se le volete tutte in un colpo, le trovate qui. Rielaborate e aggiustate, le 100 puntate sono diventate anche un libro, pubblicato da Terre di mezzo: (non) un corso di scrittura e narrazione. Da oggi le ripubblicherò qui, una al giorno (salvo inconvenienti e incidenti); e cercherò di rispondere a eventuali domande, obiezioni, dubbi eccetera. Occasionalmente inserirò negli articoli, come approfondimento, qualcuna delle mie videolezioni].

Corsi di scrittura creativa
Il bando 2015-2016
Buongiorno. Un giorno sì e un giorno no c’è un lettore (quasi mai una lettrice: ne parliamo settimana prossima) che mi domanda: «Ma se io voglio mandare un dattiloscritto alle case editrici, come devo presentarlo?». La domanda sembra banale e non lo è. Io ricevo due o tre dattiloscritti al giorno (a casa mia; altrettanti ne arrivano in casa editrice) e naturalmente non mi è possibile leggerli tutti integralmente. Ho imparato con l’esperienza che alcune caratteristiche del dattiloscritto, anche caratteristiche fisiche, sono significative. Ogni tanto mi viene in mente che si potrebbe inventare una disciplina simile alla grafologia, ma per i dattiloscritti («dattilografologia»?). Quindi, in somma, qui cerco di dare alcuni consigli per la presentazione dei dattiloscritti alle case editrici. Cominciamo:

[Questo scrivevo più di dieci anni fa. Oggi le cose vanno diversamente. Ma è interessante notare come alcune cose siano cambiate nel tempo].

1. Il dattiloscritto deve essere leggibile. Sembra un consiglio stupido per eccesso di ovvietà; ma non è così. Ricevo parecchi dattiloscritti quasi illeggibili. La leggibilità è assicurata da: corpo del carattere non troppo grande e non troppo piccolo (l’ideale è l’11 o il 12); carattere non troppo semplice e non troppo elaborato (Garamond e Times sono l’ideale; Arial, Helvetica e simili sono più faticosi da leggere; assolutamente da evitare i caratteri più complicati, in particolare quelli che imitano il corsivo); foglio con ampi margini (diciamo 4 centimetri per parte); interlinea normale, non più stretto né più largo di quello che il vostro sistema di scrittura propone come standard; rientro a inizio paragrafo (di 0,25 centimetri, in linea di massima). In particolare, spesso ricevo dattiloscritti con margini minimi, tipo un centimetro e mezzo: la riga di testo risulta così lunga che la lettura è faticosissima. Immaginate: se questo foglio di giornale non fosse impaginato sei colonne, ma fosse tutto un colonnone unico, riuscireste a leggerlo?

[Oggi nelle case editrici circolano quasi esclusivamente documenti digitali; che tutti leggono con tablet o lettori. Quindi è meno importante che il testo sia impaginato bene eccetera. Tuttavia, una cosa che si presenta gradevolmente all’occhio è sempre più gradita di una cosa che si presenta sgradevolmente all’occhio; un testo che devo reimpaginare per riuscire a leggerlo comodamente sul mio lettore digitale mi dà sui nervi ancora prima che ne abbia letta una sola parola…].

2. Sul dattiloscritto scrivete il vostro nome, cognome, indirizzo, numero di telefono, e-mail, tutto quanto. Mi è successo di ricevere dattiloscritti senza i dati dell’autore.

[Oggi molti mandano un’email con il loro lavoro in allegato; e mettono tutte le informazioni di contatto solo nell’email, e non nella prima pagina del loro lavoro. Meglio metterle anche lì, invece].

3. Mandate il dattiloscritto intero. Non mandate due capitoli scrivendo: «Se vi sembrerà interessante, chiedetemi pure i successivi: sarò felice di mandarveli»). Non esiste. Non mandate una lettera con una “scheda” del vostro romanzo: mandate il romanzo.

[Anche perché, adesso che girano quasi solo documenti digitali, non dovete spendere nulla].

4. Se mandate il vostro dattiloscritto a una casa editrice, cioè a un’azienda, mandatelo pure senza preavviso. Se lo mandate a una persona privata (ad esempio a me) e avete la possibilità di chiedere permesso (per telefono, via posta elettronica) fàtelo: è una gentilezza.

[Questo, per me, non vale più. Ormai leggere è il mio mestiere].

5. Non mandate un file via posta elettronica, a meno che vi sia esplicitamente richiesto. Già mi sobbarco l’onere di leggervi, perché mai dovrei mettere io i soldi dell’inchiostro e della stampa? (Nonché il tempo per stampare).

[Questo appunto non vale più, nell’epoca dei tablet e dei lettori digitali. Piuttosto, evitate di mandare file Pdf: per alcuni lettori digitali sono poco gestibili].




6. Mandate un dattiloscritto rilegato con la spirale di plastica, cioè con una rilegatura che possa essere facilmente disfata. In questo modo, se l’editore vorrà fotocopiarlo (per passarlo a più lettori, ad esempio), gli basterà sfilare la spirale e passare tutto nella copiatrice automatica. Se rilegate con graffe, colla, spirali di metallo ecc., l’editore dovrà far fotocopiare il libro pagina per pagina (in alternativa, sfascerà il vostro bell’oggetto rilegato).

[Vedi sopra].

7. Non mandate dattiloscritti «per ricevere un giudizio». Se io comincio a leggere un testo, e a pagina 10 mi rendo conto che chi l’ha scritto non sa nemmeno dove sta di casa l’italiano, è chiaro che interrompo la lettura (magari sfogliacchio un po’, tanto per essere sicuro). A quel punto io so che quel testo non è leggibile; ma non posso emettere un «giudizio». Io sono pagato (dall’editore) per scegliere libri da pubblicare: non per fare il critico letterario su tutto ciò che mi arriva in casa. Oltretutto, il giudizio è quasi sempre negativo (statistica: su mille dattiloscritti, non più di cento sono leggibili; non più di dieci sono davvero interessanti; uno o due sono pubblicabili). E nessun editore (nemmeno io) ha voglia di spendere tempo su un testo, nel momento in cui ha deciso che quel testo non è almeno davvero interessante. Io inizialmente cedevo: dicevo alla persona che cosa effettivamente pensavo di ciò che avevo letto. Quindi mi toccava dire: «Guardi, il suo romanzo mi è sembrato bruttissimo. È evidente che lei non ha la minima idea di che cosa sia la lingua italiana», eccetera. In cambio ricevevo insulti. Vale la pena di conversare un po’ con l’autore, ed eventualmente di avviare un rapporto continuativo, se il testo, alla prova della lettura, sembra avere più potenzialità che risultati. Ma sono, al solito, assai pochi casi.

8. È bene se unite al dattiloscritto una lettera di autopresentazione. Dite chi siete, di che campate, se avete figli, cose così. Se avete vinto premi letterari per racconti e romanzi inediti, non scrivetelo. Se il vostro professore d’italiano del liceo diceva che scrivevate benissimo, non scrivetelo. Se siete laureati, non fatevi fare una lettera di raccomandazione dal professore con cui avete fatta la tesi. Se avete pubblicato un libro a vostre spese, allegàtelo al dattiloscritto; ma non allegate gli articoli che sono usciti sui giornali locali. In somma, ricordàtevi di questo: il lettore professionista che legge la vostra opera, è interessato solo alla vostra opera.

[Magari, mettete la lettera di autopresentazione dentro al documento che contiene la vostra opera, subito dopo la pagina del titolo. Così resta tutto insieme].

9. Scegliete bene la casa editrice alla quale mandare il dattiloscritto. Andate in libreria, guardate che cosa pubblica l’editore Tale e che cos’altro pubblica l’editore Talaltro, e fate la vostra scelta. Mi ricordo di un tizio, di professione geometra, che aveva mandati i suoi romanzi agli editori Pirola e Maggioli. Pirola e Maggioli fanno libri di argomento legale, fiscale, economico, edile: non certo romanzi. Ma lui, il geometra, conosceva solo Pirola e Maggioli. Sia Mondadori sia Einaudi o Garzanti o Guanda fanno narrativa, ma non esattamente lo stesso tipo di narrativa. Se scrivete poesie, non mandatele a me: lavoro per un editore che fa solo prosa. E così via. Bene. Questo è tutto. Alla prossima. Arrivederci.

Alessandro Manzoni non è il vero autore dei “Promessi sposi” (istruzioni per leggere “I promessi sposi”, 1)

di Giulio Mozzi

Domanda: chi è il vero autore dei Promessi sposi?

Risposta: lo sanno tutti, è Alessandro Manzoni.

La risposta, ahimè, è sbagliata (sul piano finzionale; sul piano reale è giusta, ma il piano reale non ha molta importanza).

* * *

Tutti ricordiamo (perché più o meno tutti, volenti o nolenti, abbiamo letto I promessi sposi) che nella prefazione Manzoni dichiara di aver trovato un manoscritto anonimo secentesco; di averlo letto, trovando assai bella la storia raccontata; di averne iniziata la trascrizione; di essersi presto stufato di ricopiare frasi del tipo

E veramente, considerando che questi nostri climi sijno sotto l’amparo del Re Cattolico nostro Signore, che è quel Sole che mai tramonta, e che sopra di essi, con riflesso Lume, qual Luna giamai calante, risplenda l’Heroe di nobil Prosapia che pro tempore ne tiene le sue parti, e gl’Amplissimi Senatori quali Stelle fisse, e gl’altri Spettabili Magistrati qual’erranti Pianeti spandino la luce per ogni doue, venendo così a formare un nobilissimo Cielo, altra causale trouar non si può del vederlo tramutato in inferno d’atti tenebrosi, malvaggità e sevitie che dagl’huomini temerarij si vanno moltiplicando, se non se arte e fattura diabolica, attesoché l’humana malitia per sé sola bastar non dourebbe a resistere a tanti Heroi, che con occhij d’Argo e braccj di Briareo, si vanno trafficando per li pubblici emolumenti,

e di aver deciso finalmente di

prender la serie de’ fatti da questo manoscritto, e rifarne la dicitura,

ossia trascriverlo in una lingua più leggibile.

Manzoni è dunque (prendendo per buona quella che sappiamo tutti essere una finzione) l’autore di una pura e semplice “traduzione” in “italiano corrente” di un manoscritto antico?
No. Perché, sempre nella prefazione, egli dice:

Taluni però di que’ fatti, certi costumi descritti dal nostro autore, c’eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che, prima di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni; e ci siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo, per chiarirci se veramente il mondo camminasse allora a quel modo. Una tale indagine dissipò tutti i nostri dubbi: a ogni passo ci abbattevamo in cose consimili, e in cose più forti: e, quello che ci parve più decisivo, abbiam perfino ritrovati alcuni personaggi, de’ quali non avendo mai avuto notizia fuor che dal nostro manoscritto, eravamo in dubbio se fossero realmente esistiti. E, all’occorrenza, citeremo alcuna di quelle testimonianzefont, per procacciar fede alle cose, alle quali, per la loro stranezza, il lettore sarebbe più tentato di negarla.

Quindi abbiamo:
– naturalmente, un manoscritto;
– un trascrittore che nel trascriverlo ne rifà la dicitura;
– ma, nel contempo, non si perita di controllare (per sé) e di integrare (nel testo) le informazioni fornite dal manoscritto stesso.

In questo modo, come ognuno vede, si crea una sorta di distanza tra il manoscritto e il testo che noi leggiamo sotto il titolo di I promessi sposi. Una distanza nella quale un soggetto che noi banalmente identifichiamo con Alessandro Manzoni, ma che sarebbe più corretto identificare con il Narratore – proiezione di Manzoni nel testo ma distinto da lui – trova modo di installarsi e di far sentire la sua presenza. Sia producendo qua e là degli espliciti excursus (a es. quello all’inizio sulle “gride” contro i bravi; poi i due capitoli dedicati alla storia dell’ingresso della peste a Milano; ecc.); sia commentando al volo, qua e là, il testo che sta trascrivendo:

Il palazzotto di don Rodrigo sorgeva isolato, a somiglianza d’una bicocca, sulla cima d’uno de’ poggi ond’è sparsa e rilevata quella costiera. A questa indicazione l’anonimo aggiunge che il luogo (avrebbe fatto meglio a scriverne alla buona il nome) era più in su del paesello degli sposi, discosto da questo forse tre miglia, e quattro dal convento. (cap. v)

Qui c’è un gioco ironico: il Narratore critica l’anonimo per la sua reticenza nel fornire informazioni che permettano di collocare storicamente e geograficamente la storia; ma è il Narratore stesso che, per infilare la storia e i suoi personaggi in mezzo ai fatti di quei tempi, ha bisogno di una certa vaghezza.
Oppure:

A sei anni, Gertrude fu collocata, per educazione e ancor più per istradamento alla vocazione impostale, nel monastero dove l’abbiamo veduta: e la scelta del luogo non fu senza disegno. Il buon conduttore delle due donne [l’uomo che ha condotte Agnese e Lucia fino al monastero: l’abbiamo incontrato qualche pagina prima] ha detto che il padre della signora era il primo in Monza: e, accozzando questa qualsisia testimonianza con alcune altre indicazioni che l’anonimo lascia scappare sbadatamente qua e là, noi potremmo anche asserire che fosse il feudatario di quel paese. (cap. ix)

Qui il Narratore fa il furbo, perché alla fin fine se la sua conclusione fosse vera, uno storico potrebbe andare a controllare se davvero il feudatario di Monza avesse una figlia eccetera eccetera; ma, presentando questa conclusione come comunque dubitativa (dice: “potremmo anche”, non dice: “possiamo senz’altro”), ottiene l’effetto di illudere il lettore (il lettore è portato a credere che il racconto, o almeno questa parte del racconto cioè la biografia di Gertrude, sia storia e non romanzo); e nel contempo si mette al riparo dalle critiche degli storici. Peraltro, quali siano le “alcune altre indicazioni che l’anonimo lascia scappare sbadatamente qua e là”, “accozzando” le quali uno storico potrebbe verificare o falsificare l’ipotesi, si guarda bene dal dirlo.

Altre volte la distanza tra l’anonimo e il Narratore permette di produrre qualche tipico effetto di “non detto”, così utile a far sospettare cose terribili. Per esempio:

Dal castellaccio di costui [l’Innominato] al palazzotto di don Rodrigo, non c’era più di sette miglia: e quest’ultimo, appena divenuto padrone e tiranno, aveva dovuto vedere che, a così poca distanza da un tal personaggio, non era possibile far quel mestiere senza venire alle prese, o andar d’accordo con lui. Gli s’era perciò offerto e gli era divenuto amico, al modo di tutti gli altri, s’intende; gli aveva reso più d’un servizio (il manoscritto non dice di più); e n’aveva riportate ogni volta promesse di contraccambio e d’aiuto, in qualunque occasione. (cap. xix)

Rileggiamo: “Gli aveva reso più d’un servizio (il manoscritto non dice di più)”. E’ facile e anche ovvio, per noi, immaginare che tali “servizi” siano stati turpissimi; ma il Narratore, nascondendosi dietro il silenzio dell’anonimo, ci risparmia l’esibizione di un eccesso di romanzesco.

Talvolta il Narratore si diverte a prendere le distanze dal moralismo dell’anonimo. Per esempio:

Que’ pochi bicchieri che [Renzo] aveva buttati giù da principio, l’uno dietro l’altro, contro il suo solito, parte per quell’arsione che si sentiva, parte per una certa alterazione d’animo, che non gli lasciava far nulla con misura, gli diedero subito alla testa: a un bevitore un po’ esercitato non avrebbero fatto altro che levargli la sete. Su questo il nostro anonimo fa una osservazione, che noi ripeteremo: e conti quel che può contare. Le abitudini temperate e oneste, dice, recano anche questo vantaggio, che, quanto più sono inveterate e radicate in un uomo, tanto più facilmente, appena appena se n’allontani, se ne risente subito; dimodoché se ne ricorda poi per un pezzo; e anche uno sproposito gli serve di scola. (cap. xiv)

“Conti quel che può contare”: vi rifilo la considerazione morale, e mentre ve la porgo me ne ritraggo attribuendola all’anonimo. E, verso la fine del romanzo, ancora più scopertamente:

L’uomo (dice il nostro anonimo: e già sapete per prova che aveva un gusto un po’ strano in fatto di similitudini; ma passategli anche questa, che avrebbe a esser l’ultima), l’uomo, fin che sta in questo mondo, è un infermo che si trova sur un letto scomodo più o meno, e vede intorno a sé altri letti, ben rifatti al di fuori, piani, a livello: e si figura che ci si deve star benone. Ma se gli riesce di cambiare, appena s’è accomodato nel nuovo, comincia, pigiando, a sentire qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo, soggiunge l’anonimo, si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio. È tirata un po’ con gli argani, e proprio da secentista; ma in fondo ha ragione. (cap. xxxviii)

Il colpo basso è: “Ma in fondo ha ragione”. Racconto la storia, faccio la morale, prendo le distanze dalla morale, e poi vi dico che la morale è buona e va considerata. Un vero burlone, questo Narratore.

Ma c’è un punto, secondo me davvero emozionante, nel quale tra anonimo e Narratore si arriva al massimo della distanza. Il cap. xxv finisce così:

[Il cardinale a don Abbondio] «Ebbene, se voi gli amavate, quelli che sono affidati alle vostre cure spirituali, quelli che voi chiamate figliuoli; quando vedeste due di loro minacciati insieme con voi, ah certo! come la debolezza della carne v’ha fatto tremar per voi, così la carità v’avrà fatto tremar per loro. Vi sarete umiliato di quel primo timore, perché era un effetto della vostra miseria; avrete implorato la forza per vincerlo, per discacciarlo, perché era una tentazione: ma il timor santo e nobile per gli altri, per i vostri figliuoli, quello l’avrete ascoltato, quello non v’avrà dato pace, quello v’avrà eccitato, costretto, a pensare, a fare ciò che si potesse, per riparare al pericolo che lor sovrastava… Cosa v’ha ispirato il timore, l’amore? Cosa avete fatto per loro? Cosa avete pensato?»
E tacque in atto di chi aspetta.

E il successivo (xxvi) comincia così:

A una siffatta domanda, don Abbondio, che pur s’era ingegnato di risponder qualcosa a delle meno precise, restò lì senza articolar parola. E, per dir la verità, anche noi, con questo manoscritto davanti, con una penna in mano, non avendo da contrastare che con le frasi, né altro da temere che le critiche de’ nostri lettori; anche noi, dico, sentiamo una certa ripugnanza a proseguire: troviamo un non so che di strano in questo mettere in campo, con così poca fatica, tanti bei precetti di fortezza e di carità, di premura operosa per gli altri, di sacrifizio illimitato di sé. Ma pensando che quelle cose erano dette da uno che poi le faceva, tiriamo avanti con coraggio.

Questa è una vera messa in scena del Narratore: con quel manoscritto davanti, con una penna in mano; gli mancano solo il lume acceso e la papalina in testa. Certo: l’espediente serve per far accettare al lettore un personaggio decisamente troppo “completamente buono”; e la frase “Quelle cose erano dette da uno che poi le faceva” si sostiene sulla competenza storica che il Narratore ha più volte esibito (come dicesse: qui parlo da storico, non da Narratore). Ma, soprattutto se pensiamo a cos’erano i romanzi dell’epoca, è stupefacente il coraggio di un Narratore che manipola così la disponibilità a credergli del lettore, e che gioca così astutamente tra finzione (il racconto di Renzo e Lucia), finzione nella finzione (il manoscritto anonimo) e… realtà esibita (da storico) per confermare l’attendibilità della finzione.
Roba da postmoderni, potrebbe dire qualcuno. Eh sì: roba da postmoderni. Ma bisogna pur sempre ricordare che il primo romanzo pienamente postmoderno fu pubblicato tra il 1760 e il 1767 (dico Vita e opinioni di Tristram Shandy gentiluomo, di Lawrence Sterne).

Ma il titolo dell’articolo che state leggendo dice: “Alessandro Manzoni non è il vero autore dei Promessi sposi”. Titolo scherzoso, ovviamente; ma se avete cominciato a pensare che l’ “autore” dei Promessi sposi sia l’anonimo, vi sbagliate di grosso.
Perché, proprio in uno degli ultimi capitoli (in cauda venenum), leggiamo:

Eran distrazioni queste; il gran lavoro della sua [di Renzo, che stava rientrando al paese dopo i fatti di Milano, la peste e i mesi passati sotto falso nome all’estero] mente era di riandare la storia di que’ tristi anni passati: tant’imbrogli, tante traversìe, tanti momenti in cui era stato per perdere anche la speranza, e fare andata ogni cosa; e di contrapporci l’immaginazioni d’un avvenire così diverso: e l’arrivar di Lucia, e le nozze, e il metter su casa, e il raccontarsi le vicende passate, e tutta la vita.
Come la facesse quando trovava due strade; se quella poca pratica, con quel poco barlume, fossero quelli che l’aiutassero a trovar sempre la buona, o se l’indovinasse sempre alla ventura, non ve lo saprei dire; ché lui medesimo, il quale soleva raccontar la sua storia molto per minuto, lunghettamente anzi che no (e tutto conduce a credere che il nostro anonimo l’avesse sentita da lui più d’una volta), lui medesimo, a questo punto, diceva che, di quella notte, non se ne rammentava che come se l’avesse passata in letto a sognare. Il fatto sta che, sul finir di essa, si trovò alla riva dell’Adda. (cap. xxvii)

Avete capito? Il vero autore del romanzo è Renzo Tramaglino. Poi sono venute le due trascrizioni: quella dell’anonimo, dall’orale allo scritto (ma a uno scritto secentesco, del quale avete avuto un assaggio prima); e quella del Narratore (o di Manzoni, se volete) dallo scritto secentesco a quello che leggiamo.
Ma quando ci si possa fidare delle trascrizioni, lo stesso Narratore ce l’ha detto: nel capitolo xxvii, quando racconta dello scambio di lettere faticosamente avviato tra Renzo e Agnese:

In somma, s’avviò tra le due parti un carteggio, né rapido né regolare, ma pure, a balzi e ad intervalli, continuato.
Ma per avere un’idea di quel carteggio, bisogna sapere un poco come andassero allora tali cose, anzi come vadano; perché, in questo particolare, credo che ci sia poco o nulla di cambiato.
Il contadino che non sa scrivere, e che avrebbe bisogno di scrivere, si rivolge a uno che conosca quell’arte, scegliendolo, per quanto può, tra quelli della sua condizione, perché degli altri si perita, o si fida poco; l’informa, con più o meno ordine e chiarezza, degli antecedenti: e gli espone, nella stessa maniera, la cosa da mettere in carta. Il letterato, parte intende, parte frantende, dà qualche consiglio, propone qualche cambiamento, dice: lasciate fare a me; piglia la penna, mette come può in forma letteraria i pensieri dell’altro, li corregge, li migliora, carica la mano, oppure smorza, lascia anche fuori, secondo gli pare che torni meglio alla cosa: perché, non c’è rimedio, chi ne sa più degli altri non vuol essere strumento materiale nelle loro mani; e quando entra negli affari altrui, vuol anche fargli andare un po’ a modo suo. Con tutto ciò, al letterato suddetto non gli riesce sempre di dire tutto quel che vorrebbe; qualche volta gli accade di dire tutt’altro: accade anche a noi altri, che scriviamo per la stampa. Quando la lettera così composta arriva alle mani del corrispondente, che anche lui non abbia pratica dell’abbiccì, la porta a un altro dotto di quel calibro, il quale gliela legge e gliela spiega. Nascono delle questioni sul modo d’intendere; perché l’interessato, fondandosi sulla cognizione de’ fatti antecedenti, pretende che certe parole voglian dire una cosa; il lettore, stando alla pratica che ha della composizione, pretende che ne vogliano dire un’altra. Finalmente bisogna che chi non sa si metta nelle mani di chi sa, e dia a lui l’incarico della risposta: la quale, fatta sul gusto della proposta, va poi soggetta a un’interpretazione simile. Che se, per di più, il soggetto della corrispondenza è un po’ geloso; se c’entrano affari segreti, che non si vorrebbero lasciar capire a un terzo, caso mai che la lettera andasse persa; se, per questo riguardo, c’è stata anche l’intenzione positiva di non dir le cose affatto chiare; allora, per poco che la corrispondenza duri, le parti finiscono a intendersi tra di loro come altre volte due scolastici che da quattr’ore disputassero sull’entelechia: per non prendere una similitudine da cose vive; che ci avesse poi a toccare qualche scappellotto.
Ora, il caso de’ nostri due corrispondenti era appunto quello che abbiam detto.

E il caso nostro? Di noi, che leggiamo la trascrizione in un italiano d’invenzione personale di Manzoni (perché questo è, tutto sommato, l’italiano dei Promessi sposi), divenuto poi lingua letteraria la nazione, una storia copiata da un manoscritto secentesco che mette per iscritto una reiterata narrazione orale…
Eh, tutto è certo. Fuorché questo: che le cose siano andate proprio come il libro che teniamo in mano, e che s’intitola per esteso I promessi sposi / Storia milanese del secolo xvii / scoperta e rifatta da Alessandro Manzoni, ce le racconta.

* * *

Facciamo un salto di qualche secolo, e accenniamo a un romanzo recente: al primo romanzo, La città di vetro, che compone il volume di Paul Auster Trilogia di New York.

Nelle prime pagine un narratore in terza persona ci presenta un uomo, Daniel Quinn, che scrive gialli sotto lo pseudonimo di William Wilson. Il protagonista di questi romanzi, e narratore in prima persona, è l’investigatore Max Work. Per una serie di eventi che non sto a riassumere, Quinn viene cercato da un uomo che cerca Paul Auster, l’agenzia investigativa Paul Auster. Dopo qualche esitazione, Quinn decide di accettare l’incarico che gli viene proposto, fingendo quindi di essere l’investigatore Paul Auster: basterà che io ragioni e agisca come Max Work, pensa Quinn, e potrò risolvere il caso. A un certo punto, sentendosi un po’ in colpa per l’inganno, Quinn va in cerca del vero Paul Auster: scopre che è anche lui uno scrittore e gli si confida. Paul Auster gli dà qualche suggerimento e incoraggiamento. Poi alla fine tutto finisce male, molto male; nell’ultima pagina del romanzo il narratore improvvisamente dice “io” e racconta di essere andato in cerca di Quinn, caduto in un vortice autodistruttivo, insieme al suo amico Paul Auster (che accusa peraltro di aver tenuto un atteggiamento irresponsabile verso Quinn).

Appena un po’ più complicato di ciò che in pieno Ottocento aveva fatto Manzoni. C’è una differenza di intensità, se volete, ma non di natura dell’operazione.

Col dettaglio in più, che William Wilson (ossia: William figlio di William) è il nome di un personaggio di un racconto di Edgar Allan Poe: che, perseguitato da una specie di amico che si chiama esso pure William Wilson, finisce – nel tentativo di ucciderlo – con lo sparare a sé stesso…

[Nota: Naturalmente, un manoscritto è il titolo della prefazione a Il nome della rosa di Umberto Eco].